Blog di Dante Paolo Ferraris

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A zonzo con il calessino (XX parte)

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CalessinoAttraversata Ivrea, ci accoglie Bollengo. Siamo nuovamente alle pendici dell'anfiteatro morenico eporediese. Il comune si divide equamente tra il colle e il piano.
La zona ricca di stagni avalla la possibilità che il nome derivi dalla voce celtica di bola, ossia palude. Fu luogo di confine tra le influenze di Vercelli ed Ivrea. Anticamente quando fu sottoposto al controllo di Ivrea fu edificato un castello e un ricetto, terminato nel 1250, per ostacolare la politica espansionistica di Vercelli, rendendo così Bollengo un borgo franco.
Accorsero ad abitare il nuovo borgo gli abitanti di Paerno e Pessano, villaggi che rimasero abbandonati. Di quegli antichi villaggi non rimangono che le vestigia. Di Paerno una suggestiva torre campanaria, svettante solitaria su un pianoro tra i boschi della Serra. Il campanile apparteneva alla chiesa romanica San Martino, atterrata per volere del vescovo nel 1733, in quanto versava in pessime condizioni. Di Pessano rimane la chiesa romanica dei Santi Pietro e Paolo, posta sul percorso della via Francigena canavesana.
Superata la frazione di San Pietro e della Broglina, attraversando magnifici boschi, percorsi da una tortuosa stretta strada, dopo una curva a gomito si aprono dei verdi prati da cui si può ammirare uno splendido panorama sul biellese. Non possiamo non fermarci ad ammirare il paesaggio, tra cui spicca più vicino tra i prati e i boschi il campanile di Zubiena, con la sua parrocchiale settecentesca dedicata a San Nicolao, in stile juvarriano. Questa maestosa chiesa non è la sola presente sul territorio comunale. Infatti nella frazione Parogno sorge l'oratorio dei Santi Nereo, Achille e Panerario che ha origine cinquecentesche.
Nella frazione più lontana a Vermagno c'è la chiesa di San Carlo. Nella frazione Riviera vi è quella di San Cassiano, riedificata su una precedente chiesa medioevale. Fino al VII secolo la frazione Riviera era denominata Blatino o Beatino. I signori di Blatino erano una potente famiglia che possedeva un castello-fortezza. Dopo diversi saccheggi e devastazioni, sia il castello che la chiesa furono irrimediabilmente compromessi.
Ai piedi di una collina, scaturisce una sorgente solforosa. Questa era nota nell'Ottocento per le sue virtù terapeutiche. Furono gli stessi abitanti a salvaguardare la fonte, costruendoci una fontana a torretta per facilitare i molti frequentatori del luogo a poterne usufruire. Infatti vicino ad essa vi era anche un noto ristorante. Antonio Perrone nel 1870 così la descriveva "acqua cacastracci pel deposito fioccoso biancastro che lascia nei luoghi dove scorre".
Questo comune di tradizione agricola è delimitato dalla pietraia della Bessa e dal cordone morenico della Serra. Recenti ritrovamenti hanno confermato la presenza romana già dal I-II secolo d.C. In età medioevale appartenne ai vescovi di Vercelli, passò poi ai signori di Cerrione e da questo agli Avogadro. La signoria degli Avogadro finì nel 1731 quando l'ultima erede cede il feudo a Carlo Luigi Gattinara.
Ripresa la corsa del calessino, ci lanciamo in discesa sulla strada che ci riporterà a Oropa. Ripassiamo da Mongrando e raggiungiamo Occhiaeppo Inferiore. È un peccato non poterci fermare, ma il calessino corre, impaziente di arrivare a Biella e incontrare i nostri amici Stefano e Lele per poi insieme arrampicarci fino al santuario di Oropa.
Ebbi però modo di visitare questo borgo del biellese qualche tempo fa. Occhieppo Inferiore è solcato nel suo territorio dai torrenti Elvo, Romiglio e Oremo. Fu un borgo strategico tra il biellese e il sistema Serra-Canavese e la Val d'Aosta. Abitata anticamente dai Vittimuli, nel Medioevo appartenne ai vescovi di Vercelli. Nel XIII secolo fu infeudato prima ai Bondonni, poi ai Vialardi, ai Dal Pozzo e agli Avogadro di Cerrione. Dopo una breve occupazione milanese dei Visconti, la comunità occhieppese si pose sotto la protezione dei Savoia, che dopo averla infeudata agli Avogadro, nel Seicento lo infeudarono con il titolo di conte al cavaliere Mauriziano Gerolamo Ferraris.
