Blog di Dante Paolo Ferraris

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Pitigliano: un borgo da scoprire

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PitiglianoIl meteo non prometteva niente di buono, ma per fortuna il sole è già alto ed ha scacciato le nubi. La strada è stata lunga ma si annunciano due giorni di scoperte. Risalendo la via che dalla litoranea si dirige verso l'area interna della Maremmana, già si notano le caratteristiche case che sporgono da un grande sperone di tufo, a strapiombo.
Pitigliano è posta sulla rupe ed è circondata su tre lati da altrettanti burroni, pieni di grotte scavate nel tufo; nel fondovalle scorrono le acque dei torrenti Lente, Meleta e Prochio.
Il territorio comunale si eleva a quote collinari che variano tra i 300 e i 663 metri s.l.m. al confine con il Lazio. Il promontorio tufaceo è di suggestiva bellezza, delimitato da valli verdissime.
Pitigliano era un luogo già abitato sin dai tempi degli etruschi, ma vi sono ritrovamenti di insediamenti della tarda età del Bronzo. Non si conosce il nome Etrusco di Pitigliano, forse era Statnes (o Staties) che in epoca romana divenne Prefettura e fu detta Statonia. Mentre il toponimo Pitigliano sembra derivare dalla gens Petilia, importante famiglia romana che dette il proprio nome a diverse località. Invece una leggenda vuole che la fondazione della città sia dovuta a due romani: Petilio e Celiano; dalla fusione dei loro nomi sarebbe derivato Pitigliano.
Le prime notizie di Pitigliano sono in una bolla inviata da Papa Niccolò II ai canonici della Cattedrale di Sovana nel 1061. Ancora nel 1188, un altro documento, dove Pitigliano compare come castro ossia borgo fortificato in possesso dei conti Aldobrandeschi, signori di tutta la Maremma. Con il matrimonio di Anastasia, figlia della contessa Margherita Aldobrandeschi, che portò in dote la contea di Sovana, con Romano Orsini la sede della contea fu trasferita proprio a Pitigliano.
La piccola contea ursinea, grazie a Niccolò III, capitano di ventura al servizio dei maggiori Stati italiani, si arricchisce di monumenti rinascimentali, a cui lavorano artisti come Antonio da Sangallo, Baldassare Peruzzi, Anton Maria Lari.
Gli Orsini governarono la Contea di Pitigliano per secoli, difendendole dai tentativi di sottomissione da parte di Siena, Orvieto e della Firenze medicea.
Fu solo nel 1574 che Niccolò IV Orsini cedette la fortezza ai Medici e nel 1604 Pitigliano fu annessa al granducato di Toscana, ceduta dal conte Gian Antonio Orsini per saldare i propri debiti. Solo nel 1737, con il granducato passato ai Lorena, Pitigliano conobbe una lenta ripresa economica e culturale.
Dopo essermi sistemato comodamente in una stanza d'albergo inizio il mio tour alla scoperta, questa volta non voglio seguire dei percorsi ideali ma girovagare alla cieca, ed a caso descriverò ciò che mirabilmente Pitigliano mi offre. Il suo fascino è incredibile, un immersione nella storia come lo splendido acquedotto mediceo, costruito tra il 1636 ed il 1639 e formato da quindici archi di cui due enormi e tredici più piccoli. Fu costruito a partire dalla metà del XVI secolo e completato soltanto nel secolo successivo. Questa struttura di ingegneria idraulica fu concepita per il rifornimento idrico del borgo. La sua progettazione iniziò a partire dal Cinquecento, su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, quando gli Orsini decisero di migliorare il servizio di approvvigionamento idrico alla loro residenza e all'intera città.
I lavori si protrassero per molti anni, tanto che l'opera fu conclusa quando la località passò dalla contea degli Orsini ai Medici nel Seicento, che la inglobarono nel territorio del Granducato di Toscana. L'acquedotto, interamente rivestito in tufo, si integra pienamente sia con il contesto delle altre architetture di tutte le epoche con cui il borgo è stato edificato. La fortezza degli Orsini s'affaccia proprio sull'acquedotto mediceo, ma lo visiterò con calma dopo.
Sempre poco distante in Piazza Garibaldi s'affaccia il Palazzo Municipale e vicino vi è Palazzo Sadun, detto Palazzo degli ebrei. Quest'ultimo è un imponente edificio eretto alla fine del secolo XIX.
