Blog di Dante Paolo Ferraris

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Vicoforte

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VicoforteLa giornata è piovosa e fredda, l'ideale sarebbe passarla vicino ad un camino acceso, in pantofole sorseggiando un cognac e leggendo un bel libro; ma la primavera è ormai giunta da un bel pezzo e non devo farmi assuefare dal calore domestico, occorre necessariamente annusare l'aria di primavera e non temere la pioggia. Raggiunto da Matteo, decidiamo di andare alla scoperta del santuario di Vicoforte. In realtà vi ero stato qualche decennio fa appena presa la patente, nella foga del principiante di guidare alla scoperta di nuovi posti, e ne ero rimasto affascinato, tanto da voler tornare a rivisitarlo.
La pioggia è fine ed incessante, ci accompagna per tutto il viaggio, e tolto il dispiacere di non poter vedere i panorami del Monferrato e delle Langhe fioriti e di aver pagato un esoso pedaggio autostradale, è stato abbastanza scorrevole.
Da appena fuori il paese di Vicoforte, posto sulla sommità di una collina, si profila da lontano, la grande è bella cupola ovale del santuario. Vicoforte è in Val Corsaglia e deve il suo toponimo a Vicus, ossia "Villaggio abitato da popolazioni rurali", l'aggettivo "forte" è motivato dalla presenza di fortificazioni o accastellamento, oggi quasi totalmente scomparso. Rimangono, dell'antico maniero, una torre che è stata trasformata in campanile della chiesa parrocchiale dedicata a San Donato, e una civile abitazione, forse un tempo usata come armeria.
L'area in cui sorge Vicoforte venne abitata dapprima da tribù dei liguri bagienni, fino alla conquista avvenuta nel I secolo a.C. da parte dei romani.
La comunità successivamente scompare nel nulla per alcune centinaia d'anni fino a ritrovarne traccia nel diploma del 26 gennaio 1041 dell'imperatore Enrico III il Nero, dove troviamo indicata per la prima volta la pieve di San Pietro in Vico.
Ancora nel 1118 la comunità vicese appare molto attiva, ottenendo in quel periodo di poter dividere "in sorti", cioè in comproprietà, i boschi del luogo (importante risorsa del tempo) con Landolfo, vescovo di Asti, fino a dotarsi nel 1210 del suo primo codice di leggi scritte, sulle Consuetudini di Vico.
La comunità di Vico contribuì nel XIII secolo, con un notevole spostamento di famiglie verso un'altura vicina detta Monte di Vico, al primo nucleo primigenio della Villa Nova, successivamente denominata Montis Regalis, cioè l'odierna Mondovì.
Vico diviene presto, intorno al 1231, sottoposta all'amministrazione del distretto monregalese, venendo ridotta al rango di villario. Tale subordinazione durò fino all'editto di Vittorio Amedeo II di Savoia del 19 luglio 1698.
Scendiamo verso il santuario posto nella piccola valle Ermena, ed è proprio al crescere della devozione mariana che il borgo deve il suo vero sviluppo che però avviene solo nel XVI secolo, quando iniziò la costruzione del santuario.
Parcheggiata l'auto, indossati indumenti antivento e muniti di ombrello, prima di recarci a far visita al Santuario, vogliamo ammirare la grande piazza antistante il santuario mariano e non c'è posizione migliore che poterlo guardare da sotto gli antichi portici di quella costruzione in mattoni a vista che chiamano palazzata e che fa da semicorona all'intera piazza.
Questa cinta simmetrica di palazzi e portici di uguale altezze, con una pavimentazione in grandi lastre di pietra grezza, comprendeva una volta la Casa del Duca, l'ospedale, il pio istituto degli orfani e l'osteria dei pellegrini. Oggi vi sono bar, trattorie, fiorai, giornalai e altre attività commerciali. Ci rifugiamo all'interno di un bar-pasticceria per scaldarci con un buon caldo e profumato caffè, prima di riattraversare la piazza ed entrare nel santuario.
