Blog di Dante Paolo Ferraris

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Messaggio
  • EU e-Privacy Directive

    This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

    View e-Privacy Directive Documents

Con il pensiero verso Haiti (II parte)

E-mail Stampa PDF
Haiti è un paese nel quale la mortalità infantile supera gli 80 morti ogni 1000 nati vivi, dove la speranza di vita non arriva a 60 anni e dove decine di migliaia di persone muoiono per malattie come tubercolosi, malaria, dengue. Questa improvvisa comparsa di migliaia di medici provenienti da tutto il mondo sembra come una manna caduta dal cielo.
La Bastille è un campo appena fuori Port au Prince; qui gli operatori di Oxfam sono impegnati a fornire acqua e i servizi igienico sanitari, un campo nuovo appena individuato dal governo per spostare gli attendati della capitale, ma non molto ben accettato dagli homeless creoli.
Da diverso tempo i medici e gli infermieri della Brigata Medica Cubana partono dal loro ospedale di Croix del Bouquet per raggiungere le zone più disagiate del paese come Port Salut o Lasil. Qui le telecamere mediatiche del mondo non sono ancora arrivate e con loro nemmeno le grandi organizzazioni umanitarie.
La Marché en Fer è quello che rimane del mercato in stile Liberty della capitale, costruito nel cuore della città, uno dei 12 simboli che vogliono subito ricostruire per riavviare il piccolo commercio ufficiale.
Nelle bidonville la miseria, il degrado e la sporcizia lasciata ovunque, sono i segni dei luoghi in cui il terremoto non ha voluto comunque fare violenza ulteriore, cammini stando attento a non scivolare in qualche rigagnolo di acqua putrida e fetida.
Qui i bambini corrono, ridono, ti circondano, urlano, sono tutti a piedi nudi, ti seguono, senza sapere dove andranno, per loro il tempo e lo spazio non contano, gli ambulatori di piccole Ong sono in baracche di legno dal tetto in lamiera, ove la temperatura arriva anche a 40°, eppure la sala di aspetto è piena, nelle stesse condizioni sono le provvisorie aule scolastiche che già prima del terremoto in questa parte della città erano così.
L’obitorio di questo ospedale statale odora di morte, tutto qui respira la morte, la “morgue”, due grandi stanzoni con la cella frigo, è stracolma di corpi in attesa di sepoltura, non c'è differenza tra le stanze e la cella frigo, fa caldo quasi uguale. I miasmi si sopportano grazie ad una specie di crema, credo all’eucalipto o un intruglio di erbe che un inserviente ti consegna e ti indica di metterla dentro il naso.
I corpi non hanno nessun cartellino o altro che li identifichi, sono semplicemente allineati, sembra che si prendano per mano.
Vengono caricati su un camion, da due inservienti, uno con un sigaro enorme in bocca, fa un fumo incredibile ma mitiga il lezzo dei corpi, talvolta in decomposizione.
Su un improvvisato tavolino fatto di casse di legno troneggia una bottiglia di rum, serve per dar coraggio ai due inservienti nel loro macabro lavoro. Questo camion carico di speranze perdute si recherà a Ti Tanyen, una collinetta non lontana dal mare, un breve tragitto per dare dignità a queste vittime già dimenticate.
Gli Haitiani credono molto nella loro identità nazionale, per loro è motivo di orgoglio essere stata la prima nazione a maggioranza nera ad aver conquistato l’indipendenza, ma sono altresì consapevoli che una rappresentazione distorta della loro religione vudù, una lunga serie di ingerenze americane, l’essere identificati come il paese natale dell’AIDS, sono gli stereotipi che si leggono nella disperazione dei volti degli scampati che orgogliosamente issano la loro bandiera ovunque sia possibile e fanno del creolo una lingua di pari dignità tanto da darti più fiducia se mastichi qualche parola di creolo, semplicemente anche di saluto. (bonjou, bonsua e bonnuit)
Ad Haiti c’è sempre stata una netta linea di confine tra l’elite urbana e le aree rurali, molto più povere e numericamente rilevanti.