Il patrimonio artistico ci riporta al tempo dell'occupazione romana con dei ceppi votivi del II secolo d.C. Gli edifici più interessanti sono sicuramente quelli religiosi; la bella parrocchiale, costruita nel XVII sopra i ruderi del castello medioevale, è stata più volte ampliata e arricchita con belle tavole come la "circoncisione", dei fratelli Giovanni Francesco e Gerolamo Lanino ed offre al visitatore un settecentesco campanile. Ma interessanti sono anche la chiesa della confraternita del Santo Rosario e il seicentesco oratorio dei Santi Giovanni Evangelista e Giuseppe, entrambi con una facciata in cotto. Ma soprattutto ricordo la chiesa della Rettoria di San Clemente, sorta intorno all'Anno Mille che conserva un bell'affresco sopra la lunetta del portone. Questa chiesa è a tre navate con splendide pitture parietali.
Occhieppo Inferiore diede i natali a importanti personaggi, quali gli appartenenti alla famiglia Schiapparelli. Giovanni Battista, nato nel 1795 fu un precursore dell'industria chimico-farmaceutica italiana, ancor oggi esistente. Invece Ernesto Schiapparelli, nato il 12 luglio 1856, egittologo che fu dapprima direttore della sezione egizia del Museo Archeologico di Firenze dal 1881 al 1893, poi fino alla morte, al Museo Egizio di Torino. Costui condusse diverse campagne di scavi in Egitto, a lui si deve il ritrovamento della tomba di Nefertari, sposa reale di Ramses II e la tomba del grande architetto egizio Kha. Fu soprintendente alle antichità del Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria e Senatore del Regno.
Nasce invece a Savigliano (Cuneo) nel 1835, ma di origini occhieppesi, Giovanni Schiapparelli, astronomo e storico della scienza. Infatti il padre Antonimo, farnaciaio, migrò da Occhieppo Inferiore a Savigliano. Giovanni, che fu senatore del Regno, è noto per i suoi studi su Marte. In suo onore e per i suoi studi gli furono dedicate l'asteroide 4062 Schiapparelli, il cratere Schiapparelli sulla Luna, il cratere Schiapparelli su Marte, e una catena montuosa su Mercurio, la Schiapparelli Dorsum.
Entriamo in Biella e ritroviamo subito Stefano, che sale sul calessino con noi, mentre Lele ci seguirà in auto. Non ancora stanco, il calessino si arrampica senza timore alcuno sulla tortuosa e trafficata strada che ci conduce al Santuario di Oropa.
Raggiungiamo il verde prato antistante il maestoso complesso del Santuario di Oropa, che viene anche chiamato "Prato delle oche". Rimango sempre impressionato dalla magnificenza di questo santuario, ma come sempre, ogni volta che salgo alle falde del monte Mucrone, il mio sguardo si porta alla ricerca di un tram che ormai da anni è parcheggiato, quasi abbandonato, a un lato del grande prato. È ciò che rimane della gloriosa tramvia Biella-Oropa, una lunga e ardita linea tranviaria che tra il 1911 e il 1958 collegava la città con il santuario.
Con i miei amici, sostiamo davanti alla cancellata che divide il grande prato dal Santuario che appare al viandante come una grande reggia. Il complesso del santuario, oggi domina solenne sui prati, boschi, montagne, il lago di Mucrone e diversi piccoli torrenti tra cui l'omonimo Oropa.
Fu Sant'Eusebio, secondo la tradizione popolare a fare di Oropa una terra conosciuta e a porre le condizioni per la realizzazione del principale Santuario Mariano delle Alpi.
Secondo Luigi Firpo nel "Theatrum Sabaudiae", Sant'Eusebio, vescovo di Vercelli fu cacciato dalla sua sede episcopale e costretto all'esilio in Siria. Morto l'imperatore Costanzo, poté rientrare a Vercelli e portò con lui tre statue lignee della Madonna, recuperate a Gerusalemme ed altri luoghi santi. Tra le tre statue lignee, vi era quella che la tradizione popolare ha attribuito all'Evangelista Luca, che oltre ad essere un abile scrittore e discepolo di Paolo fu anche artista, pittore e scultore. Sant'Eusebio portò le tre statue, una in Sardegna a Cagliari, suo luogo natio, un'altra nella diocesi del Monferrato sul Monte di Crea e la terza voleva collocarla nella cattedrale di Vercelli. In città però prevaleva il politeismo romano, costringendo Sant'Eusebio a nascondere la statua della Madonna Nera sotto un masso erratico alle pendici del Mucrone. Luogo ove un tempo i celti veneravano i grandi massi erratici.
La tradizione e i culti pagani dei celti, volevano che le donne si strofinassero sulla pietra per propiziare la nascita di un figlio. Successivamente in questo luogo gli abitanti di Fontaneimore del valle del Lys, costruirono una cappella, ancora oggi detta del Roc, ovvero del masso.
La profonda e diffusa devozione alla Madonna Nera spinge da secoli migliaia di pellegrini a recarsi a Oropa. Il significato profondo del pellegrino trova la sua più storica e massima espressione con la processione che parte dalla Valle d'Aosta, nella valle del Lys, da Fontaneimore e raggiunge Oropa attraverso il colle della Balma. Dopo una lunga marcia notturna, la moltitudine di pellegrini raggiunge il Santuario quando il sole è già alto.



Fine XX parte.