Dai portici fuori dal bar lo sguardo vaga sull'intera piazza, sulla quale giganteggia la statua del Duca Carlo Emanuele I, opera di fine ottocento, inaugurata alla presenza del re Umberto I.
Ancora uno sguardo all'esterno del santuario, che appare maestoso con la sua enorme cupola ellittica, forse la più grande del mondo. Il monumentale complesso, anche per un profano come il sottoscritto pare evidente che fu costruito in epoche diverse. La parte inferiore infatti presenta caratteristiche tardo rinascimentali, mentre l'imponente tamburo che sorregge la cupola è opera settecentesca dell'Arch. Francesco Gallo, che impreziosì il tamburo con leggeri disegni creati con il mattone a vista; ancor più ardito il cupolino che troneggia al centro della grande cupola ellittica.
Tutto iniziò con l'erezione di un pilone votivo, avvenuto intorno al 1500. La tradizione vuole che sia stato l'omaggio di un pio fornaciaio, su suggerimento della figlia, per ottenere dalla Vergine la grazia di una buona cottura dei mattoni che gli erano stati commissionati per la realizzazione di fortificazioni per Vico e che non gli riuscivano bene. Rimane misterioso invece l'autore della delicata immagine che rappresenta Maria in atteggiamento materno con il Bambino, sicuramente anch'essa di fine XV.
L'origine del santuario si può far risalire al 1592, quando lo sparo di un cacciatore, Giulio Sargiano, colpì involontariamente la sacra immagine, ormai nascosta dalla boscaglia e dagli arbusti. Lo sparo provocò una abrasione all'intonaco, tutt'ora visibile. Addolorato e turbato per quel gesto involontario si fece promotore della sistemazione del pilone. Il diacono Cesare Trombetta, poi divenuto sacerdote, seppe guidare il fervore religioso, tanto che i vicesi chiesero al Vescovo Castrucci, di poter erigere una cappella intorno al pilone.
Ottenutane l'autorizzazione ed iniziati i lavori, la Madonna del pilone richiamava molte persone, forse anche per grazie e mirabili guarigioni ed intercessioni concesse, diventando un luogo sempre più frequentato e oggetto di umili atti di omaggio alla vergine con il bambino. Il Vescovo di Mondovì, mons. Giovanni Antonio Castrucci, nel 1595 svolse una severa inchiesta sulla devozione alla sacra immagine e sui fatti prodigiosi che si narrava fossero avvenuti, autorizzandone la devozione e partecipando al pellegrinaggio con la popolazione della città.
Nel giro di poco tempo la piccola cappella contenente il pilone con l'affresco della Vergine con Bambino divenne meta di pellegrinaggi sempre più frequenti ed attirò anche le attenzioni del duca Carlo Emanuele I di Savoia che, nel 1596, in accordo con il Vescovo di Mondovì intraprese nel 1596 l'ardita costruzione del Tempio.
Nelle intenzioni del Duca, il Santuario avrebbe dovuto accogliere i molti pellegrini e diventare in seguito il mausoleo di Casa Savoia, luogo destinato alle tombe della famiglia, funzione invece poi assunta in seguito dalla Basilica di Superga sulla collina torinese.
Il vescovo e il duca scelsero il progetto di Ercole Negri di Sanfront: un tempio da manuale e innovativo, non più a pianta circolare bensì ellittica, con ben sedici cappelle a raggiera, ma l'incarico di erigere il tempio mariano fu poi affidato all'architetto orvietano Ascanio Vitozzi. Costui a Torino aveva lavorato al Palazzo Ducale e alla chiesa del Monte dei Cappuccini; ridusse a quattro le cappelle laterali, combinò in pianta l'ellisse con la croce, e progettò due soli campanili in facciata. Un disegno elegante nel solco del Manierismo, ma con raffinata decorazione in arenaria proveniente dalle cave di Vico. La prima pietra del santuario fu posta il 7 luglio 1596, alla presenza della famiglia ducale, di numerose compagnie e confraternite e di una folla di molte migliaia di persone.
