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Il mio Piemonte: Lerma

Domenica 25 Agosto 2019 10:05
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LermaParcheggiando l'auto nell'antico borgo mi avvio a visitarlo, potrebbe apparire uno dei tanti Paesi dell'alto Monferrato Ovadese se non si conoscesse la sua storia che in alcuni tratti appare ancora misteriosa.
Nel 1166 Guglielmo V del Monferrato, detto "il vecchio" per la precoce canizia è già infeudato dall'Imperatore Barbarossa e signore di Castelletto, Rocca, Tagliolo, Casaleggio e di Rondinaria. Durante il tentativo di riconquistare il castello di Parodi, che i genovesi avevano occupato con l'inganno a Guglielmo Saraceno, signore del luogo e suo nipote, viene distrutta Rondinaria, mitico villaggio di origine "romana" ed abitata dai cercatori d'oro lungo la valle del torrente Piota. Gli scampati alla distruzione si rifugiano su uno scosceso rilievo che domina la valle ed iniziano a fortificarlo. Sono loro che danno origine a Erma o Elma, l'attuale Lerma. Da allora il borgo ha sempre nutrito una rilevante importanza su tutta la valle, sia per il suo castello, il suo ricetto, le sue torri e le sue chiese.
Il suo nome compare per la prima volta nel 1184 quale dipendenza dei signori di Morbello, di Pobleto e di Sommaripa in un documento nel quale promettevano agli alessandrini che "dabunt castellum et locum de lelma ad faciendam pacem et guerram cui voluerint". Nel 1198 i consoli del luogo s'impegnarono con gli alessandrini permettendogli l'uso di Lerma quale loro piazzaforte in caso di guerra, garantendosi così la salvaguardia dei propri cittadini e dei loro averi: "Intra villa de Belma et in recepito et ommen forcina sibi dabunt excepta turri", dall'accordo era esclusa la torre del castello.
La lenta ma progressiva penetrazione genovese non esclude Lerma, una prima parte diventa possedimento genovese nel 1204 e tutto il territorio entrerà a far parte della Repubblica di Genova nel 1223. Durante la lotta tra il marchese del Bosco e Genova, Lerma è una importante e strategica piazzaforte, tanto che nel 1273 la Repubblica genovese per difendere i propri interessi commerciali invia in oltregioco un potente esercito, una parte comandata da Jacopo Doria, costui podestà di Voltri, si acquartiera a Lerma, forte di duemila uomini, quattrocento Milites e cento balestrieri, dopo aver espugnato il castello di Tagliolo e occupato Ovada. La giurisdizione su Lerma e il suo castello, nel 1303 è acquistata da Brancaleone Doria a cui si aggiungeranno quelli di Silvano, Molare e Tagliolo. Mi piace ricordare che Dante Alighieri nella sua opera "Divina Commedia" cita Brancaleone Doria nell'Inferno, nel IX cerchio dove c'è un grande lago ghiacciato nel quale peccatori colpevoli di tradimento espiano le loro colpe. Il sommo poeta destina a Brancaleone Doria un castigo tremendo; è immerso insieme altri peccatori nel ghiaccio con la testa supina, le loro lacrime gelano, impedendo ad altre lacrime di fluire e causando così a questi dannati una sofferenza immensa. Dante così punisce Brancaleone Doria che alla fine del 1200 è membro di una delle famiglie patrizie più in vista di tutta Genova, sposa una fanciulla di nome Caterina, figlia di Michele Zanche, signore di Logudoro in Sardegna. Il suocero era immensamente ricco e influente, mentre il Branca era talmente ambizioso da voler usurpare il suo potere e impadronirsi dei suoi averi. Brancaleone Dori, tramò un inganno, organizzando uno sfarzoso banchetto in uno dei suoi castelli, ed l'ospite d'onore era suo suocero Michele Zanche che dopo il luculliano pranzo, fece accoppare e ridurre a pezzi il corpo del malcapitato. A dire il vero il suocero non era molto diverso dal genero, tanto che nella Divina Commedia troviamo anche Michele Zanche nella bolgia dei barattieri, che se ne stanno a bagno nella pece bollente.
