Blog di Dante Paolo Ferraris

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Cronaca di un tipico disastro italiano.

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Il Mattino: 25/11/1980In questi giorni ricorre il trentesimo anniversario del terremoto in Irpinia; era il 23 novembre di quell’ormai lontano 1980. La mia TV era ancora in bianco e nero, i TG delle poche reti RAI di allora davano poche e sparute notizie, più legate al bradisismo del napoletano che della tragedia che solo in piena notte darà' voce alla vera drammaticità.
Passano pochi giorni ed io, ancora minorenne, parto con degli amici a portare il mio contributo di solidarietà, solo le mie braccia saranno l’aiuto che potevo offrire.
Ho cercato tra i miei ricordi, tra le mie "scartoffie", ed ho ritrovato ingiallite fotografie di quei tragici giorni: ho ritrovato gli appunti nel mio diario, scritti con calligrafia e mano insicura, ma ancora traspirava il sentimento di un adolescente prono davanti a tanta sofferenza.
Quell’esperienza mi segnerà e mi insegnerà molto, inseguendomi per il resto della mia esistenza.
Non farò danno a nessuno se ora con voi ripercorro la mia esperienza, magari scopiazzando dal mio vecchio diario e arricchendo il tutto con la mia trentennale esperienza.
Il gruppo era composto da 10 volontari di cui due medici; con tre automezzi partiamo da Alessandria il 25 novembre quando le notizie erano ancora scarse e confuse, dotati di tutto punto, scarponi, pale, picconi, trance, guanti, tute da lavoro (i famosi tony blue) ma anche pagnotte, vino, prosciutti e altri viveri di sostentamento.
La strada per arrivare e' lunga, anche se i miei compagni di viaggio, tutti più grandi di me, (io ero l'unico minorenne del gruppo) la rendono meno pesante con i loro giochi e scherzi, mentre ascoltiamo le notizie dal terremoto sulla radio a transistor.
Avvicinandoci a Napoli, iniziamo a sorpassare interminabili colonne di autocarri dell'esercito e dei Vigili del fuoco. Breve sosta a Salerno per prendere informazioni da alcune persone, tra cui una a cui mi legherà in seguito una grande amicizia.
Le prime notti le passiamo all'addiaccio, dormendo a turno sui sedili prima di partire per la nostra destinazione finale: Calabritto. Verso la cittadina partimmo in piena notte e man mano che albeggiava e il sole faceva capolino dietro i monti dell’Irpinia si annunciava ai nostri occhio uno spettacolo a dir poco allucinante.
A Calabritto non era ancora arrivata "ombra" di soccorso. Erano passati due/tre giorni da quando il terremoto aveva sconquassato il paese, cancellandolo dalla faccia della terra, solo case distrutte, lezzo dei cadaveri dissepolti dalle stesse mani dei sopravvissuti alla catastrofe. I soli aiuti giunti insieme a noi sono i Vigili del fuoco di Milano e la Guardia forestale.
Poco dopo, ci raggiungono dei carabinieri con il Sindaco nel disperato tentativo di fare un sommario censimento, dal quale risultavano mancanti all'appello 200 persone tra morti e dispersi su una popolazione di circa 3500 abitanti.
Nell’unica casa rimasta in piedi, forse costruita con criteri antisismici, veniva istituito rapidamente l' ufficio del Sindaco, una farmacia gestita dal medico del paese, un centro raccolta e distribuzione viveri.
Il medico poche ora prime aveva dovuto amputare una mano ad un uomo per estrarlo dalle macerie. I medici che sono con noi, aiutati da un infermiere che faceva parte della nostra squadra si mettono a collaborare con il medico locale e iniziano a portare il soccorso sanitario necessario.
Nel pomeriggio del primo giorno e nei giorni successivi iniziano ad arrivare i parenti di quei disperati che erano i terremotati di Calabritto, i Carabinieri e i militari formano una cintura di sicurezza e non lasciano entrare nessuno in paese, sui loro volti si leggeva disperazione e rabbia.
Qualcuno tenta di eludere la sorveglianza ma loro, determinati, non lasciano passare nessuno se non gli autorizzati.
Dopo di noi una marea di soccorsi arriva a Calabritto: viveri, coperte, medicinali che verranno prontamente distribuiti, anche i giocattoli, che per quanto mi sembrasse allora paradossale, servono a distogliere un poco i bimbi dalle loro disgrazie. Per ultime arrivano le bare, immediatamente riempite, togliendo così dalla piazza quei poveri corpi coperti con miseri stracci di lenzuola, dando così nuovamente dignità agli stessi.
Da qualche giorno un terribile mal di denti mi attanaglia e ho quasi esaurito le fialette di anestetico del dott. Knap.