La sopravvivenza del popolo Haitiano è da sempre legata all’agricoltura, fatta di raccolti di patate dolci, fagioli, banane che vengono coltivate prevalentemente in piccoli appezzamenti, facendone un agricoltura principalmente di sussistenza.
Il mare fornisce quel pesce che i pescatori, con sistemi antiquati e piccole barche, riescono a pescare e rivendere o barattare.
Soprattutto nelle aree rurali agli uomini spetta il compito di piantare e raccogliere i frutti della terra o di pescare, alle donne di accudire la numerosa prole, tenere la casa e in campagna di vendere o barattare i prodotti della terra.
Le condizioni di vita nelle campagne sono dure, molte le abitazioni in legno o in materiali poveri, spesso manca l’energia elettrica e il cibo viene cucinato con la carbonella o la legna.
Questo uno dei motivi per cui le aree di montagna o collinari sono soggette a frane frequenti, essendo ormai spoglie di alberi.
Aree ormai adibite a baraccopoli disordinate, soggette a frequenti crolli per il dissesto idrogeologico.
Anche ora, dopo il terribile terremoto, gli abitanti delle nuove baraccopoli, provenienti dalla campagna, vivono la comunità, benché ristretta, in modo intenso ed aiutandosi reciprocamente. La sera li trovi riuniti davanti alle improvvisate baracche e tende a giocare con indovinelli e varie sciarade, alla luce delle lanterne.
I giochi più diffusi sono il domino e il Krik? Krak!.
Il terremoto ha livellato le due realtà, quella cittadina e quella rurale (peyi andeyo), essendo ormai entrambe nel più misero stato di povertà.
Haiti era già il paese più povero dell’emisfero occidentale e la sua economia tra le più deboli, da sempre beneficiario di aiuti internazionali.
Le migrazioni che avevano dato alla luce le attuali bidonvilles come per esempio Cité Soleil, ove il colore dominate è il color cenere, ove le pareti sono di cartone da imballaggio, lamiere e qualche asse di legno, dove l’acqua potabile doveva essere portata con le cisterne già prima del terremoto, dove il sistema fognario e fatto di canali di scolo alla luce del sole.
Qui durante le violenti piogge questi canali che portavano i reflui umani si trasformano in fiume che portano i loro miasmi dentro le già poco igieniche abitazioni.
Le vecchie bidonvilles rendono ora pariglia a chi abitava in precedenza a Petionville in cui brillavano le luci dei ristoranti francesi, dove al posto delle sgangherate motociclette trovavi i potenti SUV, molte di quelle luci non ci sono più e molte tende e baracche le trovi ora anche nell’ex quartiere dei lustrini.
Ora anche nei lussuosi quartieri trovi i bouretyes (carrettieri che spingono a braccia il loro strumento di lavoro, spesso in affitto) e le marchands (venditrici ambulanti).
L’arrivo degli aiuti internazionali, distribuiti da una moltitudine di ONG, la realizzazione di tanti centri di accoglienza ha portato un po’ di lavoro a questa moltitudine di homeless, quasi sempre pagati un dollaro al giorno o anche meno, le file di chi cerca lavoro sono molte, come tante le voci di intermediatori di lavoro, classici approfittatori delle disgrazie altrui.
Anche i restavek, cioè quei bambini (la maggioranza femmine), abbandonati dai genitori perché non più in grado di mantenerli, vivono in situazione di semi schiavitù nelle famiglie più benestanti. Si accontentano di un giaciglio e un pasto, ripagano questa ospitalità facendo i lavori più degradanti.
Quelli che non resistono a tale condizione, scappano e preferiscono la vita di strada. Questi fanciulli raccontano dei “martinet”, specie di frustino, spesso in vendita nei supermercati utilizzato per invitarli a lavorare, altri raccontano anche di abusi sessuali.
Situazione non nata con il terremoto ma che ora ha messo in maggiore evidenza.
Le storie di violenze sessuali e di prostituzione femminile e maschile, le puoi raccogliere in ogni campo appena entri in confidenza con loro.

Fine II parte.