Inoltre Brancaleone progetta di costruire lo stato dei Doria, obiettivo che fallisce miseramente per la fedeltà di Ovada alla Repubblica di Genova. Nel 1323 Lerma risulta in possesso dei marchesi del Monferrato, il cui feudo è confermato dall'Imperatore Carlo IV del Lussemburgo, nel 1325 a Giovanni II Paleologo. Nel 1384, castello e borgo furono vendute ai genovesi, passando da famiglia a famiglia come quando Antonio Grillo nel 1414 lo vende a Ottobono della potente famiglia genovese degli Spinola e da allora Lerma rimarrà legata a questa casata.
Nel XVI-XVII secolo, Lerma è sempre al centro di avvenimenti bellici, come quando nel 1528 è costretta ad ospitare un corpo di spedizione francese composto da oltre duemila uomini che tentano un colpo di mano contro Andrea Doria che era passato dall'appoggio filofrancese a quello filospagnolo. Nel 1575 nel castello di Lerma trovano rifugio alcuni ribelli al Re di Spagna che riescono a respingere un attacco di Don Emanuele di Luna, governatore spagnolo di Alessandria.
Sicuramente il fatto più rilevante che inorgoglì la popolazione lermese avvenne durante la "Guerra dei Trent'anni" quando i 28 lermesi che difendevano il castello, aiutati dalle loro donne, opposero fiera resistenza ai 1500 spagnoli di Don Diego d'Aragona in spedizione punitiva contro Luca Spinola. La strapotenza numerica degli spagnoli fece giocoforza di trovare una onorevole resa. Ai lermesi furono garantiti salva la vita e gli averi, promessa che gli spagnoli non rispettarono almeno nella seconda parte, imponendo alla comunità una onerosa contribuzione di 200 doppie di Spagna. Lasciarono comunque un presidio a Lerma affinché, fu scritto: "non avrà mancato di insegnar la modestia alle fanciulle e alle donne del paese e accarezzare di tempo in tempo le spalle a qualche marito e a qualche padre". L'ultima volta che vi s'insediò un presidio spagnolo fu nel 1649, questa volta, soltanto a protezione della regina di Spagna diretta da Milano a Finole per imbarcarsi diretta nel proprio regno.
Con il trattato di Utrecht, anche Lerma passa sotto i Savoia, periodo non certamente tranquillo, visto gli onerosi carichi fiscali a cui era sottoposta la popolazione dai nuovi Signori, non che i feudatari fossero trattati meglio, considerato che ogni pretesto era buono per riaffermare la centralità dello Stato.
Un effimero periodo di spirito rivoluzionario arriverà con Napoleone Bonaparte che fece però solo emergere il ceto borghese. Per l'Unità d'Italia prima e per il Primo conflitto mondiale, anche molti lermesi non fecero più ritorno dai campi di battaglia. Durante la Seconda Guerra Mondiale e durante la Resistenza Partigiana, trovarono sui monti di Lerma rifugio molti giovani renitenti alla leva e diversi ebrei.
Dopo questo breve excursus, entro nel cortile del borgo fortificato, attraverso una porta ad arco presso la quale un tempo funzionava un ponte levatoio. Mi soffermo nell'ampia piazza ad ammirare il castello e la chiesa parrocchiale. Il castello è in una posizione strategica, dominante sul torrente Piota e venne ricostruito nel 1499 su una precedente struttura fortificata. L'attuale castello ha forma di residenza signorile e la sua edificazione venne realizzata da Luca Spinola, ricco e influente patrizio genovese. L'imponente edificio che si apre sulla piazza del ricetto, conserva un poderoso torrione rotondo che domina la valla del Piota. Il castello è quasi tutto intonacato e più recenti finestre dotate di persiane rendono l'aspetto signorile e nascondono lo scopo difensivo per cui fu costruito. Un attenta osservazione però mette in mostra, soprattutto nell'ala prospettante l'abitato, delle feritoie strombate da usare come bombardiere e ai suoi lati per le fuciliere. Non mancano le bifore nella parte alta del maniero. Sempre sulla parte prospiciente ad est, ormai scolorito, si può ammirare dipinto lo stemma degli Spinola con il motto: "Portius mori quam Foedari".
