Blog di Dante Paolo Ferraris

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Messaggio
  • EU e-Privacy Directive

    This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

    View e-Privacy Directive Documents

Luci ed ombre a Torino (LII parte)

E-mail Stampa PDF
Victor KrumM'avvio per via Garibaldi, questa strada interamente pedonalizzata è dedicata all'eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, è sicuramente una delle vie più storiche della città, collega piazza Statuto con piazza Castello. Originariamente uno degli assi principali dell'area urbana romana delimitata dalle attuali piazza Castello e via della Consolata. La sua storia è antica quanto la città. In epoca romana, era il decumanus maximus della allora Julia Augusta Taurinorum e costituiva, insieme al cardo maximus, ossia le attuali via San Tommaso e via porta Palatina, uno dei due principali assi viari dell'antica città romana, quando essa contava appena cinquemila persone. L'antica strada collegava due delle quattro porte di accesso alla città: la Porta Decumana e la Porta Prætoria.
Mentre la Porta Decumana è tuttora individuabile nelle torri anteriori di Palazzo Madama, la Porta Prætoria è scomparsa ed era collocata all'altezza di via della Consolata. La strada, con la caduta dell'Impero romano, si deteriorò molto, angusta e sterrata, a quel tempo era denominata strata Civitatis Taurini. Rimanendo però fin da allora un'importante strada commerciale, in quanto era il percorso che facevano i mercanti che arrivavano dalla montagna. Per questo, uno dei diversi nomi che la via assunse nel tempo fu "via Sant'Espedito", protettore dei mercanti.
Assunse il nome di Contrada Dora Grossa, quando, con tutta probabilità, nel 1573, per volontà di Emanuele Filiberto, vi fu canalizzata la vicina Dora e l'acqua di altri canali cittadini per ripulire i vicoli della città. Trasformando all'occorrenza la strada in uno dei principali canali cittadini.
Sotto il regno di Vittorio Amedeo II, venne prolungata dall'incrocio di via della Consolata fino a corso Valdocco e nell'Ottocento venne infine collegata a piazza Statuto mediante l'ultimo tratto provvisto di edifici con portici. Ammodernata nel XVIII secolo, via Dora Grossa vide costruire ai suoi lati splendide chiese e palazzi, accrescendo sempre più il prestigio delle sue attività commerciali.
Con l'occupazione francese di inizio XVIII la via fu rinominata rue du Mont-Cenise (via Moncenisio), ma con il ritorno dei Savoia nel 1814 tornò a chiamarsi via Dora Grossa.
In seguito all'Unità d'Italia, infine, essa venne intitolata a Giuseppe Garibaldi.
La via è coronata per tutto il suo percorso da palazzi settecenteschi e mi sembra che con i suoi 963 metri di lunghezza, sia la seconda via pedonale più lunga d'Europa, dopo Rue Sainte-Catherine a Bordeaux.
Subito sull'incrocio con corso Valdocco, si trova uno storico palazzo, ora sede italiana della multinazionale Saipo-l'Oreal. Dove oggi c'è l'accademia dell'acconciatura, dove parrucchieri, visagisti affinano le loro capacità stilistiche della moda, fino a pochi anni fa quelli stessi saloni erano calcati da giornalisti e fotografi, infatti era la sede della "Gazzetta del Popolo", un quotidiano italiano fondato a Torino il 16 giugno 1848 e che ha cessato le pubblicazioni il 31 dicembre 1983, dopo 135 anni di vita. Un giornale che mi è fortemente rimasto impresso perché nel 1983, vinco per la prima ed unica volta alla lotteria, ed il premio era un abbonamento annuale per questo importante giornale, che non riceverò mai perché nel frattempo fallisce.
Transito affianco al retro del Convitto nazionale Umberto I, questa importante scuola nasce su un progetto del 1718 voluto dai frati Carmelitani per un loro convento. I gesuiti vi istituiscono poi una scuola, trasformata in convitto assorbendo il Collegio dei Nobili che abbandona la sede di Via Accademia delle Scienze. Nel 1848, Carlo Alberto Re di Sardegna istituisce il Collegio Convitto Nazionale di Educazione di Torino, in sostituzione del Collegio del Carmine, gestito dall'Ordine di Gesuiti. Si ha nel nel 1859 la nascita giuridica dei Convitti Nazionali con la legge Casati e nel 1879 assumerà poi la dizione di Collegio-Convitto Nazionale Umberto I re d'Italia.
