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Il mio Piemonte: Fontanetto Po

Mercoledì 09 Ottobre 2019 14:33
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Fontanetto PoC'è il sole, non serve altro per raggiungere il piccolo borgo di Fontanetto Po.
Il territorio del piccolo borgo appare come emerso in un grande lago. Infatti le risaie che lo circondano sembrano far emergere le sue antiche mura da un grande lago. Il sole riflettendo sull'acqua disegna colori vivi, quasi incandescenti.
Il riso sarà presto alto e il suo biondo colore riverbera sulle rogge e canali, dove l'acqua lo ha per mesi alimentato.
Il borgo, posto sulla sinistra del grande fiume Po, nel vercellese, forse insiste su quello che un tempo era l'abitato romano di Ceste – Vetusto Cestis, ancora attestato come tappa al XXXII miglio della strada che collegava Pavia con Torino. Con le invasioni barbariche il vecchio borgo scomparve dalla memoria collettiva.
I primi reperti sono di epoca longobarda, rinvenuti nel 1886 durante le costruzioni della linea ferroviaria Chivasso-Casale. Già prima dell'anno Mille, Fontanetto era infeudata all'Abbazia benedettina di San Michele di Lucedio, poi detta di San Genuario.
Altre fonti fanno il territorio infeudato nel 1011 all'Abbazia cluniacense di Fruttuaria, che ne divise la giurisdizione con la chiesa di Vercelli. Nel 1242 fu eretta a "Borgofranco" dal comune di Vercelli e poi infeudato nel 1315 alla famiglia vercellese dei Tizzoni.
Alla fine XIII secolo il territorio passa sotto il controllo del marchese del Monferrato.
Ma solo nel 1323 fu ricostruito il borgo, dotandolo di mura con due porte di accesso.
Dopo due secoli di dominio dei marchesi del Monferrato, con la morte di Giangiacomo Paleologo, Fontanetto insieme a tutto il Monferrato passa ai Duchi di Mantova e poi infeudato alla famiglia Gueniera e successivamente passa nel XVIII secolo allo Stato Sabaudo.
Lascio così l'auto parcheggiata in Piazza Garibaldi ove si erge il palazzo, del XIX secolo, che ospita il municipio e le scuole elementari e materne.
Questa piazza un tempo era detta "Prato della Tela" perché era una vasta area prativa che veniva utilizzata per stendere la tela di canapa tessuta dalle maestranze di Fontanetto. Sulla piazza si erge il bel monumento ai caduti fontanettesi della Prima e Seconda Guerra Mondiale, la roggia Chiusa, abbellita di un viale alberato chiude da un lato la piazza.
Mi dirigo subito verso la chiesa di San Sebastiano; una costruzione che risale al IX secolo ma che subì numerosi rimaneggiamenti, fino ad assumere le attuali fattezze romaniche. Inizialmente era intitolata a San Martino de Tour, ma poi nel XV secolo fu consacrata a San Sebastiano, protettore contro le pestilenze insieme a San Rocco.
La facciata a capanna è tripartita da leggere lesene, lungo tutti i lati della chiesa, comprese l'abside circolare, ed è coronata da decori pensili. L'interno è a navata unica con tetto a capriate. Le pareti interne sono affrescate ma bisognose di urgenti restauri.
Rientrato su Piazza Garibaldi, superato la roggia Chiusa e corso Massimo Montano, entro in Via Giovanni Battista Viotti. Il nucleo storico del borgo si presenta a pianta quadrata e le sue strade lo suddividono come una scacchiera. La via si presenta lunga e interamente porticata da entrambi i lati, le costruzioni sono a pochi piani spesso con finestre decorate a formelle che ricordano come questa strada sia la più importante dal Trecento a oggi.
Infatti subito incontro le chiese dei Santi Apostoli, con il suo piccolo sagrato, ormai adibito a parcheggio. Questa chiesa è edificata in stile barocco tra il XVII e il XVIII secolo, purtroppo è chiusa e non posso ammirare la pala d'altare ovale ivi contenuta, raffigurante i Santi Pietro e Paolo ai piedi della Vergine Assunta. La chiesa posta sotto il patronato della famiglia Negri, il cui stemma è riportato sulla tela, sorretto da un angelo, è sede dell'omonima Confraternita.
Posto sulla perpendicolare Via Viotti, in Via Fratelli Negri trovo il settecentesco edificio a mattoni a vista, dotato di torre, oggi tronca, denominata Palazzo Barone Vita. Proseguendo per Via Viotti, adiacente alla chiesa della santissima Trinità, vi è un bel palazzo con due finestre in cotto a sesto acuto. Il monogramma di San Bernardino presente sull'edificio dovrebbe indicare che vi era una antica farmacia.
