Blog di Dante Paolo Ferraris

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Venzone: un viaggio alla ricerca dell'Orcolat

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VenzoneLa sveglia ha suonato già di prima mattina. Il vento ha passato tutta la notte ad ululare ed ha ha strappato tutto quel velo di nuvole che ieri sera, all'arrivo in albergo ricopriva tutta la Carnia. Stamattina sopra le nostre teste, distese azzurre senza confini e un sole che sicuramente renderà più illuminante la nostra giornata. Il viaggio che ci ha condotti in questa parte della Carnia è stato lungo ma piacevole. Un comodo alloggio e una ristoratrice cena a base di piatti tipici, ci ha messo in condizione di affrontare questo particolare giornata di studio. Il nostro cuoco ci ha preparato per cena: un cestino di frico con patate, fatto con formaggio stagionato, patate, cipolle e pancetta affumicata, funghi e selvaggina hanno poi riempito i nostri piatti. Il tutto di innaffiato da una bella bottiglia di vino, come il Refosco dal peduncolo rosso.
Non è la prima volta che vengo in queste lande, a parte aver svolto il servizio militare di leva a poche decine di chilometri da qui. Vi ero giunto con occhi diversi, pochi anni or sono per vedere con sguardo attento le capacità di ricostruzione dell'uomo dopo gli eventi calamitosi del 1977 che oggi non guardiamo con il dovuto merito.
Ero venuto a visitare il lavoro di ricostruzione della storia di quel tragico evento che furono i terremoti del 1976, in compagnia di Floriana, un amica architetto e a Alberto un ingegnere di queste zone conosciuti durante la mia attività professionale dopo il terremoto umbro-marchigiano del 1997.
Dopo qualche anno, sono voluto tornare in questi luoghi, in compagnia di un giovane collaboratore a cui vorrei trasmettere le mie conoscenze e competenze. Il poter visitare i luoghi di un grande evento calamitoso, dove grazie alla caparbietà della popolazione e a decine di giovani studenti gli potrà essere sicuramente d'aiuto per gli studi che dovrà affrontare.
Ci avviamo per le strade dell'antico borgo di Venzone, i primi passi servono anche per ricordare in poche parole cosa accadde nel 1976. Poco dopo le 21.00 del 6 maggio 1976 una forte scossa sismica di magnitudo 6.4/6.5 colpì l'intera regione del Friuli Venezia Giulia, ma con forti risentimenti in tutta l'Italia, Austria ed ex Jugoslavia; in quest'ultima vi furono molti danneggiamenti nell'attuale Slovenia. In molti ricordano come quella sera facesse molto caldo e la scossa arrivò improvvisa e violentissima. Il buio non aiutò a comprendere effettivamente l'entità del danno. Le comunicazioni telefoniche si interruppero all'improvviso, anche per il sovraccarico. Le prime notizie del terremoto e le prime richieste d'aiuto si ebbero grazie ai radioamatori. Solo nel primo mattino si comprese veramente l'entità del danno. I primi soccorsi furono organizzati dai cittadini stessi che i sopravvissuti tra le macerie, scavando spesso con le sole mani. Pronta anche la reazione dello Stato che attivò subito i militari ed invio colonne di soccorso dei Vigili del Fuoco, presenti anche molti volontari provenienti da tutta Italia.. Il Messaggero Veneto titolava in prima pagina "Catastrofico terremoto in Friuli". I danni maggiori furono nei centri abitati a nord di Udine, ma in totale vennero coinvolti 137 Comuni, provocando solo in Italia 990 morti. I feriti furono oltre 3mila ed altri 100mila dovettero abbandonare le proprie case. Il 15 settembre, prima alle 5.00 circa poi alle 11.30 si verificarono ulteriori scosse di 5.9 e 6.0 gradi della scala Richter. Quelle poche case e monumenti, che erano rimasti in piedi, crollarono. Venzone fu tra i Comuni maggiormente colpiti.