Carlo Emanuele fece venire ad officiare messa nel nascente Santuario, dodici monaci Cistercensi di san Bernardo, i quali iniziarono a edificare a fianco del santuario il monastero che fu anch'esso progettato dal Vitozzi. Ai Cistercensi si aggiunsero in seguito i Gesuiti. Sempre del Vitozzi è il progetto della palizzata semiottagonale che nasce appunto per accogliere e assistere i pellegrini.
Nel 1601 il papa Clemente VII concesse il primo giubileo, e nell'agosto 1603 venne in pellegrinaggio il futuro S. Francesco di Sales con centinaia di fedeli al seguito. Il Duca fu poi assorbito da pensieri di guerra e riuscì ancora a finanziare la cappella di san Benedetto e quella di san Bernardo che stavano a cuore ai Cistercensi. Quando il Vitozzi morì nel 1615, la grande costruzione era stata eretta solo fino al cornicione, cioè dove avrebbe dovuto essere innalzato il tamburo della cupola. Anche il Duca nel 1630 morì prima di vedere concluso il suo pantheon, ma comunque volle essere sepolto in Santuario. La costruzione si arrestò per lungo tempo, e solo dopo che la Vergine del pilone venne solennemente incoronata, come ringraziamento del termine della guerra del sale nel 1682, si riprese la costruzione, senza contare più sull'appoggio dei Savoia che avevano già iniziato la costruzione della basilica di Superga.
Un drammatico Seicento stremò gli abitanti colpiti da peste e guerre, allontanando la possibilità di attuare l'ardua impresa della copertura del santuario. Tuttavia, grazie all'impulso dell'abate monregalese Giovanni Bona, si proseguì nel completamento delle cappelle.
La prosecuzione dei lavori fu rilanciata con un giubileo e riprese con l'architetto e ingegnere monregalese Francesco Gallo. Il cantiere si rianimò grazie anche all'opera gratuita di molti fedeli. L'architetto Gallo aveva saputo realizzare un tamburo in stile barocco in mattoni rossi sull'elegante basamento manieristico in arenaria, e una poderosa cupola ellittica, che venne terminata nel 1732. La cupola, progettata e innalzata dal Gallo, è alta 74 metri, lunga 37,15 metri sull'asse maggiore e 24,80 metri sull'asse minore, e ad oggi risulta la cupola ellittica più grande del mondo, e solo terza per dimensioni, dopo quella di San Pietro e del Pantheon a Roma che sono circolari. Venne disarmata nel 1732 con molte paure e trepidazione, proprio per l'arditezza della costruzione, tanto che si narra che dovette andare lo stesso progettista a togliere le impalcature, poiché nessuno dei suoi lavoranti pensava che la struttura potesse reggere. La cupola venne coperta con un tetto in tegole a più spioventi, e coronata da un cupolino (o lanterna) in arenaria rivestito di piombo.
Storia diversa e controversa fu invece la costruzione dei campanili, quattro secondo il progetto del Vitozzi, due secondo il progetto di Ercole Negri di Sanfront. Il primo fu costruito rapidamente, per volontà della Madama Reale Cristina di Francia, in visita a Vico nel 1642, e posto in posizione da fare da collegamento tra il Santuario e il vicino monastero cistercense. Solo dieci anni dopo vennero innalzati due campanili frontali e, per simmetria, fu realizzato anche il quarto, opposto al primo campanile, che rimase fino al 1830 l'unica torre campanaria funzionante. Il Santuario divenne uno dei centri mariani più ammirati, raccolti e frequentati del regno. Il santuario assunse la forma attuale nel 1884, quando vennero costruiti i campanili e le tre facciate uguali.