Seduto sul muretto del cortile e osservando lo scorrere quieto delle acque del Piota ripercorro la leggenda delle rose d'oro che vede il castello protagonista e che è tramandato nella tradizione orale locale. La leggenda è legata al soggiorno nel castello nel 1565 di donna Isabella Corvalan, dama d'onore della Regina di Castiglia. Un gruppo di cavalieri genovesi consegnarono nel castello a donna Isabella, che si sapeva stava rientrando in patria, tre rose d'oro i cui petali rossi erano tempestati da rossi rubini che diffondevano bagliori infuocati. Le preziose rose, rappresentavano un misterioso messaggio che solo la regina e alcuni Ordini cavallereschi iniziati all'esoterismo sapevano interpretare. Donna Isabella richiamata dal Viceré spagnolo a Milano, nascose nel castello le preziose rose d'oro, ripromettendosi di recuperarle al ritorno prima del rientro in patria. Però Donna Isabella non passò più per Lerma e le rose rimasero nascoste in qualche pertugio del castello.
Dapprima la loro presenza fu dimenticata poi a fine Ottocento comparve uno scritto che narrava la storia. Vi furono fatte approfondite ricerche, ma le rose non furono mai ritrovate, ma si racconta che in un solo giorno d'autunno, quando il sole con i suoi raggi obliqui colpisce il castello, questo riverbera tutto di rosso rubino che pare infuocato.
Dopo aver riportato alla memoria la leggenda ed aver ammirato lo splendido panorama, mi dirigo verso la chiesa parrocchiale, anch'essa affacciata sulla piazza. Sulla piazza un bell'olmo fa mostra di sé con i suoi frondosi rami; è un albero giovane che sostituisce un analogo olmo secolare che dovette essere abbattuto. Il giovane olmo pare voglia emulare il suo predecessore e voler raccontare la vita quotidiana dei Lermesi. Infatti sotto i suoi rami si riunivano i giudici per essere ispirati a emettere sentenze equilibrate; l'olmo in antichità era considerato un albero magico utile a trovare il coraggio di affrontate situazioni complicate e assumere decisioni difficili.
La chiesa si prospetta sulla piazzetta di fronte all'olmo e la sua facciata è molto semplice ed a capanna, sopra il portale, deliziosamente scolpito in stile genovese vi è un grande affresco quasi scomparso di San Giovanni Battista. La chiesa dedicata a San Giovanni Battista ha l'abside ricavato in un antica torre circolare della fortificazione, mentre la sagrestia è una parte del transetto della chiesa ricavato dall'antica sala d'armi. La chiesa è a navata unica con un grande affresco posto nel catino dell'abside raffigurante San Giovanni Battista nell'atto di battezzare Gesù, con ai lati genuflessi in preghiera sono raffigurati i donatori: Agostino e Cecilia Spinola. Sempre sull'affresco sopra l'altare ci sono dei putti con gli strumenti del martirio (flagelli, corona di spine, ecc.), San Francesco d'Assisi, la Sacra famiglia e un altro Santo che non sono riuscito a identificare, oltre ovviamente lo stemma degli Spinola.
Tra le tante opere d'arte presenti nella chiesa mi soffermo lungamente davanti a una tavola in legno dipinta, risalente al XIV secolo, con la "Vergine con bambino", attribuita a Barnaba da Modena. Questa è un icona, un tempo venerata nel santuario di Nostra Signora della Rocchetta ed collocata nella parrocchiale dopo i restauri. Posta vicino a questa preziosa tavoletta vi è un bel crocifisso ligneo processionale del 1730 di arte ligure.
La chiesa conserva un innumerevole numero di reliquie, collocate in preziose urne. Prima di uscire uno sguardo ad una grande tela del 1618, si tratta di un ex voto, bisognosa di un restauro, raffigurante la morte di Sant'Alessio. Nel dipinto sono raffigurati al capezzale del moribondo Papa Innocenzo I e l‘imperatore Onorio.
All'uscita dalla chiesa mi addentro nel ricetto che si sviluppa su uno sperone di roccia strapiombante da entrambi i lati. Il ricetto era ed è munito, di due accessi, quello attraverso la porta principale, che si prospetta sulla piazza e quello che volge verso un sentiero stretto e periglioso, che conduce verso l'antica pieve di San Giovanni Battista, che però mi riprometto di raggiungere in auto. Il disegno del ricetto è molto semplice, un'unica e scoscesa strada ai cui lati, a intervalli regolari dipartono a pettine, in entrambi i lati altre più piccole vie che terminano sul precipizio.