Il governo nominò Giuseppe Zamberletti quale Commissario Straordinario , incaricato del coordinamento dei soccorsi. I friulani non volevano fare la fine degli abitanti del Belice che, dopo il terremoto che scosse la Sicilia nel 1968, furono tutti trasportati in altre zone dell'isola. Infatti, già l'8 maggio la Stampa di Torino pubblicò un editoriale intitolato "Non rifare gli errori del Belice". Fu la costanza di queste popolazioni, la loro perseveranza e il fatto che il Friuli Venezia Giulia fosse una Regione a Statuto Autonomo che permise una rapida ricostruzione e soprattutto permise ai propri abitanti di non abbandonare il loro territorio, nonostante dovettero passare alcuni mesi negli alberghi sulla costa adriatica.
Rimango come sempre colpito dalle possenti e poderose mura che circondano il borgo. Queste mura ciclopiche raccontano la storia del borgo e dell'intera Carnia; infatti la cittadina è posta in posizione strategica nella valle del fiume Tagliamento. Il toponimo deriva da av-au , flusslauf (sorgente corso d'acqua), quindi dal vicino torrente Venzonassa. E se nel 923, il borgo viene citato per la prima volta come Clausas de Albiciones è solo nel 1001 che viene menzionata come Venzone. E' il diploma dell'Imperatore Ottone III infatti che ne concede al Patriarca d'Aquileia l'erbatico del canal del Ferro ossia un ampia pianura coperta da boschi e prati.
Nel 1258, per volontà del signore del luogo, Glizoio di Mels, ha inizio la costruzione delle possenti mura, ossia una doppia cintura muraria, circondata da un profondo fossato in cui poteva scorrere l'acqua. La cittadella fortificata era pertanto a forma esagonale con mura alte 8 metri e larghe 1,5 metri ed erano robustamente protette da un sistema di 15 torri. Dal 1335 la città di Venzone continuò a cambiare diversi feudatari da Giovanni Enrico di Gorizia al Patriarca di Aquileia, Bertrando di San Genesio e poi al duca d'Austria Alberto II fino a diventare libera comunità nel 1381. Nel 1420, come buona parte del Friuli entra a far parte della Repubblica di Venezia. Fu più volte soggetto di incursioni turche (turcomanne). E se dal Cinquecento fu sede di ripetuti soggiorni reali è anche vero che fu ripetutamente conquistata dai tedeschi e dai veneti.
Nel 1797 Venzone era occupata dalle truppe francesi, ma con il trattato di Campoformio subentrano gli austriaci. Entra a far parte dell'Italia dopo la terza guerra di indipendenza nel 1866 dopo un voto plebiscitario. Devastata dai bombardamenti nel 1944-1945 venne completamente ricostruita. Nel 1965 il Ministero dalla Pubblica Istruzione proclamò la cittadina monumento nazionale per il suo patrimonio storico artistico. Certamente la presenza dell'antico strada romana Iulia Augusta ne favori lo sviluppo. Accediamo al borgo attraversando il ponte sulla Venzonassa, ci lasciamo alle spalle gli antichi palazzi Marzona e Marpillero, situati vicino a piazza Dogana. Anch'essi furono gravemente danneggiati dal terremoto e ricostruiti con le originali fattezze cinquecentesche. Il palazzo ricostruito nello stile rinascimentale veneto-lombardo con le sue originali capitelli corinzi e il suo settecentesco portone, sormontato da una trifora in stile gotico-fiorito veneziano di epoca quattrocentesca. Di fronte ad esso ai ruderi, lasciati a perenne memoria della chiesa di Santa Chiara e dell'ex convento delle Clarisse. La chiesa di origini duecentesche, posta a poche decine di metri dalla cerchia muraria, fu annessa fino al 1686 all'antico Ospitale di S. Maria,fondato nel 1261 e successivamente trasformato in convento che fu soppresso nel 1806 sotto il dominio napoleonico. La chiesa era di origine duecentesca a navata unica. Le opere recuperate dopo il sisma sono collocate in duomo, mentre il convento, dopo il sisma fu restaurato ed oggi ha funzioni abitative. Arriviamo alla Porta Nord o di Sopra, delle antiche mura di accesso