Blog di Dante Paolo Ferraris

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Solitudine moderna e specchietti per le allodole

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Di cosa ha bisogno l’uomo contemporaneo e soprattutto i nostri giovani?
La televisione ha creato la cultura delle celebrità, i nuovi network stanno creando quella della connettività, non uso volutamente il termine socializzazione.
Con la convergenza di queste tecnologie costruiamo una pulsione comune dove celebrità e connettività sono due modi di farsi riconoscere. Forse è questo che vogliamo noi oggi?
Per chi vuole essere conosciuto e allargare le sue conoscenze sociali basta collegarsi rendendosi visibile a una moltitudine di persone magari su Facebook o altri network.
È questa la condizione che conferma il nostro modo di essere oggi. Facendoci vedere dagli altri diventiamo veri per noi stessi.
L’essere nessuno, l’anonimato è la grande paura dei giorni nostri. Sono le nostre foto che parleranno di noi, creandoci quel profilo che abbiamo paura di dire o di scrivere.
Viviamo così prevalentemente il rapporto con gli altri, mentre parliamo con qualcuno, maneggiamo freneticamente il cellulare in attesa di uno squillo o di un SMS, come se il colloquio frontale ci fosse insufficiente, e così la solitudine scompare dalle nostre vite.
Non si rimane mai soli per più di dieci minuti. E questo significa che si è persa l’intimità.
Una volta ho chiesto ai miei colleghi e amici se cercassero la solitudine nella loro vita quotidiana. La risposta univoca è stata che stare soli mette ansia, anzi mi hanno ribaltato la domanda con un'altra domanda “ma chi ha interesse stare solo?”.
La tecnologia ci sta portando via non solo l’intimità ma anche il piacere di star un attimo soli, fino a provocarci poi crisi d’identità o anche gravi stati di depressione.
Da qualche tempo, sempre alla ricerca di strumenti per conoscere ciò che mi circonda e poterlo poi utilizzare a fini di lavoro, magari applicabili al mondo NO PROFIT, sto studiando i nuovi metodi di comunicazione soprattutto tra i giovani per capire quali nuovi stimoli servono per rendere le associazioni più accattivanti e quale contaminazione sia necessaria tra le nuove e vecchie generazioni.
Mentre la stampa, a partire dal cinquecento, rendeva il piacere dell’intimità sempre più oggetto di pubblico ludibrio ed ancor oggi sono più vendute le riviste di gossip e chiacchiericcio che quelle culturali, la televisione cambia anche l’assetto domestico, dove al centro non c'è più il focolare, ma lei una meraviglia tecnologica che ci fa entrare in casa altrui o peggio che spia cosa facciamo in casa nostra. Mi ha divertito il racconto di un amico, nemmeno tanto anziano che solo qualche settimana fa, mi diceva che quando per televisione mostrano qualcosa di “sconveniente”, lui gira l’effige della madonnina che ha vicino alla TV. Mi sono sempre domandando in questo caso, non bastava cambiare canale? o la morale andava nascosta per godere del moralmente vietato?
In questo contesto internet è arrivato come una benedizione divina, ha acculturato la massa, qualcuno afferma, forse, dico io!, quello che ha fatto di certo e che se usato correttamente ha facilitato la vita di tutti i giorni, ha permesso alle persone isolate di comunicare e sentirsi meno ai margini della società, ai genitori di rimanere in contatto quotidiano con i figli o ai nipoti che studiano o lavorano all’altro capo del pianeta, all’adolescente di farsi amici in tutto il globo, a quello con orientamenti diversi di non sentirsi sfigato e di colloquiare con suoi simili, alla chiesa di trasmettere ovunque e diffondere i vangeli, ecc.
Ma internet non sta più solo a casa, nel computer ingombrante, ora e sul cellulare, da li pubblichiamo foto, inviamo filmati scriviamo su Facebook ...
Un flusso costante di contatti virtuali ed immediati, ci tiene collegati attraverso una ragnatele di connessioni, dove il contatto reale sembra contare sempre meno.
Questa rete consente connessioni tra ambiti un tempo lontani: chiamatela globalizzazione del sistema, ma quello che si fa oggi in un lontano paesino del Piemonte rimbalza rapidamente dall’altra parte della nostra penisola.
L’obiettivo ora è farsi conoscere, diventare una mini-celebrità. Quanti amici ho su Facebook?, quante persone leggono il mio blog? Su Google o Virgilio quanti risultati genera il mio nome?. falsa autostima o ricerca di condividere la propria intimità?
Ma siamo davvero cosi meno soli, davanti ad un computer? Cosa vuol dire avere 937 amici su Facebook? L’amicizia è cosi semplice?, una volta si conquistava ora si chiede con un click.
Giorni fa, mentre studiavo il comportamento dei giovani, mi invento un nome di fantasia (Paolo DANEI) e metto qualche dato vero dei miei nel profilo inventato di Facebook e vado a caccia di amici.
Nel giro di un quarto d’ora lanciando qualche richiesta d’amicizia mirata mi trovo oltre 40 amici, è bastato pescare due persone che ti accettavano da amico e un codazzo di presunti amici degli amici si sono ritrovati miei amici. Di questi in realtà ne conoscevo non più di quattro. Solo due mi hanno scritto chi sei, e dopo un po' di chat uno mi accetta senza tanto scoprirmi, l’altra mi rifiuta.
Ma il culmine è stato quando ho inserito tra gli amici un noto locale di divertimento, con quella amicizia, che ovviamente un locale ti da subito, sono stato successivamente accettato da una moltitudine di avventori del locale nonché ricoperto di richieste di amicizie.
In un'ora circa di vita del mio alias, ho raccolto oltre cento amici, un solo rifiuto e uno solo che in chat scopre la mia vera identità, persona che conosco e per cui è stato facile “sgamarmi”.
La domanda da porsi è se è questa la vera amicizia o solo un modo di farsi conoscere.
Non lo so ma sono certo che in questo mondo mediatico e delle apparenze, ci scandalizziamo davanti alla TV o ai filmati di YouTube, quando toccano i nostri interessi, ma siamo pronti a dissacrare chiunque non condivida le nostre scelte.
La solitudine, antica chimera è oggi più che mai presente in molti di noi, sfoghiamo pulsioni e tensioni alla ricerca di nuovi luci, come se il mentore della nostra vita fosse una continua ricerca dell’araba fenice.
Occorre radicare maggiormente i sentimenti, aiutare e aiutarci a ritrovare un rapporto condiviso e reale con l’altro, sedimentare il nostro modo di essere anche nel volontariato. In nostro aiuto i sicuri principi della Solidarietà, che non utopisticamente insistono nel quotidiano e danno dimostrazione di sé con il lavoro di tanti di noi.
Dobbiamo solo crederci, e lo possiamo fare solo noi e non certamente virtualmente.