Le case per lo più mantengono l'aspetto originale, realizzate in pietra e a due piani. Molte hanno preziosi portali in pietra risalenti anche all'XI secolo, alcune hanno delle piccole mensole, poste vicino alle finestre del primo piano e sempre dal lato in ombra affinché potessero essere utilizzate come un antico frigorifero. Percorrere le antiche strade, talune ancora in ciottolato è come fare un salto indietro nel tempo. Un tempo non era sicuramente facile comminare negli inverni gelati e nevosi, sui ciottoli di fiume con gli zoccoli di legno.
Mi raccontava un anziano che talvolta per portare la bara del defunto al cimitero, occorreva necessariamente percorrere il sentiero che conduceva al cimitero posto intorno alla Pieve di San Giovanni Battista e quando la strada era troppo irta, scoscesa e gelata, la bara veniva fatta rotolare su dei tronchi.
Anche il ricetto ha le sue leggende, quella che vi narrerò è nota per evitare che i bambini andassero a giocare troppo vicino agli strapiombi. Pare che durante il Medioevo gli abitanti di Lerma si recassero vicino agli strapiombi e simbolicamente vi gettassero i pensieri negativi e peccaminosi. Questi pensieri alimentavano un intrigo di arbusti che deformi cercavano di sopravvivere. In questo luogo viveva l'Ungomamo che nasceva dai bozzoli così alimentati. Questi mostri, dice la leggenda che avessero fattezze di mezzi uomini con la testa da cinghiale, perfino un nome latino gli fu dato: "Homongulatis Lermensis". Si racconta che diverse persone furono attaccate da questo mostro mentre nuotavano nel torrente Piota e che ancora oggi pare l'Ungumano si nasconda tra la vegetazione in attesa delle sue prede. Nessuno ne ha mai ucciso uno anche perché il male liberato si sarebbe diffuso sul territorio.
Lascio il castello e il suo ricetto e mi dirigo verso l'automobile per raggiungere la Pieve di San Giovanni Battista. Subito fuori le mura del castello c'è il bell'Oratorio dedicato a San Giovanni Bosco. La facciata semplice con un'unica porta e una sola grande finestra a mezzaluna sopra di essa. Un tempo aveva anche un piccolo campanile sul lato destro della facciata. Fu per anni anche utilizzato come sala cinematografica parrocchiale.
In auto raggiungo la Pieve che è collocata in una piana nella Valle del torrente Piota. Questa chiesa funge ancora da chiesa cimiteriale e fu eretta probabilmente durante l'XI secolo a poche decine di metri del torrente e dal suo guado. Fu fino al XVI secolo parrocchiale di Lerma per poi cedere il posto alla chiesa che ho appena visitato all'interno del borgo vecchio di Lerma. La struttura si presenta semplice a capanna, le pareti laterali sono interrotte da piccole finestre. Tutto intorno il tetto è incorniciato da una serie di archetti ciechi.
Una piccola cella campanaria a forma triangolare è posta all'altezza dell'abside. Sulla facciata è affrescato San Cristoforo, protettore dei viandanti e dei guadi, datato 1512 e bisognoso di restauri. Vi entro attraverso l'unica porta della facciata e la chiesa si presenta a navata unica con tetto a capriate a vista. È semplicemente meravigliosa e occorre dire che l'amministrazione comunale guidata dal sindaco Bruno Aloisio ha fatto una bell'opera di restauro, restituendo al culto questo piccolo scrigno. Purtroppo sulla parete di destra sono andati perduti gli affreschi che la decoravano, mentre sulla parete di sinistra gli affreschi databili prima del 1500 sono bellissimi. Si tratta di sedici episodi tratti dalla Storia della Passione: ultima cena, lavanda dei piedi, preghiera nel Getsemani, cattura di Cristo, bacio di Giuda, rinnegamento di Pietro, Gesù davanti al tribunale di Pilato, Cristo davanti a Erode, flagellazione, Incoronazione di spine, Ecce-Homo, Pilato si lava le mani, Cristo porta la croce aiutato dal Cinereo, caduta della croce, crocifissione.
L'abside presenta gli affreschi di San Michele Arcangelo, San Pietro, San Giovanni Battista, San Giacomo Apostolo, San Lorenzo e San Benedetto Abate e con a lato una donna inginocchiata. Ma sono presenti un affresco ormai rovinato di Sant'Antonio Abate, un San Bartolomeo Spellato e su uno sguancio di una finestra la Madonna con Bambino. Nel catino delle volta Cristo Pantocratore e i profeti nel sottoarco.