alla cittadella. Della porta vi è rimasto l'antico stemma di Venzone sul basamento di un muretto. Iniziamo così a percorrere via Mistruzzi, ed è incredibile pensare che qui nel 1976 passò l'Orcolat portando morte e distruzione. Tutto è ricostruito con attenzione e rispetto. Le nuove case di fattezza antica, hanno moderni negozi ma è un nuovo che ha nel suo essere moderno un forte richiamo alla storia del Borgo. Ci troviamo davanti a palazzo Orgnani-Martina. La sua facciata è chiaramente di fattezze cinquecentesche. Vi accediamo, arrivando fino al cortile principale, coronato da un loggiato; al centro vi è una bella fontana con la sua particolare forma a conchiglia. Il palazzo ebbi modo di visitarlo nelle mie precedenti visite a Venzone, grazie a Floriana ed Alberto. Al suo interno è ospitato il "museo della Terra di Venzone" e la mostra permanente "Tiere motus-storia di un terremoto e della sua gente". Raggiungiamo cosi piazza del Municipio, al cui centro vi è la elegante ottocentesca fontana. Sulla piazza si impone il magnifico e ricostruito Palazzo Comunale, un esempio di architettura gotico-veneziana tra la fine del XIV e inizio XV secolo. La facciata è ornata da stemmi degli appartenenti alle più antiche casate nobili di Venzone. Il palazzo fu distrutto dai bombardamenti nel 1945, ricostruito grazie ad un modello ligneo con frammenti originali tra il 1952 e il 1959 ed ancora fu riedificato dopo il terremoto del 1976. L'edificio ha un aspetto massiccio e maestoso ma elegante, ed è caratterizzato nella parte inferiore da una loggia aperta con arcate a tutto sesto. Notevoli affreschi sono sulla parete di fondo della loggia. Al piano superiore si accede grazie ad una monumentale ma agile scalinata esterna. All'angolo nord-est si erge la torre dell'orologio suddiviso in 24 spicchi, con la sola presenza della lancetta delle ore. Sopra l'orologio è scolpito in una nicchia il Leone di San Marco che ci ricorda il suo passato sotto la dominazione Veneziana. Sul palazzo vi sono altri simboli come l'aquila ricorda il patriarcato di Aquileia. Su piazza del Municipio si affaccia anche un palazzo con bifore trabeate in perfetto stile rinascimentale. In questo palazzo nacque Pietro Silio, famoso letterato friulano. Il palazzo del XVI secolo ha un bel portale e bifora trabeata. Di fronte al palazzo comunale e la fontana vi è la facciata di palazzo Radiussi.
Prima di accedere in via Alberton del Colle, sostiamo davanti ai resti della chiesa di San Giovanni Battista, ex chiesa conventuale, edificata nella seconda metà del XIV secolo ma completamente distrutta dal terremoto del 1976. Dai ruderi si vedono ancora chiaramente gli elementi decorativi gotici dei capitelli con decorazioni floreali. Si racconta che in questa chiesa avrebbe predicato Martin Lutero in viaggio verso Roma. Vicino si può ancora ammirare il loggiato e il porticato del seicentesco dell'ex Convento Agostiniano. Al centro del cortile un bel pozzo di origini quattrocentesche con stemma nobiliare. Oltre a palazzo Radiussi, sulla strada si affacciano i Palazzi Gattolini, Collorede e Pozzo.
Il primo è riconoscibile da una trifora architravata, alla sua destra palazzo Gattolini con finestre ad arco tutto sesto di matrice cinquecentesca. Invece davanti a quest'ultimo vi è Palazzo Pozzo con alla sua sinistra le ex scuderie. Tornando indietro sostiamo vicino all'ex chiesa di San Giovanni Battista dove si erge la diruta porta San Giovanni, aperta nel 1920 quale collegamento diretto per la strada Pontebbana. Cogliamo l'occasione per scattare delle fotografie e per ammirare le possenti mura, ricostruite in parte dopo il terremoto e l'imponente fossato. Raggiungiamo la cappella di San Michele che si prospetta davanti al duomo. E' un piccolo edificio a forma circolare in sassi squadrati. Fu utilizzato come battistero, poi distrutto dal terremoto del 1976 e ricostruita.