Palazzo Ovis, era di proprietà della Confraternita della santissima Trinità e servì come ospizio per i pellegrini in viaggio verso Roma e la Terra Santa.
Adiacente a Palazzo Ovis vi è la chiesa della santissima Trinità, destinata un tempo alla Confraternita della concezione della Beata Vergine. La costruzione dell'edificio inizia a fine XV secolo. L'edificio è aperto, riesco così ad accedervi, è a navata unica, conserva un bel gruppo ligneo rappresentante la Deposizione di Gesù dalla croce, acquistato dai confratelli nel 1568 dal Sacro Monte di Varallo dove era stato sostituito da un nuovo gruppo scultoreo. Nella chiesa sono conservati diverse tele del XVII e XVIII secolo che necessitano di urgenti restauri.
Accanto alla chiesa, posta sulla perpendicolare Via XX settembre sorge il seicentesco collegio delle Orsoline, arrivate a Fontanetto a metà del XVI secolo.
Di fronte alla chiesa della Santissima Trinità, ma con ingresso in Via Marconi, vi è la grande chiesa parrocchiale intitolata a San Martino.
Quest'ultima, edificata intorno all'anno Mille, subì profonde ristrutturazioni nel 1793.
La tradizione vuole che la chiesa fosse stata progettata dall'architetto, Guglielmo da Volpiano, abate di Fruttuaria sotto la cui giurisdizione ricadeva Fontanetto, ed intorno ad esso si ricostruì il borgo fortificato per volontà di Teodoro Paleologo. Cinquecentesche sono le decorazioni esterne visibili lungo Via Viotti nel sottogronda della chiesa. La chiesa presenta un tetto a doppie falde a spiovente.
Realizzato esternamente in mattoni a vista, la facciata dell'edificio è semplice, tripartita da massicce lesene, nelle due parti laterali, ove il tetto a spiovente è ribassato, presenta due piccole finestre, mentre la parti centrali, dove si prospetta l'unica porta di accesso, incorniciato da un portale in pietra scolpita, ha un grande rosone centrale posto sotto ad tetto a capanna.
Accedo alle chiese, superati i pochi gradini d'accesso; l'edificio si prospetta a tre navate, decorato a stucchi settecenteschi e presenta pregevoli arredi sacri e arredi liturgici seicenteschi. Quello che colpisce subito è il grande pulpito in legno intagliato. Anche il coro posto dietro il settecentesco altare maggiore è intagliato, presenta diciassette stalli, molti coevi del pulpito di fine Seicento. Nel catino absidale campeggia una grande pala d'altare del XVIII secolo raffigurante l'Assunzione della Vergine tra San Martino e San Bonomio.
In chiesa fa bella mostra anche il "Signur gross" un grande crocifisso ligneo di fine XVI secolo.
Uscito dalla chiesa non posso non alzare nuovamente gli occhi a guardare il sontuoso campanile, alto 56 metri, interamente realizzato in mattoni a vista, che presenta per ogni piano ampie finestre ad arco, per lo più tamponate, arricchite da decorazioni ad archetto.
La cella campanaria presenta per ogni lato quattro gentili finestre ad arco suddivise da leggeri e più grandi colonnine realizzate in mattoni. Sopra ad esso un grande orologio e sopra a questo due gruppi di trifore per lato, sempre in mattoni.
Sul fianco della chiesa parrocchiale vi è la piccola chiesa del Carmine, che non sfigura di fronte all'imponente chiesa parrocchiale. Il suo leggero campanile sembra voler orgogliosamente contrapporsi al massiccio campanile della chiesa di San Martino. La chiesa è del XVII secolo, la trovo chiusa e non posso così ammirare la macchina d'altare Barocco a forma piramidale raffigurante l'arcangelo Michele.
In un edificio adiacente un tondo di bassorilievo raffigura San Martino vescovo.
Di fronte alla chiesa del Carmine vi è la casa di riposo di Fontanetto Po, ricavata nell'antico Palazzo Caligaris del XVII secolo.
Poco più avanti vi è casa Bava, la facciata presenta alcuni elementi gotici come le tre finestre e un arco. Questa casa, fu la prima residenza delle Orsoline prima del trasferimento nel vicino monastero.
Ritorno su Via Viotti e ne proseguo la passeggiata. Dove termina la strada, all'incrocio con Via San Rocco, una lapide ricorda Giovan Battista Viotti.