A noi si avvicina un vecchio con gli occhi gonfi e pieni di lacrime, ci indica la casa dove sono sepolti i suoi nipoti. Ci dirigiamo con gli agenti della forestale verso il posto indicandoci dal vecchio, passando tra cumuli di macerie e tra muri pericolanti che si sono appoggiati tra loro a formare improvvisate capanne.
Inutile dire la foga della Guardia forestale e il nostro impegno nella speranza di trovare i nipoti di quel uomo ancora vivi. E’ una palazzina di recente costruzione di tre piani vicino al cinema, ora alta poco più di tre metri. Dopo un intenso lavoro a scavare tra le macerie si inizia a intravedere una testa. Intorno alla quale si scava a mani nude. Ben presto vengono alla luce un uomo e due bambini.
Il corpo dell'uomo abbraccia i bambini e fa da scudo agli stessi, nessuno presentava ferite particolari. I corpi così estratti vengono dapprima adagiati su barelle a cucchiaio per essere portati in piazza insieme agli altri corpi.
Il vecchio nel riconoscere i corpi dei suoi famigliari, ammutolisce, ha finito le lacrime, sul suo volto c'è un misto di disperazione e di rassegnazione ma anche di tragica contentezza nell’aver ritrovato i loro corpi. E' una scena straziante, un lenzuolo li copre e in un mesto funerale, con i volti dei soccorritori che al loro passaggio si bloccano e assistono all’afflitto corteo.
L'uomo verrà poi a donarci due bottiglie di liquore, tra le quali una bottiglia di sambuca; nell'uscire dal centro abitato, dei militari mi fermano e pensano ad un furto: è lo stesso vecchio a venire a spiegare lo spiacevole inconveniente. Saranno gli sciacqui fatti proprio con quel liquido dolciastro ad addormentare le mie gengive e a farmi soffrire meno il mio mal di denti.
Una violenta pioggia colpisce per giorni l'Irpinia, creando difficoltà nei soccorsi; molte volte occorre posare gli strumenti di lavoro per evitare che gli improvvisi e violenti scrosci d'acqua facciano dei danni anche a noi, inoltre il pericolo dei crolli e' sempre presente.
Il lavoro è veramente massacrante in mezzo a quell’impasto maleodorante di melma.
La tragedia del paese assume con il trascorrere dei giorni dimensioni sconvolgenti. Le ruspe procedono con cautela, il rombo sinistro si interrompe con frequenza, e' il segnale per le squadre al lavoro, pronte alla rimozione delle salme che affiorano dal groviglio di tufi e calcinacci delle povere case sbriciolate.
I rumori che accompagnano il lento trascorrere delle ore, sono quelli delle pale degli elicotteri, quelle delle ambulanze che chiedono strada o quelle dei camion che stracolmi di detriti percorrono le anguste vie.
Il lezzo dei cadaveri viene lavato dalla pioggia, che crea però nuovi danni e difficoltà nei collegamenti. Il gelo lo senti nelle ossa e il vento la sera sibila tra quei muri che una volta erano i focolari di quelle famiglie ormai distrutte dal dolore.
Due persiane sbattono tra loro tutta la notte su un muro che un tempo nascondeva una casa e i suoi affetti: ora sembrano il lamento di una comunità scomparsa, la forza del vento a tratti pare ricordare il pianto delle madri alla ricerca dei propri cari.
Una fioca luce arriva con gli uomini dell'Enel; ciò rende ancor più spettrale e triste il luogo ma permette anche di controllare meglio quello che rimane del paese.
Benché l'unico sistema di collegamento sia la radio dei Carabinieri, gli "sciacalli" iniziano ad aggirarsi e vendono i gettoni telefonici a 1000 lire ma la cabina telefonica non funziona... e bottiglie d'acqua minerali a prezzi indicibili...
E’ un momento difficile per tutti; piove e fa freddo, le tende sono poche e non servono un granché; ci sono i primi casi di influenza e raffreddamenti, bronchiti ed enteriti.
Giunge un volontario tedesco, il dr Stahin, munito di una sonda speciale che coglie fruscii, respiri, vibrazioni e battiti cardiaci. Messo subito all'opera individua un battito: speranza tra i presenti, il gruppo scava e dai ruderi esce scalciando soddisfatto un somarello.
Sono oltre 30 i cadaveri estratti dalle macerie insieme al Corpo Forestale dello Stato. Il 95% delle case è totalmente distrutto. Il nostro gruppo si offre anche di vaccinare la popolazione con antitetaniche, ma gran parte di essa si rifiuta nettamente di sottoporsi alla vaccinazione.
Il somarello appena salvato, sfamato e legato ad un albero della piazza vicino ai nostri mezzi, all'improvviso si mette a ragliare; non capisco cosa abbia visto o sentito, lo iacco (mulo in dialetto locale) sicuramente ha anticipato una forte scossa di terremoto che fa cadere ancora quei pochi muri rimasti in piedi come vigilanti sentinelle di un paese ormai vuoto.