La pioggia cade con una forza incedibile, come se volesse far male a qualcuno, e il temporale che ci circonda si presenta come uno stato di oppressione, con l'atmosfera che s'incupisce nel bel mezzo del pomeriggio. L'aria è fredda e pare stranamente profumata di muschio mentre facciamo una veloce corsa per raggiungere la chiesa riparandoci con l'ombrello. Gli edifici della palizzata ormai grondano acqua ovunque, quasi fossero spugne imbevute d'acqua, tanto che nelle grondaie l'acqua corre tumultuosa. Raggiungiamo il santuario e vi entriamo e nonostante tutto non siamo neanche tanto umidi. Matteo indossa un bel giubbotto blu chiaro di foggia moderna, impermeabile e antivento, e pare molto interessato alla storia e al misticismo del santuario. Questo luogo, nonostante oggi sia un giorno molto piovoso, richiama molti pellegrini, sopratutto francesi, che si radunano intorno ad un ragazzo alto e barbuto che dovrebbe essere la loro guida.
Il vestibolo, benché ampio, è abbastanza scuro e disadorno e vi spiccano alcuni distributori di volantini e pieghevoli religiosi, mentre su di un lato molte coccarde e fiocchi azzurri e rosa che annunciano recenti nascite adornano il bambinello Gesù, come segno beneaugurante e voto per le nuove creature venute alla luce.
Cambia totalmente la luminosità, l'immensità e anche l'intensità di colori, appena entri nella grande navata del santuario. Una luce copiosa, nonostante il sole sia nascosto dalle nuvole, scende dall'alto ad avvolgere l'elegante tempietto che incornicia il sacro pilone, offrendogli il giusto risalto. Un tempietto a baldacchino è posto al centro della navata ed è di una straordinaria bellezza, una invenzione barocca che concilia felicemente l'esigenza di dare risalto all'umile "edicola sacra" contenente il Pilone con l'immagine della Vergine (ancora oggi scheggiata dal colpo di archibugio) ma senza soffocarlo, rapportandolo alle maestose proporzioni dell'immensa costruzione del Santuario. È tutto un correre e ricorrere di marmi vivacemente colorati a impreziosire il tempietto. Anche abili orafi e argentieri fecero dell'antico pilone uno scrigno; costruzione ingentilita da bianche statue di angeli che paiono fare da guardia al miracoloso disegno.
Matteo mi fa segno di guardare un bell'organo a canne posto su una balconata a destra della navata e sfrutto così l'occasione per scattarvi una fotografia. Accediamo alla prima cappella di destra, dedicata a san Benedetto, che ospita il mausoleo di Margherita di Savoia, figlia del duca Carlo Emanuele I. Una bella statua bianca ritrae Margherita di Savoia mentre un drappo in marmo grigio cinge il sarcofago in marmi rossi e neri; alcuni angioletti sono posti ai piedi della bianca statua, mentre altri svolazzanti sorreggono una bianca corona marchionale.
Altre quattro belle statue, di santa Gertrude, santa Cunegonda, san Mauro e san Placido sono poste agli angoli. Sull'altare una tela settecentesca riproduce san Benedetto e san Carlo intenti a venerare la sacra Sindone.
Usciti dalla cappella, dopo esserci lungamente fermati ad ammirarla, compresi gli splenditi soffitti decorati, incrociamo un giovane ragazzo, che affermerei poco più che ventenne, alto e magro, cappelli neri, di carnagione scura e che pare pregare, girando in tondo al tempietto del pilone votivo. Lo osservo mentre recita le sue preghiere e lo seguo con lo sguardo, fintanto che non va ad inginocchiarsi vicino alla cappella di San Francesco di Sales. Questa cappella, che vuole ricordare il pellegrinaggio del santo nel 1603, ospita uno splendido altare in marmi pregiati e due belle tele con immagini sacre ai lati. Una porta a vetri la divide dalla navata centrale, ci entriamo silenziosamente e ci soffermiamo per poco tempo. È stata addobbata per ospitare messa, e non vorremmo essere d'intralcio.
Davanti all'abside incontriamo uno dei sacerdoti del santuario, intento a sostituire le candele votive; pare non accorgersi ne di noi ne dei pellegrini francesi che hanno ormai invaso la chiesa.
Nell'abside è posto l'imponente altare maggiore, con una bella tela raffigurante san Rocco e san Maurizio in venerazione della Vergine.