La cappella è utilizzata come museo delle mummie dal 1842. Infatti le mummie di Venzone sono alcuni corpi mummificati per cause naturali rinvenute nel XVII secolo. Nel 1647 durante i lavori di ampliamento del duomo vennero scoperti una ventina di corpi mummificati. Le mummie appartengono a epoche diverse e sono state oggetto di studio e ricerca da molte università ed anche Napoleone Bonaparte volle vederle nel 1807. Particolare attenzione ebbe quella denominata "il gobbo", oggetto di superstizione, infatti parti di pelle di resti mummificati furono tagliati dai soldati napoleonici come souvenir e come portafortuna. Purtroppo anche il terremoto del 1976 fece diversi danni ai corpi mummificati e delle 21 mummie conservate solo 15 furono estratte dalle macerie ed alcune sono ancora esposte nella cappella di San Michele. Di fronte alla cappella si staglia il magnifico e biancheggiante duomo dedicato a Sant Andrea apostolo. Il duomo fu completamente ricostruito per anastilosi dopo il terremoto, parve che l'Orcolat vi avesse voluto scatenare l'inferno su questo antico scrigno di civiltà e di sacralità che era stato eretto nei primi anni del XII sui resti di una duecentesca chiesa preesistente. Il duomo fu consacrato dal patriarca Bertrando nel 1338. La facciata del duomo a capanna, è in pietra a vista, con un bel portale strombato con colonnine e fregi scolpiti e con una lunetta con un alto-rilievo raffigurante "La Crocifissione" una copia dell'originale. Infatti l'originale di alcune lunette, sono conservate all'interno del duomo, danneggiate dal terremoto e da un incendio che colpì il laboratorio di restauro nel 1983. Le copie delle altre lunette sono sulla porta settentrionale, raffigurante un altorilievo con il Cristo Benedicente. Invece il portale meridionale custodisce nella lunetta la copia dell'altorilievo dell'Incoronazione della Vergine. L'interno del duomo presenta una pianta a croce latina con navata unica e luminoso transetto.
All'interno sono conservati importanti affreschi del XIV secolo, quasi integralmente sopravvissuti
al terremoto. Un San Giorgio che libera una principessa da un drago, l' Incontro di San Martino
con il povero e il maestoso affresco della consacrazione del duomo. Sono comunque andati persi a causa dell'Orcolat un ciclo di affreschi del XV secolo. Presenti le acquasantiere del 1513, la fonte battesimale del 1500, diverse lastre tombali, oltre a un Vesperbild, un immagine in arenaria del XV secolo di manifattura tedesca ed utilizzato per le preghiere serali. Presenti anche un molto bello gruppo ligneo Compianto di Cristo, di scuola tedesca della prima metà del XVI secolo. Belli i dipinti presenti risalenti al 1696 raffiguranti La presentazione di Gesù al tempio e Madonna con Bambino e i santi Antonio da Padova , San Carlo Borromeo e San Giovanni Battista.
