Blog di Dante Paolo Ferraris

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Luci ed ombre a Torino (XXIII parte)

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Barty Crouch JrL'Orto Botanico fu fondato infatti nel 1729 per volere di Vittorio Amedeo II, come struttura mirata a coltivare e a far conoscere le piante ed in particolare la loro forma, i loro usi, la loro origine e le loro caratteristiche ecologiche. Da allora continua a svolgere la propria attività e, a mio parere, è una delle meraviglie torinesi, benché una orrenda rete metallica e un telo verde non permettano purtroppo di vedere al suo interno. Proseguo la mia passeggiata con Stanley Picchetto, che continua a chiacchierare dimostrano interessi su antiche vicende che ci hanno visti collaborare.
Sul viale Mattioli, che attraversa il parco del Valentino, dovrebbe esserci un cippo che ricorda il partigiano appartenente ai Gap, brigata "Dante Di Nanni", De Carli Aldo che prelevato dai fascisti da un abitazione in cui era riunito con altri gappisti, e portato al parco del Valentino veniva fucilato a soli 23 anni, insieme a Montariolo Pierino, anch'esso gappista della 33 brigata di 31 anni proprio vicino alla fontana fredda del Valentino.
Davanti al grande castello, quasi dimenticato all'ombra del viale alberato e nascosto dall'edera e dalle mura del l'84 Club longe Restaurant, incontro il busto di Guglielmo Marconi, che con le spalle al castello sembra guardare il viale a lui dedicato che porta verso la chiesa San Salvatore di Campagna.
Dalle ampie finestre posso ammirare alcuni interni del Castello del Valentino, mentre in altre vedo solo gli squallidi adattamenti, con tanto di soppalchi realizzati per ospitare all'interno dei castello le aule e i laboratori della facoltà di Architettura.
Le origini del castello risalgono agli inizi del 1500. Sembra che il suo più antico possessore fosse Melchiore Borgarello, balivo del re di Francia e prefetto di Avigliana, dal quale lo acquistò nel 1543 Renato di Birago. Fu Emanuele Filiberto I di Savoia che nel 1564 lo acquistò dal Birago per farne dimora venatoria e casino fluviale. Il Palazzo comunque fu venduto l'anno successivo al tesoriere generale della duchessa Margherita, G. De Brosses, dal quale lo riscatta nuovamente nel 1577. Subì una prima ristrutturazione nel 1577 e una seconda nel 1590-91 diventando la residenza preferita del duca e poi sede di rappresentanza della corte oltreché luogo di loisir.
Vittorio Amedeo I, donò il castello a Maria Cristina di Francia (Madama Cristina) in occasione delle nozze. Ella lo adibì a dimora preferita soggiornandovi a lungo con la Corte, disponendo ulteriori lavori sostanziali di ampliamento.
Fu Madama Cristina a trasformare il castello del Valentino nella forma attuale facendo eseguire lavori che durarono circa trent'anni, dal 1633 al 1660, dagli architetti Carlo e Amedeo di Castellamonte.
E fu sempre Lei a volere e a dare un nome alle varie stanze del castello, come Stanza Verde, Stanza delle Rose, Stanza dello Zodiaco, Stanza del Valentino, Stanza dei Giglio, Gabinetto dei fiori indorato, Stanza della Guerra, Stanza del Negozio, Stanza delle Magneficenze, Stanza della caccia, Stanza delle feste ed infine Gabinetto delle fatiche di Ercole.
Madama Reale dimorò al Valentino già dal 1630, fu donna di potere e quindi bersaglio preferito delle malelingue. Maria Cristina dovette affrontare un esercito di pettegole e maldicenti che affermarono che la residenza al Valentino era utile per avere maggior libertà per le sue avventure galanti.