Accediamo alla cappella di san Giuseppe dove ci colpisce subito l'affresco della volta ma anche, da buon mandrogno quale sono, la tela dell'altare che riproduce san Giuseppe con san Pio V. Quest'ultimo, nato come Antonio (in religione Michele) Ghislieri, era nativo di Bosco Marengo nell'alessandrino. Poco prima avevo discusso con Matteo di questo Papa appartenente all'Ordine dei Frati Predicatori (domenicani) a proposito della famosa battaglia navale di Lepanto.
Ci soffermiamo molto più tempo nella cappella di San Bernardo, che ospita la tomba-mausoleo del duca Carlo Emanuele I. Due figure allegoriche, bianche statue raffiguranti la Sapienza e la Minerva, sormontano il sarcofago in marmi chiari, gialli e neri. Splendido è l'affresco del soffitto con la vergine circondata da Angeli e santi che fanno festa alla Madonna assunta in cielo su una nuvola.
Di fronte alla tomba del duca c'è un ricordo del passaggio al santuario (1809) di Papa Pio VII, prigioniero di Napoleone Bonaparte mentre è diretto a Savona. In un angolo, seminascosta, la portantina che era usata dal Papa per lo spostamento.
Prima di uscire, non puoi non alzare gli occhi ed ammirare la splendida cupola ellittica, totalmente e sapientemente affrescata, i cui colori chiari come l'ocra fanno da sfondo ai vivaci drappeggi degli abiti dei dottori della chiesa, degli Apostoli, che unitamente ad angeli adoranti assistono alla glorificazione di Maria. Splendidi chiaroscuri e giochi di luce, complici le nuvole affrescate e gli enormi finestroni del grande tamburo, creano stupefacenti effetti illusionistici.
Prima di lasciare il santuario mi fermo ad ammirare la delicatezza con cui lo scultore ha realizzato dei putti che sorreggono ed adornano le acquasantiere. Lasciamo un po' stupefatti e un po' ammirati la basilica, ma anche dispiaciuti per non aver visto l'archibugio che sparò al pilone votivo che si dice sia ancora conservato in una cappella del Santuario. Usciamo all'aperto muniti di ombrello in quanto le cataratte dal cielo non sembrano volersi chiudere.
Nonostante l'acqua, grazie a Matteo che sorregge l'ombrello, mi voglio soffermare a guardare e fotografare la bella e imponente statua di bronzo, dedicata a Carlo Emanuele I, posta al centro della piazza del santuario.
Certo che questo duca ha scritto importanti pagine di storia del Piemonte, oltre ad aver avuto una vita assai travagliata; dimenticato da molti piemontesi ha passato più anni in armi e a tessere accordi e complotti che a godersi il prospero ducato lasciatogli in eredità dal padre.
Carlo Emanuele I di Savoia, detto il Grande fu soprannominato dai sudditi Testa di Fuoco proprio per le manifeste attitudini militari. Alcuni lo ricordano anche come il Gobbo (1562 – 1630), figlio di Emanuele Filiberto di Savoia e di Margherita di Francia, fu Marchese di Saluzzo, Duca di Savoia, Principe di Piemonte e Conte d'Aosta, Moriana e Nizza ma anche Re Titolare di Cipro e Gerusalemme.
Sale al trono nel 1580, a diciotto anni; di gracile costituzione e di statura inferiore alla media come molti Savoia, aveva le spalle leggermente arcuate, da cui il nomignolo dispregiativo il Gobbo, Le tele che lo ritraggono evidenziano una figura longilinea con i lineamenti delicati, l'incarnato pallido del viso. Tuttavia fin da bambino era stato abituato ad ogni sorta di attività sportiva dal padre, che lo trasformò in un eccellente cavaliere e abile spadaccino. Sposa a Saragozza l'Infanta di Spagna, figlia di Filippo II ed Elisabetta di Valois, secondogenita dei regnanti di Spagna; costei era di piccola statura, la descrivono sempre malaticcia, con il volto butterato dal vaiolo, ma Caterina diede al duca ben dieci figli. Morì all'età di 30 anni per le complicazioni seguite ad un parto prematuro ed è da Lei che discendono molti altri reali e principi d'Europa.