Curiosa l'immagine di una piccola donna inginocchiata in preghiera che è dipinta nell'abside; potrebbe essere una ignota donna che commissionò la decorazione, ma popolarmente è identificata come colei che portava da mangiare ai pittori.
Prima di recarmi a pranzo voglio ancora andare a vedere almeno esternamente la chiesa di San Rocco, in regione Piano. Lo faccio grazie a Lorenzo, un amico che abita a Lerma e che fa il guardaparco per il Parco delle Capanne di Marcarolo. Dobbiamo fare una breve scarpinata a piedi per raggiungerla, posta quasi sul greto del torrente. È una chiesetta piccola e semplice, edificata a fine XX secolo conserva un dipinto che, molto male conservato, raffigura San Rocco con alle spalle un Angelo il quale regge una scritta ‘ERIS in peste patronus'.
Rientro così verso il borgo per prendere l'auto e recarmi a vedere la chiesetta dedicata alla Madonna del Rosario in località Bricco, edificata per volontà degli abitanti del luogo nel XIX secolo. La facciata a capanna, ha un portone rettangolare e quattro finte lesene che reggono un marcapiano, sopra al quale un affresco, da restaurare, che rappresenta la Madonna con il Bambino.
Visto che sono in compagnia di un esperto e abitante del luogo non posso non andare a vedere un altro edificio, immerso tra le vigne, ossia i ruderi della torre dell'Albarola. Torre che faceva parte del sistema delle torri di avvistamento voluto attorno al 950 da Berengario II, creata per controllare le incursioni saracene e che divenne anche nel XVII secolo campanile della scomparsa abbazia di San Filippo Neri. Qui il panorama spazia su tutta la valle del Piota fino agli Appennini e alla Pianura Padana.
Ci rechiamo così affamati, a gustare alcuni prodotti locali come i ravioli affogati nel vino dolcetto di Ovada, frittata alle erbette.
Lascio Lorenzo, ringraziandolo della splendida compagnia e una passeggiata per il borgo aiuterà la digestione, così posso ammirare la chiesa di San Bernardo che presenta un ampio porticato che fu rifugio per viandanti e pellegrini per diversi secoli. Ha un portale rettangolare con due finestre laterali. Un ampio finestrone posto sotto il timpano che ha fattezze barocche.
Nel centro storico fuori dal ricetto fanno bella mostra diversi nobili palazzi, come Palazzo Baldo sede attuale dell'Ente Parco delle Capanne di Marcarolo, un tempo anche utilizzato come sede della scuola. Non si può dimenticare il bell'edificio della Società filarmonica di Lerma, fondata nel 1881, ma anche gli antichi cortili e stradine con ampi voltoni. Lungo Via Martiri della Benedica incontro la chiesa di Sant'Antonio, con la sua facciata a capanna, portale rettangolare affiancata da due finestre e tre moderne finestre a modo di trifora sulla porta centrale, La chiesa è a navata unica ed è stata recentemente restaurata; vicino vi è un palazzo storico, dove sul suo architrave vi è scolpito un evidente segno di antica appartenenza alla vicina chiesa, forse era l'abitazione dei sacerdoti. Poco discosta vi è un interessante e curiosa piazzetta che per raggiungerla occorre passare sotto un voltino di una casa, è chiamata in gergo popolare "Piazza dei Bisticci", per l'alta litigiosità popolare, quasi vi fosse nascoste un Ungomano. Proprio dietro la piazzetta, quasi di fronte ad un antico edificio su cui è affrescato un santo domenicano si apre l'antico Asilo con la sua insegna dipinta un tempo sulla facciata. Asilo istituito nel 1883-85 dalla marchesa Paola Spinola e affidato alle suore della congregazione di Nostra Signora della Neve. Sempre su Via Martiri della Benedicta si erge un bel palazzo con un importante stemma nobiliare, si tratta di Palazzo Rossi, antichi banchieri genovesi.
Riesco così a raggiungere l'auto per recarmi sulla strada che mi porta sul ponte del torrente Piota, alla chiesetta di San Sebastiano, ove con la peste del 1630 e le epidemie di colera ottocentesche fu collocato un lazzaretto. Dall'archivio parrocchiale sappiamo che nel 1630, in circa tre mesi morirono di peste ben 296 persone. Ora l'edificio è adibito a scuola d'intaglio del legno.
Raggiungo così il mio prossimo obbiettivo posto lungo la strada che conduce alla strada per le Capanne di Marcarolo.