Infatti si diceva che la Madama Reale avesse fatto costruire un tunnel sotto il Po in modo da collegare il Castello con la Vigna Reale per poter incontrare il suo favorito, Filippo d'Agliè, ma che non disdegnasse altre giovani compagnie. Si racconta che poi questi scomparissero misteriosamente in un pozzo e che in seguito venissero scaricati nel fiume, facendola apparire come una mantide religiosa del XVII secolo. I leziosi incontri erano ben noti alla servitù, spesso complice o addirittura vittima, tanto che si narra della loro organizzazione di un delitto perfetto nei confronti della regnante. La leggenda vuole che per alcuni giorni la servitù non abbeverò i cavalli che trainavano la carrozza e che usava per andare a Palazzo Madama. Una volta aggiogati, i cavalli ormai pazzi di sete sentendo l'odore dell'acqua, trascinarono con se in Po la carrozza con la madama reale senza che nessuno potesse fermarli. Maria Cristina non riuscì a salvarsi e morì affogata. La leggenda è avvincente ma falsa, in quanto la Madama Reale morì nel suo letto, ma molti affermarono e affermano di vedere nelle notti di temporale o nelle giornate brumose una carrozza trainata dai cavalli correre sulle acque del Po davanti al parco del Valentino.
Altre chiacchiere di corte narrano di strani eventi accaduti tra le mura del castello, come il racconto del 1656, quando un lavorante impegnato come decoratore si fosse spaventato e prontamente sostituito avendo dichiarato di aver visto i pennelli e i contenitori di vernice muoversi da soli. Un'altra leggenda vuole che una donna fosse stata murata viva tra le pareti del castello e che qualcuno ancora oggi la senta gridare.
Con la morte di Maria Cristina di Francia, il castello subì un costante e lento decadimento.
Per almeno due secoli il castello fu protagonista e scenario di grandi ricevimenti e feste, come la grandiosa parata che mosse dal Valentino l'8 Aprile 1645 per il ritorno in città di Carlo Emanuele II.
Il 20 giugno dello stesso anno vi si svolse un carosello "L'oriente Guerriero e Festeggiante" per il compleanno del piccolo duca.
Il Castello ospitò Cristina, regina di Svezia, salutata come la "Pallade del Nord", per lei furono sparati bellissimi fuochi artificiali sul Po, ed organizzata una ostensione straordinaria della Sindone.
Un altro grande Carosello di cui riferiscono le cronache è quello avvenuto nel luglio 1750 per le nozze di Vittorio Amedeo III con Maria Ferdinanda Antonia di Spagna, e ancora per il matrimonio di Carlo Emanuele IV con Maria Adelaide nel 1842, e non ultimo per le nozze del duca d'Aosta con la principessa Maria della Cisterna nel 1867. Ma fu anche luogo per rappresentazioni di battaglie terrestri e navali sul Po.
Nel castello si spense il 4 ottobre 1638 il piccolo principe Francesco Giacinto, figlio di Vittorio Amedeo I. Nelle sue stanze si stipularono importanti alleanze, trattati ed armistizi che videro protagonisti il ducato e poi Regno.
L'edificio del castello si presenta con due facciate diverse: quella verso corso Massimo d'Azeglio ha le caratteristiche architettoniche dei castelli francesi del secolo XVII e del barocco italiano, mentre la parte verso il fiume Po è lasciata in mattoni a vista nel più puro spirito piemontese. Era da questa parte che i sovrani e la corte scendevano attraverso una lunga scalinata per recarsi all'imbarcadero ducale sulle rive al Po.
Nell'imbarcadero stazionava la grande barca che il Duca utilizzava per i suoi spostamenti. Era stata realizzata nei cantieri veneziani ed attualmente è conservata al Museo Civico di Arte Antica (Palazzo Madama).
Il cortile anteriore è realizzato in ciottolato di fiume con pietre chiare e scure, è ancora con i disegni realizzati a fine seicento. Il cortile è chiuso da un emiciclo terrazzato, che si prospettava con alte alberate su quello che è oggi Corso Marconi, in parte scomparse dallo sviluppo urbanistico dell'ottocento e novecento. Una cancellata arrugginita chiude il prospetto anteriore e il suo ampio cancello è chiuso con una catena e un grande lucchetto. Aggiunte urbanistiche di ampliamento vorrebbero apparire integrate nel corpo di fabbrica, ma le linee rigide e squadrate, la loro struttura in ferro e acciaio e le ampie vetrate non appagano certo l'occhio, anzi ne dimostra una scarsa integrazione. Il Castello non è visitabile ed allora mi devo accontentare di immaginare il grande scalone che permette di accedere al piano nobile dove vi sono gli appartamenti aulici, riccamente decorati con affreschi e stucchi seicenteschi, realizzati da maestranze luganesi.