Il collegio ha visto sui suoi banchi illustri studenti e insegnanti famosi, ne cito solo alcuni come Nicomede Bianchi (1818-1886), laureatosi in medicina nel 1844 a Parma. Costui fu patriota e storico. Nel 1848 divenne membro del Governo Provvisorio di Modena e Reggio durante i moti nazionali. Successivamente trasferitosi a Torino si dedicò all'insegnamento ed a studi storici. Amico apprezzato dal conte di Cavour, ricoprì la carica di direttore dell'Archivio di Stato di Torino. Nel 1881 divenne Senatore. Scrisse molte opere storico-letterarie tra cui "Vicende del Mazzinianismo politico e religioso dal 1832 al 1854", "Storia della politica Austriaca dal 1791 al 1857", e la "Storia della monarchia Piemontese", opera rimasta incompiuta. Ma il Collegio fu frequentato anche da Michele Lessona(1823-1894), costui Medico e convinto divulgatore delle scienze naturali; divenne famoso anche per aver tradotto in Italiano il testo base della teoria di Darwin: "L'origine dell'Uomo". Divenne direttore del museo di zoologia dell'Università di Torino; 12° presidente dell'accademia delle scienze, consigliere comunale, Rettore magnifico e Senatore del Regno. Fu molto discusso il suo libello intitolato "Volere è potere", nel quale esprimeva la convinzione che non dovessero sussistere differenze di ceto o di cultura tra i sudditi per poter giungere ai più alti fasti del sapere.
Altro illustro personaggio fu Luigi Einaudi (1874-1961) economista, accademico, politico e giornalista italiano, secondo Presidente della Repubblica Italiana.
Poco dopo, proseguendo la passeggiata, l'attenzione è attirata dalle gioiose grida di due piccoli bambini che simulano la lotta, ovviamente attenzionati dalle madri, su una grande e spessa pietra rettangolare, quasi posta al centro di via Garibaldi, protetta da una bella catena di metallo lavorato. Questa lasciata così incorniciata dalla catena sembra una tomba. Questa lastra di granito che si trova all'angolo con via della Consolata, cela i resti dell'antica cinta muraria risalente al XVI secolo. Resti rinvenuti quando si è deciso di pedonalizzare via Garibaldi, verso la fine degli anni 70 del secolo scorso. Era la cinta muraria fatta realizzare da Emanuele Filiberto di Savoia e sorgeva esternamente alle mura romane e medievali e faceva parte del complesso di fortificazioni collegate alla Cittadella.
L'amministrazione, a suo tempo, decise di non ricoprire tutti i resti venuti alla luce ma di lasciare visibile ai cittadini una parte delle vestigia.
Il sito venne dapprima coperto con una lastra di vetro, collocandovi altresì una targa esplicativa, poi con il passare del tempo il vetro si è opacizzato e l‘amministrazione comunale ha pensato bene di "tombare" quei resti, scomparendo così anche la targa e lasciando intendere ed immaginare al viandante qualunque cosa.
Transito davanti a palazzo Fontana di Cravanzana, un edificio che passa totalmente per inosservato se non per un cartello che ne ricorda gli antichi fasti. L'edificio risale al XVII ° secolo. Progetto attribuito all'architetto Gian Giacomo Plantery e costruito per volontà del marchese di Fontana di Cravanzana, una famiglia borghese di Mondovì, nobilitata dal Duca Vittorio Amedeo II nel 1722.
Certamente al viandante colpisce la farmacia Tullio Bosio, con la facciata ricoperta tutta in marmo e con una grande altorilievo di Galeno di Pergamo, medico della Grecia antica, la cui teoria medica rimase indiscussa fino al Rinascimento, quando fu sovvertita dall'opera di Andrea Vesàlio, forma italianizzata di Andreas van Wesel fondatore della moderna anatomia. Come ricordano le incisioni sulla facciata, scritte con numeri romani la farmacia risale al 1715.