Ci dirigiamo verso Muro Lucano (PZ), incontrando dei volontari della Croce Rossa di Catania e di Chivasso: mentre cerchiamo di raggiungere il nostro nuovo obiettivo, ci fermiamo nei diversi paesi che tocchiamo ad aiutare le locali popolazioni. Passiamo da Oliveto Citra (SA) con il suo ospedale da campo in fase di allestimento in quanto quello locale era crollato; un paese distrutto per circa il 50%.
A Colliano (SA) vediamo una tendopoli già funzionante, sono tre i morti che ci dicono finora recuperati tra le case distrutte.
A Valva (SA), fa freddissimo, l'aria mi taglia le orecchie, rimpiango i passamontagna, il freddo passa sotto l'eskimo, peraltro perennemente fradicio per le intense piogge.
Giungiamo a Laviamo (SA) nell’alta irpinia, attraverso strade sinistre e quasi impercorribili; le recenti frane ci portano a lunghe deviazioni. Questo e' uno dei paesi più duramente colpiti, su una popolazione di poco più di 2 mila abitanti, circa 180 sono i morti e molti sono ancora i mancanti appello.
Non ci fanno entrare nel centro, dicono che ci sono stati casi di tifo. Da qui per raggiungere Muro Lucano, abbiamo ancora 80 km circa di strade secondarie da percorrere, in quanto le strade principali sono franate o impercorribili.
Il viaggio continua passando da Conza, Pescopagano, Castelgrande prima di raggiungere finalmente Muro lucano. A Sant’Andrea di Conza la tendopoli non è stata ancora allestita e la popolazione ha trovato rifugio in auto, pullman e negli ovili non crollati.
Giunti a Muro lucano il tempo passa velocemente poiché tutti si è impegnati ad allestire la tendopoli e mettere in funzione la cucina da campo; lasciamo qui gli amici di Catania e Chivasso per fare rientro nelle nostre case.
Numerose le scosse che si sono verificate in quei giorni. La gente al cadere di un vetro pericolante scappava in ogni direzione, forse per fobia del sisma, forse per semplice reazione. Molte, tante, troppe le scene di panico, le scosse erano tutte tra il 6 e 7 grado della scala Mercalli.
Un forte vento sibilante sembrava anticipare il sisma: poi le scosse... ti sembrava di camminare su un materasso tanto era la suggestione; infatti per qualche istante la gente non si rendeva conto delle proprie azioni ed era facile vederla vagare per le strade a cercare non so che!
Da questa tragedia, dagli sguardi impressi che non posso descrivere, dai ricordi di allora ormai fumosi, nasce la dedizione al mio lavoro...
Il 23 novembre di trent’anni fa, ore 19.32, il terremoto che schiaccio decine di villaggi, paesi, città dell’Irpinia, colpendo intere province del Campania e della Basilicata, ma anche della daunia e del sannio con scosse dal 7° al 9° della scala Mercalli, fece circa tre mila morti, 9 mila feriti, accartoccio oltre 600 mila case.
Un terremoto che impietosamente mise a nudo l’impreparazione dello Stato a reagire ad eventi cosi grandi, nonché evidenziò la fragilità economica del sud. Uno Stato che ancora oggi non ha trovato una vera capacità di risposta se non quella del volontariato, ieri come oggi è sempre presente.
Anche io, allora divorato dalla fame di partecipazione, un misto di ambizione, presunzione, vanità, incoscienza mi pervase e mi prese per la gola e mi spinse a partire.
Era difficile convincere la tua famiglia a lasciarti andare via, cosi lontano, in un epoca in cui i cellulari erano di là a venire e impossessarsi di un telefono in bachelite per parlare con i tuoi famigliari, era cosa non facile, quei pochi apparecchi telefonici erano prede della moltitudine di giornalisti che dettavano il loro articolo per il giornale ai dimafonisti.
Ieri i villaggi sparsi sui colli irpini, presenti come tanti presepi giacevano accartocciati come sotto l’urto di un grande bombardamento. Soccorsi poco attrezzati e mal coordinati, I satrapi politici di allora governavano spesso con metodi clientelari, oggi forse sui colli d’Abruzzo è cambiato qualcosa?
Una cosa e’ certa i vivi piangevano i loro morti in Irpinia come in Abruzzo, gli ospedali si sbriciolano in egual misura a Sant’Angelo dei Lombardi come all’Aquila, la propaganda di allora è la pubblicità di adesso.
Quello che posso fare io, ieri come oggi è metterci le braccia e credere nella capacità di rinascita di questi splendidi abitanti della mia Italia.