Dopo aver ospitato durante la dominazione napoleonica la Scuola di Veterinaria, nel 1824 venne ridotto a caserma del Genio pontieri e nel 1861 diventa sede della Reale scuola di applicazione per Ingegneri, fu anche la sede delle esposizioni dell'industria e dell'artigianato nel 1811.
In una dépendance del castello si installarono nel 1833 la Scuola Militare di Ginnastica e nel 1837 la Società del Tiro a Segno.
Per ospitare un importante esposizione di prodotti industriali del 1858, il castello fu oggetto di una pesante ristrutturazione su progetto di Domenico Ferri: furono costruiti due corridoi terrazzati collegati dalla ancora attuale cancellata, e fu aumentata la superficie utile, costruendo due gallerie espositive più larghe e a due piani in sostituzione dei portici che collegavano i padiglioni.
Il Castello e il Parco furono oggetto o meglio protagonisti di alcuni film, tra i quali I Demoni di San Pietroburgo. La vicenda è una parte della vita di Dostoevskij, ovviamente la vicenda si svolge nella San Pietroburgo zarista, tra i moti anarchici e la repressione dello zar. Occorre ricordare che buona parte del film fu girata nella Reggia di Venaria e nelle altre residenze sabaude, come appunto il Castello del Valentino, d'altra parte i maggiori architetti che realizzarono le sontuose residenze di San Pietroburgo erano Piemontesi. I demoni di San Pietroburgo è un film del 2007 diretto da Giuliano Montaldo che romanza le situazioni che si presentavano nella Russia zarista di metà '800: società segrete sovversive e rivoluzionarie di giovani studenti universitari ispirate agli scritti di Bakunin (che viene spesso citato), scritti però giovanili che lo stesso scrittore/protagonista, ormai in età avanzata, rinnega anche se non fino in fondo. Il cuore narrativo del film nasce quando Dostoevskij si trova quasi casualmente in possesso di informazioni su un grande attentato che una di queste società segrete sta per compiere; in mezzo ad indecisioni e tormenti, in quanto lo stesso si sente in parte colpevole per aver alimentato la rivolta coi suoi scritti giovanili, tenta di incontrare i membri della società ed il loro capo, nella speranza di riuscire a dissuaderli dal compiere gli assassini.
Posto di fronte all'ingresso principale del castello del Valentino si erge il grande monumento che rappresenta Quintino Sella mentre osserva un minerale.
Il monumento allo scienziato e statista Quintino Sella (1827-1884) fu realizzato da Cesare Reduzzi (1857-1911) e inaugurato nel 1894, a dieci anni dalla morte. inizialmente la statua venne posata al centro del cortile del Valentino ma nel 1932 la statua venne spostata provvisoriamente, per lavori, in una aiuola di corso Massimo d'Azeglio e mai più spostata. Sul piedistallo, inciso sulla pietra, la dicitura: «al fondatore di questa scuola».
Da allora la statua di Quintino Sella si trova quasi nascosta e protetta tra i platani e passandogli sotto alzo la testa in segno di saluto al grande scienziato, mentre invece Stanley Picchetto non sembra interessato all'ombra creata dalla figura umana scolpita ed allunga il passo per raggiungere il suo luogo di incontro e svago. Lo saluto calorosamente, certo di poterlo un giorno incontrare nuovamente, sono proprio contento di averlo incontrato, potrei definirlo un personaggio strano ma sicuramente più vittima soggiogata che vero malvagio.
Vicino al castello, proprio di fronte ad un moderno centro sportivo vi è l'edificio che ospita la Società Promotrice delle Belle Arti.