Proprio di fronte alla farmacia parte via della Misericordia che finisce, poco dopo, davanti alla facciata della omonima chiesa della Misericordia.
La chiesa della Misericordia è dedicata a San Giovanni Battista, ed era detta anche "chiesa di San Giovanni Decollato". Deve il nome alla Arciconfraternita della Misericordia, così nominata poiché i suoi membri avevano il compito di confortare i condannati a morte, accompagnarli al patibolo, curarne le successive esequie e far celebrare messe in suffragio delle loro anime. La facciata esterna è rigorosamente neoclassica, caratterizzata da un grande frontone triangolare poggiante su architrave, con quattro colonne ioniche. Negli intercolumni della facciata, si trovano semplici decorazioni in stucco. La confraternita assunse negli anni sempre un ruolo maggiore, fintanto che nel 1581, il duca Carlo Emanuele I le concesse la facoltà di poter liberare ogni anno un condannato a morte, salvo che fosse un falsario, un assassino reo di lesa maestà, o avesse testimoniato il falso. Privilegio portato nel 1650 a due condannati e a tre nel 1679. Fu realizzata ristrutturando la precedente chiesa del monastero di San Pietro, abitato dalle monache lateranensi di Santa Croce, gravemente danneggiato dai bombardamenti dell'artiglieria francese durante l'assedio di Torino del 1706. Nel 1720 venne acquisita dalla Confraternita della Misericordia, che diede nel 1751 l'incarico di ristrutturare la chiesa all'architetto Nicolis, conte di Robilant, che ne fece un edificio barocco. Nonostante il Robilant avesse consegnato anche i disegni della facciata, questa venne realizzata solamente nel 1828. La chiesa è a navata unica e contiene al suo interno, ricchi apparati marmorei ed è abbellita da dipinti di importanti pittori come la Decollazione del Battista, di Federico Zuccari. Impossibile non ricordare il dipinto del Beaumont che rappresenta San Giovanni Nepomuceno davanti all'Addolorata. Ai lati di questo dipinto si trovano altri due olii su tela l'Annunciazione e a destra l'Assunta, opere anch'esse del Beaumont.
Interessante la cappella dei Condannati o del Crocifisso, dove si celebra il Venerdì Santo, la "Gran funzione", con gli stendardi in tela nera della Confraternita esposti dai Disciplinanti. Infatti alla sinistra dell'altare venivano sepolti i giustiziati in una profonda botola, più di 12 metri e larga circa 2 metri. Nella cappella è esposto un quadro del Guglielmino che raffigura "don Cafasso nelle carceri di Torino". A destra della Cappella del Crocifisso si trova una lapide murata nel 1727, a memoria del Conte Pateri di Stazzano, avvocato generale del Senato del Piemonte.
L'uso di seppellire i condannati nella chiesa finisce il 1° gennaio 1778, quando i giustiziati, vengono, invece, sepolti nel Cimitero suburbano di San Pietro in Vincoli, in un recinto apposito "benedetto ma non consacrato".
Mentre mi proseguo la mia passeggiata, trovo sul sagrato della vicina chiesa di San Dalmazzo Viktor Krum. Come al solito è accompagnato da una giovane ragazza a me sconosciuta. Con Viktor Krum, ho condiviso tante avventure da quando ci siamo conosciuti in Albania durante l'operazione Arcobaleno.
L'esperienza vissuta insieme, ci ha indissolubilmente uniti e insieme abbiamo condiviso momenti tristi e di gioia. È un ragazzo alto, di carnagione scura, una corporatura atletica, amante dello sport ma anche del buon bere e mangiare. Capelli neri, tagliati corti a spazzola, occhi scuri con due sopraccigli lunghi ma non spessi che gli fanno da corona, una barba nera, non eccessivamente curata, sempre di qualche giorno incornicia una bocca con due labbra rosee, sottili ed equilibrate, il viso allungato e diviso da un naso lungo, diritto che pare quasi una lancia, ma che fa esprime al volto sicurezza. Due simpatiche fossette ai lati della bocca, compaiono quando un sorriso lo coglie. La voce e serena, non l'ho mai visto alterato, con voce sbraitante, ma sempre assorto, contemplativo e stupito di ciò che gli sta intorno.