Dopo la morte di Caterina, il duca si risposa trentadue anni dopo ed in segreto con la Marchesa di Riva di Chieri Margherita di Rousillon, figlia di Gabriele di Rousillon, "Signore di Châtelard". Personaggio ambizioso, cerca di espandere territorialmente il proprio potere, alleandosi ripetutamente e alternativamente con la Spagna e con la Francia. Alleanze che gli permettono di acquisire il marchesato di Saluzzo prima, e il marchesato del Monferrato poi. La storia lo vede spesso coinvolto in dispute con il potente Richelieu, ma anche prono davanti ai potenti, come quando dovette inviare il proprio figlio Emanuele Filiberto a Madrid ad inginocchiarsi davanti al re di Spagna a scusarsi per aver tradito l'alleanza, nel corso di un'umiliante cerimonia. il figlio del duca di Savoia, s'inginocchiò di fronte al re Filippo III (fratello di sua madre) e lesse la richiesta di perdono.
Lasciamo, la piazza e il monumento sotto un incessante pioggia che non ci ha dato mai nessun momento di tregua. Mentre lasciamo Vicoforte, con i tergicristalli che fanno a fatica a eliminare i rivoli d'acqua piovana che corrono sul cristalli anteriore dell'auto, penso a quanta parte di storia è stata costruita in questo paesino e quante sofferenze dovettero subire i suoi abitanti.
Infatti, per il fatto di trovarsi in una posizione strategica e vicino a Mondovì, l'intera vallata fu negli interessi di Napoleone Bonaparte durante la sua campagna d'Italia e dovette soffrire rappresaglie e vandalismi. Ma anche il suo castello non avrà mai pace; sarà più volte distrutto e ricostruito sia da guerre che da calamità naturali, come quando un fulmine fece saltare le munizioni contenute in una delle torri uccidendo dodici persone. Il castello fu completamente distrutto nel 1684 durante la "Guerra del sale", un altro tragico evento che colpi la comunità vicese e non solo. Mondovì e Vico godevano, grazie ad antichi accordi firmati al momento del passaggio sotto il dominio sabaudo, dell'esenzione dalla gabella del sale. Grazie alla sua posizione strategica di confine con i territori assoggettati alla Repubblica di Genova, il contrabbando del sale era una notevole fonte di reddito, sopratutto quando alla metà del '600 l'imposizione fiscale, soprattutto con la tassa sul sale diventa sempre più oppressiva, anche a seguito delle controverse guerre del duca di Savoia.
Il Duca, che detiene il monopolio del sale sulle sue terre e lo vende a caro prezzo, pretende che la gabella sia rispettata anche nel monregalese, impedendone il commercio clandestino. La popolazione di Vico e del monregalese inizia a rivoltarsi contro il duca e in pieno inverno del 1698 avviene l'ultima rivolta della guerra del sale, durante la quale i rivoltosi occupano e distruggono la locale fortezza. Una volta vinti e uccisi i capi dei rivoltosi, il Duca decreta la distruzione dei paesi, Vico compreso, ed esilierà metà della popolazione a Vercelli per dieci anni.
L'economia del paese è rimasta molto povera e solo nell'ottocento il paese iniziò lo sviluppo del territorio: sulle colline argillose vengono impiantati gelsi e vigne, si diffonde l'allevamento dei bachi da seta ed il vino diventerà il primo prodotto della terra. Si aprono cave di marmo e con la rossa terra ha avvio la fabbricazione intensiva di laterizi.
Raggiungiamo Mondovì, dove vorremmo poter visitare la città ma il tempo è limitato per una conoscenza più approfondita, pure la pioggia non ci da tregua, e quindi non ci resta che rimandare la visita a quello che una volta era il capoluogo della provincia del monregalese. Attraversiamo la città, che ci pare bella ed interessante, con il solo difetto di avere ben pochi indicazioni stradali per raggiungere velocemente il casello autostradale e proseguire per il nostro tour.