Lungo un tratto delle antiche mura, si apre un'antica porta che conduce in Piazza Francesco Petruccioli. Su questa lunga piazza, s'innalza un antica torre facente parte del bastione perimetrale a difesa della porta principale del paese. I suoi locali risalgono dopo varie destinazioni d'uso nel passato, da casina da caccia a rifugio di guerra, granaio, ecc… ora a ristorante.
Sulla porta d'ingresso, una vera e propria galleria che attraversa uno dei bastioni sud-orientali, che consente l'accesso al borgo da chi proviene da est-sud, costruita nel XV secolo e detta della Cittadella. Qui vi è collocato, uno dei rari casi in Italia, un particolare simbolo. Non è uno stemma nobiliare ma ha un significato più ampio ed importante. Infatti si tratta dello scudo blu, o meglio è il simbolo scelto nel 1954 dalla Convenzione dell'Aja del 14 maggio 1954, accompagnata da un Regolamento e da un Protocollo Aggiuntivo (I Protocollo) e integrata in data 26 marzo 1999 da un ulteriore Protocollo Aggiuntivo (II Protocollo) per rappresentare la protezione degli elementi del patrimonio culturale in caso di conflitto armato.
Il segno distintivo della Convenzione consiste in uno scudo appuntito in basso, inquadrato in croce di Sant'Andrea in bleu e bianco (uno scudo, formato da un quadrato bleu, uno dei cui angoli è inscritto nella punta dello stemma, e da un triangolo bleu al disopra del quadrato, entrambi delimitanti dei triangoli bianchi ai due lati).
La Convenzione istituisce due modelli di protezione: la protezione generale e la protezione speciale, quello posto su questa porta d'accesso alla città antica è di tipo semplice o generale.
Ecco ora voglio vagare nel labirinto di viuzze, vicoli e piazze nascoste e godermi l'impressione di perdersi tra le abitazioni antiche, scoprendo tanti, scorci panoramici, angoli nascosti mozzafiato e caratteristiche terrazze fiorite. Chissà se riesco a raccogliere anche qualche leggenda, una antica storia dimenticata, antiche tradizioni e ricette.
Raggiungo l'ingresso della Fortezza Orsini di origine aldobrandesca (XI-XII secolo), ristrutturata nel XVI secolo da Antonio da Sangallo il Giovane. La fortezza originariamente aveva lo scopo di difendere l'unico lato del borgo collegato al piano, nei restanti tre lati infatti Pitigliano è protetta dai ripidi strapiombi che danno sulla vallata. La ristrutturazione voluta dagli Orsini, oltre a fortificare ulteriormente le strutture preesistenti, rese più elegante l'intero complesso, introducendo i caratteristici elementi stilistici rinascimentali. L'aspetto attuale è dovuto ad altre ristrutturazioni effettuate dai Lorena tra il 1777 e il 1840. La Fortezza/Palazzo Orsini è costituita da un cassero, due torri e un torrione, con strutture murarie esterne prevalentemente intonacate con alcuni tratti in conci di tufo a vista.
Oggi il complesso ospita all'interno il museo diocesano, con interessanti opere d'arte che coprono il periodo storico dal Medioevo all'Età Moderna, e il Museo Civico Archeologico, ospitato nell'ex granaio della fortezza, che custodisce molti reperti provenienti dalle vicine aree archeologiche. L'ingresso avviene attraverso una rampa che conduce ad un portale ad arco tondo, oltre il quale un'altra armoniosa rampa, ma più corta permette l'accesso al cortile interno, dove vi è un caratteristico pozzo-cisterna esagonale in stile rinascimentale con un bel puteale. Vi si affaccia anche il Palazzo Comitale anch'esso in stile rinascimentale di cui è coevo anche il loggiato che vi si affaccia, con arcate tonde poggianti su colonne con capitelli ionici posto su un lato del cortile. Il portale d'ingresso del palazzo comitale, archi-travato in travertino databile XV secolo, reca scolpite le imprese di Nicolo III.
All'interno del palazzo oltre al Museo diocesano d'arte sacra è ospitato anche l'Archivio diocesano e la Biblioteca.
La particolarità del cinquecentesco pozzo è che pesca l'acqua da un'ampia cisterna di raccolta delle acque piovane che si immagazzinava al suo interno. Di fatto la realizzazione del pozzo-cisterna rendeva autonoma la residenza ursinea dal punto di vista dell'approvvigionamento idrico, quando a Pitigliano non vi era ancora l'Acquedotto Mediceo.