Amico fedele, anche se per tanto tempo non ci vediamo o sentiamo, siamo sempre felici di ritrovarsi e mi fa particolarmente piacere incontrarlo a Torino.
La chiesa di San Dalmazzo all'esterno, appare di gusto pienamente barocco con le sue lesene di ordine corinzio che inquadrano i finestroni per illuminare l'interno. Sul corpo centrale superiore, al centro vi è un affresco,inquartato da una cornice con molte volte ed incoronato da un timpano semicircolare. L'affresco raffigura un angelo che porge una corona di perle al santo, il quale con il braccio alzato, indica la via del cielo. Con Viktor Krum e la sua amica entriamo dentro la chiesa di San Dalmazzo.
Di fondazione molto antica, ha subito diversi radicali rifacimenti, i più importanti sono quelli del 1702 e quello in stile neogotico nel 1885. Si hanno notizie, in questo sito, di un edificio religioso fin dall'XI secolo, già dedicato a San Dalmazzo martire. La chiesa fu affidata nel 1271 ai frati Ospitalieri di San Antonio provenienti dal Priorato di Ranverso, questi la reggono fino al 1606, quando passa ai barnabiti. Nel 1580 vi viene accolta la Confraternita della Misericordia che rimane sino al 1698. Sono i frati nel 1702, ad avviare una serie di restauri generalizzati alla chiesa: viene rifatta la facciata e l'interno ampliato, sopraelevato anche il campanile. Invece nel 1885, un intervento radicale trasforma gli interni in stile neogotico, lasciando invariata la facciata. L'interno della chiesa ha una pianta a tre navate, caratterizzata dalla ottocentesca trasformazione in neogotico, rintracciabile ad esempio nel ciborio, nel pulpito, mentre sono di gusto eclettico le edicole. Ospita numerose e pregevoli opere d'arte, fra affreschi ottocenteschi, tele e altari del Seicento e del Settecento e un'antica fonte battesimale. La navata centrale ha una volta a botte, mentre i pilasti sono poligonali a ampie strisce chiare e scure, sulla quale sono incisi i nomi dei tanti donatori della chiesa. Sopra i capitelli piccole edicole con scritti i 10 comandamenti, curiosamente manca il primo e l'ultimo è incompleto. Mentre la decorazione della navata, del transetto e della cupola sono di Enrico Reffo (1831-1917) e rappresentano due lunghe processioni di personaggi: penitenti, vedove, madri, vergini, bimbi, dottori della chiesa, profeti, monaci.
Nella prima campata di destra si conserva l'antico fonte battesimale, il quale è sovrastato da un affresco di Francesco Gonin raffigurante San Giovanni Battista che battezza Gesù, del 1885. Sulla colonna due lapidi, una in memoria di Carlo Tancredi Falletti Marchese di Barolo e la moglie marchesa Giulia Colbert di Barolo, fondatrice delle suore del Buon pastore. L'altra lapide è dedicata a San Leonardo Murialdo (1828-1900) che nella chiesa venne battezzato e celebrò la sua prima messa, ricordato anche in una piccola nicchia posta nella navata di sinistra, quale fondatore degli Artigianelli e della Congregazione dei Giuseppini. Ancora in una nicchia è posta l'urna di Santa Vittoria, martire romana del III secolo, sotto l'imperatore Decio. Invece in navata sinistra una lapide ricorda il tenore Francesco Tamagno che fin da adolescente cantava in questa chiesa. Subito sopra il busto con altorilievo raffigurante il pittore Enrico Reffo, decoratore della chiesa. Ancora nella chiesa vi sono i dipinti con Il beato Antonio Maria Zaccaria, fondatore dei Barnabiti, inginocchiato ai piedi dell'Eucarestia, e molti ancora i pregevoli affreschi come le lapidi presenti su pareti, sui pilastri e nei sotterranei che permettono di ricostruire la storia dell'edificio e testimoniano devozioni e donazioni.
Particolare la Cappella della Madonna di Loreto, fatta erigere da padre Ottavio Asinari nel 1631, per voto durante la peste del 1630.
Uscito, con Viktor Krum e la sua amica ci avviamo insieme per un tratto della mia passeggiata.


Fine LII parte.