Questo grande artista, a cui è stato intitolato la via centrale del borgo antico, vi nasce nel 1755 e muore a Londra nel 1824. Fu un importante compositore e violinista. Figlio di un fabbro, si trasferì a Torino per studiare musica. Preso sotto la protezione del principe Alfonso Dal Pozzo della Cisterna, s'avvia allo studio del violino e alla composizione. Dapprima è assunto tra i violinisti del teatro Regio, successivamente inizia a viaggiare per l'Europa per tenere concerti: Ginevra, Berna, Dresda, Berlino, San Pietroburgo e in Polonia.
Tour fatto insieme ad un altro grande della musica, il maestro Gaetano Pugnani.
Prosegue a viaggiar da solo per l'Europa, raggiunge dapprima Parigi, dove pubblica il primo concerto per violino in La maggiore. Si soffermò diversi anni a Parigi dove continuò a suonare e studiare e ad avviarsi alla carriera di impresario teatrale.
Con la rivoluzione francese nel 1792, il Viotti fu costretto a rifugiarsi a Londra, dove riprese l'attività concertistica, ma la necessità di soldi lo obbligò ad aprire una attività commerciale di vini e liquori. Nel marzo 1798, sospettato di giacobinismo, per le sue frequentazioni di simpatizzante della rivoluzione francese, fu espulso dall'Inghilterra.
Rifugiatosi per due anni ad Amburgo, dove vi scrisse l'autobiografico "Precis de la vie"; fu di nuovo a Londra e poi ancor a Parigi e di nuovo a Londra.
Tra le tante opere musicali di Giovan Battista Viotti, una querelle musicale lo rese più famoso. Querelle non ancora risolta e lo vede contrapposto a Rouget de L'Isle. La vicenda vuole che nel 1781, Viotti compose una melodia che fu poi fatta propria dalla Rivoluzione Francese, quando la notte del 25 aprile 1792, l'ufficiale dell'esercito francese Cloude Rouget de l'Isle compone un brano basato sulla musica del Viotti.
Cantato e suonato durante una manifestazione patriottica non ebbe subito un gran successo, ma quando giunse a Parigi con un battaglione di marsigliesi che cantava l'inno di Rouget de l'Isle, la melodia divenne subito famoso. Era la marsigliese ed oggi è l'inno nazionale di Francia.
Raggiungo così la chiesetta di San Rocco posta proprio alla fine di Via Viotti. Sull'adiacente piazzetta vi è un moderno monumento al compositore fontanettese.
La chiesa, posta simbolicamente all'estremità opposta del borgo rispetto alla chiesa San Sebastiano, quasi a voler bloccare alle parti del paese le pestilenze, proteggendone gli abitanti.
L'attuale edificio risale al 1759 e l'interno pare abbastanza spoglio. Conserva la statua di San Rocco e un dipinto raffigurante il transito di San Giuseppe precedentemente conservato nell'ex convento delle suore Orsoline.
Per tornare verso l'auto, percorro Corso Dante che funge da circonvallazione al centro storico, raggiunto Via Montano, vicino ad un vecchio tram torinese, posto a monumento, vi è anche un altro monumento, quest'ultimo ricorda il sacrificio di un cittadino fontanettese.
Il monumento ricorda Massimo Montano, a cui la via è anche dedicata. Costui fu il simbolo della locale comunità per la riconquista della libertà. Il Montano dopo essersi diplomato come ragioniere a Torino, diventa ufficiale del Regio Esercito, prende servizio nel 1939 nell'11° Reggimento Alpini a Trento, viene inviato in Albania e poi in Francia e assegnato al Nizza Cavalleria a Torino.
Dopo l'8 settembre 1943 entra a far parte del movimento partigiano torinese, viene arrestato il 29 marzo 1944, processato viene fucilato il 5aprile 1944 al poligono di tiro del Martinetto a Torino. A Massimo Montano fu concessa la medaglia d'argento al valor militare.
Nell'adiacente piazzetta, un grande bossolo di bomba lanciato del 23luglio 1943 ricorda i morti sotto quel bombardamento.
Mentre riprendo l'auto voglio solo ricordare che sulla roggia Camera sorge un antico mulino ad acqua, denominato di San Giovanni e risalente al XV secolo. Mulino che ricostruito nel XVII secolo dopo le distruzioni del territorio subite per le guerre tra francesi e spagnoli, oggi ospita anche un museo sulla storia della lavorazione del riso.
Dopo una bella giornata passata in un angolo sperduto del mio Piemonte, soddisfatto di aver visto e appreso molte cose sulla storia locale, rientro pigramente verso casa.