La Società fu fondata nel febbraio 1842 da gentiluomini e artisti torinesi e la sua prima iniziativa fu realizzata nell'aprile 1842 con l'allestimento di una esposizione di oggetti artistici. Questa prima iniziativa fu ospitata in un salone della casa del marchese Doria di Ciriè ma le mostre che si susseguirono annualmente trovarono sede in vari palazzi torinesi per poi, dal 1863, trovare sede in un palazzo di via della Zecca (oggi via Verdi).
Nel 1914 la Promotrice, dietro il pagamento di un canone simbolico, ottenne dal Municipio un terreno adiacente al Castello del Valentino su cui costruire la sua nuova sede. La palazzina in stile liberty fu realizzata nel 1916. Il massiccio complesso è tuttora sede della Società promotrice delle Belle Arti, organizzazione tuttora impiegata come sede di mostre temporanee.
Subito di fronte la discoteca estiva Cacao, da sempre ritrovo di giovani e meno giovani in cerca di svago e divertimento.
Lungo il viale Medaglie d'oro, su quattro enormi cubi marmorei, sono incisi tutti i nomi e cognomi delle M.O.V.M. di Torino e Piemonte e nei pressi vi trovo anche un moderno monumento a ricordo dei Paracadutisti caduti per adempiere al loro dovere in guerra e in pace, in tempi passati e recenti.
Il parcheggio del viale si riempie di auto dalle quali scendono rapidamente giovani uomini e donne, in gran parte mangiamorte e dissennatori. Questi ultimi in particolare sono creature spaventose.
I dissennatori, benché abbiano camuffato il loro aspetto con abiti moderni abbandonando il nero mantello che solitamente li contraddistingue, sono sempre esseri spaventosi, creature che si avvicinano soltanto per infliggere alla vittima il Bacio del Dissennatore con le loro mostruose fauci.
Il "bacio" del disennatore, nella Hogwarts della Rowling, risucchia l'anima del condannato direttamente dalla bocca, mentre per quelli torinesi il bacio è il sigillo della loro turpe degenerazione morale.
I Dissennatori, quando si avvicinano a una persona, ne strappano ogni pensiero felice poiché essi si cibano della felicità altrui fino a farla impazzire dalla disperazione. Quelli torinesi invece cercano la felicità estrema, non disdegnando alcun mezzo per raggiungerla ma sopratutto cercano le loro prede all'interno di cerchie di persone molto ristrette, giovani e con fisici atletici con cui condividono i loro giochi e divertimenti.
I loro incontri avvengono non lontano dal Castello ed io preferisco allontanarmi rapidamente in direzione del Villino Caprifoglio, onde evitare spiacevoli incontri.
Il villino è una tipica costruzione di gusto eclettico, una casetta di legno che anticamente ospitava il custode del parco e fungeva da deposito per gli attrezzi.
All'ombra del villino una brutta lapide in marmo bianco posto su una minuscola colonnina, vorrebbe ricordare Primo Levi o meglio Primo Michele Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987). Costui fu uno scrittore, partigiano, chimico e poeta italiano, autore di racconti, memorie, poesie e romanzi e subito mi sovviene alla mente un passaggio che recito lentamente sottovoce: «Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no...» (Primo Levi da "Se questo è un uomo").