Prima di uscire dalla porta di settentrione mi soffermo ad ammirare il bel crocifisso in legno datato XV secolo. Usciti dal duomo, alzo gli occhi per guardare il campanile con cella campanaria aperta da bella monofora, bifora e due trifore. La cella è sormontata da tamburo e cuspide poligonale. Mi soffermo a raccontare al mio disattento compagno di viaggio, con quale difficoltà fu ricostruito il duomo. E' una vicenda raccontatemi da Alberto e Floriana, ma anche letta su riviste specializzate e libri. La ricostruzione del duomo per anastilosi vede tra i protagonisti il ventiseienne architetto, neo laureato Francesco Doglioni, che fu volontario già nei giorni successivi alla prima scossa in Friuli. Grazie alla ferrea volontà della popolazione e del sindaco, al motto "Dov'era Com'era", nonostante l'orientamento inizialmente contrario della Soprintendenza e di molti dotti accademici che avrebbero preferito mantenere i ruderi e ricostruire altrove, Venzone fu ricostruita dov'era e com'era. Anche il duomo seguì quella strada, benché più complessa e ardita, avendo scelto di ricostruire per anastilosi. La storia della ricostruzione inizia già nel maggio 1976 con il recupero degli elementi lapidei e si concluse nel 1995 con la riapertura al culto. Oltre 9000 pietre furono recuperate e riassemblate. Grazie anche ad un Comitato di Coordinamento per il recupero dei Beni Culturali, voluto dal Sindaco si riuscì ad evitare il trasporto degli antichi conci in discarica.
Il terremoto del settembre, complicò ulteriormente la ricostruzione del duomo. Grazie al lavoro dell'Iccrom di Roma, Centro Internazionale di Studi per la Conservazione e il Restauro dei Monumenti e il rilievo fotogrammetrico realizzato nell'agosto dello stesso anno, supportati dalla volontà popolare che voleva salvaguardare l'identità culturale e tornare a vivere, si poté vincere la battaglia di chi definiva la ricostruzione per anastilosi un "falso storico". Determinante fu il ruolo della regione Friuli Venezia Giulia e del Comitato per il recupero del duomo, presieduto dall'Arcivescovo. Furono dapprima consolidate e restaurate le murature superstiti e poi ricostruite le parti mancanti con le pietre recuperate dal crollo. Furono determinanti la conoscenza popolare e i vecchi testi per sapere come riconoscere e ricollocare i vecchi conci. Alla fine la Soprintendenza collaborò alla ricostruzione del duomo con il cantiere che si aprì nel 1988. Proseguiamo la passeggiata su via Roma, fino a raggiungere la Porta di Sotto, ossia la porta che si apriva in direzione Udine. Anche questa porta fu distrutta dal terremoto del 1976 ma poi ricostruita nel 1986, ma la trecentesca porta era già stata distrutta durante la battaglia tra le truppe napoleoniche e austriache nel 1809 durante la seconda campagna austro-francese. Vicino alla Porta di Sotto vi è il Palazzo Scaligeri, di origine trecentesca con due monofore cieche. Poco distante dalla Porta di Sotto vi è una caratteristica ed antica torre ottagonale. Rientrando verso il duomo, notiamo che in via Roma vi si affaccia un bel palazzo con cortile settecentesco e raggiungiamo subito dopo la Porta di San Genesio. Questa Porta è sormontata da una imponente torre ed è l'unica porta che si è conservata integra nei secoli, cosi da poter ammirare la volta a botte e il corpo di guardia. Finalmente mentre ci stiamo recando a prendere l'auto, mi viene chiesto chi era l'Orcolat. Posso così spiegare al mio compagno di viaggio che l'Orcolat in friulano è, in senso spregiativo, un orco cattivo o orcaccio. Nei racconti di tradizione popolare l'Orcolat vivrebbe rinchiuso nelle montagne della Carnia, pascolando maiali e altri animali ed ogni suo agitarsi bruscamente provocherebbe un terremoto. Lasciamo così questo antico borgo che oggi attraverso la sua storia scritta nella pietra, nella ferrea volontà popolare può raccontare ed insegnare come si ricostruisce dopo un terremoto. L'ambiente di Venzone e dei suoi dintorni, ricchi di boschi e di fauna selvatica è stato utilizzato come scenario del film "Addio alle Armi" di John Huston e Charles Vidor del 1957, ma anche del film di Mario Monicelli "La grande guerra" del 1959.
Certamente a Venzone tornerò, ma mi auguro che per lungo tempo possa essere d'esempio a quanti si adopereranno nella ricostruzione e restauro degli antichi borghi terremotati.