Per raggiungere la chiesetta passo vicino alla torre di guardia della cascina Colombara, dove anticamente per passare da Lerma si doveva pagare un pedaggio.
La chiesa campestre San Pantaleo si trova in località Masino, forse edificata nel XIV secolo durante una pestilenza in onore del Santo medico e martire. La chiesetta è a aula unica, anticamente un ampio portico doveva precedere l'ingresso della chiesa che era ruotato di 180 gradi. Ora, dove vi era l'abside, vi è la porta con due piccole finestre. La chiesetta ha bisogno di urgenti lavori di consolidamento e restauro.
Sempre in auto, raggiungo sull'altro versante del Piota il Santuario di nostra Signora delle Rocchette, o meglio Nostra Signora Delle Grazie. Costruito su un promontorio roccioso a strapiombo tra il torrente Piota e dove forse un tempo era presente una fortificazione quadrilatera, come affermano gli anziani del posto. La chiesa risulta edificata nel 1291 forse dipendente dallo scomparso monastero femminile di Santa Maria di Banno. Era posto lungo la strada che proveniente dal genovesato attraversa le capanne di Marcarolo raggiungendo Lerma e Casaleggio.
La chiesa fu oggetto di diversi lasciti, anche della famiglia Spinola; infatti Luca Spinola provvide al restauro dell'edificio come attesta una lapide datata 1412, restauri ancora rinnovati nel 1691 e anche da Agostino Spinola, nel 1617 dopo aver contratto un nuovo matrimonio. Costui vedovo dal primo matrimonio con Cecilia, sua cugina figlia di Lazzaro Spinola morta nel 1614 senza avergli dato prole, sposa Vittoria Doria. Dopo un voto fatto alla Vergine, ebbe due gemelli, e in ottemperanza all'impegno assunto fece ampliare la chiesa di Nostra Signora delle Rocchette e fece dono della preziosa icona della Madonna con Bambino, opera di Barbara da Modena, ora presente nella parrocchiale. La chiesa si presenta sia esternamente che internamente semplice. La facciata è anticipata da un bel portico, un alto campanile sostituisce la più antica cella campanaria. La chiesa è a navata unica con una discreta illuminazione. La tela sull'altare principale raffigura Agostino Spinola e Vittoria Doria con i due gemelli tra il ritratto della Madonna con Bambino per grazia ricevuta. Una lapide ricorda la frequentazione al Santuario di Santa Maria di Domenica Mazzarello cofondatrice delle figlie di Maria Ausiliatrice. Invece all'esterno dell'edificio religioso una lapide ricorda che tra l'estate 1943 e la primavera 1945 durante le persecuzioni e deportazioni razziali e religiose, il parroco Don Luigi Mazzarello nascose alcune persone ebree nella cripta della chiesa. Cripta che ospitava i loculi della famiglia feudataria degli Spinola. Un'altra lapide, posta sotto a quella prima descritta, ricorda che il 18.04.2012 lo Yad Vashem di Gerusalemme assegnò a Don Luigi Mazzarello il titolo di "Giusto fra le Nazioni".
Sulla strada che mi ha condotto al Santuario esistono ancora le 14 cappelle della Via Crucis, collocate nel 1922 ed un tempo contenenti le scene in lamiera sbalzata e dipinta, che furono forse oggetto di furto.
Mi reco ancora a vedere la chiesa campestre in località Mascatagliata. Un piccolo edificio religioso edificato nel XX secolo, durante il periodo in cui imperversò l'influenza spagnola. La chiesetta, in fregio alla strada, anticipata solo da un piccolo prato è curata costantemente dalla popolazione locale. Presenta una facciata a capanna, un ampio portone e due piccole finestre ovali locali.
La cura della chiesetta è testimoniata dai mensa dell'altare coperto da una tovaglia di pizzo e dai fiori freschi presenti.
Presso tutte queste chiesette che oggi ho visto si celebravano le cosiddette "rogazioni", riti per scongiurare epidemie e calamità e per propiziare buoni raccolti. Rimango perplesso sul nome della località: Mascatagliata, il cui significato mi è oscuro, sapendo che Masca in dialetto è sinonimo di strega.
Lascio così Lerma ben comprendendo quello che un anziano del paese mi aveva detto, spiegandomi il termine Lermaciö, ossia un sentimento d'appartenenza legata all'ambiente, alle tradizioni, allo stile di vita e soprattutto all'attaccamento al paese.