Vicino vi è un chiosco di bevande e panini, frequentato ogni tanto anche dai mangiamorte e dai dissennatori prima di partecipare ai loro incontri che definirei propedeutici ai sabba. Dedico di gustarmi un buon caffè all'ombra del monumento dedicato a Ascanio Sobrero, chimico insigne. Il busto del chimico, inventore della nitroglicerina, poggia su delle rocce divelte da un simbolico giovane titano. Leggo nella plasticità del granito la metafora della realizzazione del traforo del Frejus, dove il giovane titano simboleggia la nitroglicerina che frantuma la roccia, per ricordare le dirompenti ricerche sull'acido nitrico del chimico piemontese. Un secondo busto, posto a breve distanza ricorda Cesare Battisti, politico irridentista (1875/1916), un busto che alla vista passa inosservato dalla frenesia moderna, anche se si trova in un parco dove la calma dovrebbe essere d'obbligo. Con passo accelerato un mangiamorte, Barty Crouch Jr., passa davanti a me. Il suo aspetto è quello irreale del bravo ragazzo, con un portamento dritto e fiero, ma in realtà da come ho potuto conoscerlo possa affermare chè spavaldo e arrogante. Ovviamente non mi ha visto, e anche se mi avesse incrociato sicuramente non avrebbe fatto nessun cenno di saluto. Uno di quei personaggi che si credono superiori e che utilizzano tutte le loro conoscenze di magia nera per creare discredito, sempre proni e pronti a servire il potente del momento. Non è torinese, ma ama frequentare la città e sopratutto potersi mettere in evidenza tra i suoi simili, giocando su un aspetto esteriore giovanile e gioviale, totalmente avulso da quello che è in realtà.
È sempre vestito con abiti attillati dai colori sgargianti, tra i quali il preferito pare essere il rosso, come il suo abito da pseudo filantropo. Il suo viso è ovale, la carnagione è chiara e liscia, non vi è mai segno di barba o baffi, quasi fosse glabro tanto da apparire solare, il naso sottile e lungo. Due occhi grandi, con le pupille scure e incorniciate da sopracciglia folte ma curate, creano uno sguardo indolente e malizioso. Due grandi orecchie a sventola paiono essere poste per ascoltare tutti i discorsi che gli vengono fatti intorno. Ciò sicuramente lo facilita anche nella sua innata curiosità, molto vicina al pettegolezzo del presunto reporter. Le labbra sono sottili e rosse e il sorriso è sempre insolente. Un mento leggermente pronunciato e un lungo collo e una fronte ampia fa da piazza a un capello folto e corto, molto mosso, ben curato di un color nero corvino, completano la figura del mangiamorte che prosegue con passo lesto verso la sua meta.
Fotunatamente, nella Hogwarts torinese non ho mai avuto come collaboratore Barty Crouch Jr., anche se sono convinto che il mangiamorte abbia avuto un ruolo tutt'altro che positivo nella mia permanenza torinese.
Nella Hogwarts della Bowling, Barty Crouch Jr, subito dopo la scuola, divenne un Mangiamorte. Fu catturato e imprigionato ad Azkaban per aver torturato Frank e Alice Paciock fino alla pazzia. Dopo il processo sua madre implorò suo padre, capo del Dipartimento di "Applicazione delle Leggi magiche" al Ministero della Magia, di salvare il figlio, anche a costo di doversi sacrificare lei stessa. Crouch senior le diede la Pozione Polisucco che le fece prendere l'aspetto di suo figlio, mentre quest'ultimo, prese quello della madre. In questo modo, durante una visita dei genitori, Barty Crouch Junior riuscì a scambiarsi con la madre (che entrò in cella al posto suo) e ad evitare Azkaban; sua madre vi morì e fu ivi sepolta, bevendo fino all'ultimo la pozione, per amore del figlio. Per giustificare la sparizione di sua moglie, Crouch Senior inscenò il suo funerale e seppellì la sua bara, che però era vuota. Crouch tenne segregato il figlio dentro la propria casa, affidandolo alle cure di Winky, l'elfo di casa (unica persona al di fuori della famiglia che sapeva lo stato delle cose), sotto il mantello dell'invisibilità e sotto la maledizione Imperius, per evitare che potesse fuggire. La versione del film è leggermente diversa. Ucciderà il proprio padre, dopo che lo stesso Barty Crouch Senior fu imprigionato in casa propria dal Voldemort con la maledizione Imperius e permettendogli di comunicare solamente tramite gufi, dicendo di essere malato, dopo un controllo delle missive. Dopo molto tempo, Crouch senior riesce ad annullarla (con la forza di volontà) e a fuggire dirigendosi a Hogwarts dove suo figlio Barty Jr. (tornato al servizio di Voldemort e impersonando Alastor Moody grazie alla pozione polisucco) uccide il proprio padre.



Fine XXIII parte.