Colgo l'occasione per fare un breve sunto della storia della contea di Pitigliano, un antico Staterello i cui confini erano compresi tra il Granducato di Toscana meridionale e lo Stato Pontificio settentrionale, nella cosiddetta "area del tufo"
Se Pitigliano era la capitale, anche se in alcuni periodi il centro del potere fu spostato a Sorano, la località di Montevitozzo fu sede della residenza di campagna della famiglia, la Villa Orsini. Infatti lo Stato fu ereditato dagli Orsini, quando la contea di Sovana, feudo della casata Aldobrandeschi, passò nella seconda metà del Trecento nelle mani di Romano Orsini, figlio di Bertoldo I, che sposò l'ereditiera Anastasia Aldobrandeschi. Agli inizi del Quattrocento, gli Orsini a seguito di alcune battaglie contro i senesi, perdettero molti dei loro territori, ma Bertoldo, nipote di Guido, nel giro di pochi anni, riuscì a recuperare parte del territorio compreso Pitigliano.
La decadenza della contea degli Orsini iniziò con il conte Ludovico che fu costretto ad accettare la supremazia della Repubblica di Siena su Pitigliano. Poi, caduta questa, il feudo orsiniano dovette sottomettersi in modo risolutivo a Firenze quando nel 1555 quando Gian Francesco Orsini, figlio di Ludovico, stipulò un atto di accomandigia ossia un atto col quale la contea si metteva sotto il protettorato del Granducato di Toscana, a tempo o in perpetuo. Gian Franco Orsini si trasferì dal feudo per risiedere a Roma e a Firenze. Pitigliano venne alienata definitivamente, per saldare i propri debiti, a Ferdinando I de' Medici il 9 giugno 1604.
Sulla piazza ove s'affaccia il palazzo/fortezza si trovano, oltre a due belle settecentesche fontane gemelle in marmo anche sull'estremita meridionale della piazza, la più famosa fontana delle Sette cannelle, realizzata attorno alla metà del XVI secolo. La fontana fu realizzata nel 1545 presso la testata dell'Acquedotto Mediceo, quando ancora l'acquedotto non era terminato.
Da piazza della Repubblica mi avventuro per via Roma e poi per una serie infinita di stradine, vicoli e piccole scalinate che ne fanno un luogo unico ed incantevole.
In piazza Gregorio VII vi è la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo in fondo alla quale vi è un monumento dedicato alla progenie degli Orsini, sormontato da un Orsa munita di scudo con il "collare di Caniforte", emblema della casata e innalzato per volere di Nicolò III nel 1490. A sinistra si prospetta la facciata del Duomo intitolata ai Santi Pietro e Paolo; la facciata si presenta tripartita da quattro lesene.
Il cinquecentesco portale d'accesso è in travertino, sormontato da settecenteschi stucchi raffiguranti Cherubini che sorreggono la croce. Sopra in due nicchie decorate da stucchi sono ospitate rispettivamente le statue raffiguranti San Paolo e San Pietro, i due Santi titolari della cattedrale.
Nel secondo ordine della facciata vi sono tre finestre con cornici in stucco, mentre il terzo ordine si conclude con il timpano con il bassorilievo in marmo di Carrara raffigurante la Maria Assunta con San Rocco e San Francesco.
La storia della chiesa si perde nella notte dei tempi e la prima menzione certa è del 1276, quando in un documento vengono ricordate tre pievi: San Giovanni, Santa Maria oggi detta San Rocco e San Pietro. Quest'ultima divenne in seguito "collegiata" con il "Capitolo dei Canonici" e prese il titolo dei Santi Pietro e Paolo e Cattedrale nel 1845. Fu varie volte ristrutturata, soprattutto nel 1509 per volontà di Niccolò III Orsini conte di Pitigliano nel corso del XVIII secolo, rendendo la facciata un gioiello Barocco, unitamente al maestoso campanile, posto sul lato sinistro della cattedrale. La torre campanaria è a tre ordini rastemati, di cui il secondo munito di barbacani ed era anticamente utilizzata sia per attività civili che militari. La struttura architettonica interna della Cattedrale è databile 1509 con l'aspetto conferitogli nel Settecento quando furono aggiunte le cappelle laterali e il Barocco altare maggiore.
Sul primo altare di destra si trova la grande tela del XIX secolo raffigurante un Santo a me molto caro, ossia San Paolo della Croce che predica. Vi è poi la cappella dedicata alla Madonna Addolorata. Ma la cattedrale conserva altre pregevoli opere pittoriche, come quelle di Pietro Aldi della seconda metà del XIX secolo che volendo celebrare San Gregorio VII ossia Ildebrando di Soana e la presenza nel Tesoro del Duomo della preziosa reliquia del braccio dipinse La predestinazione del giovinetto Ildebrando, e quella con Enrico IV a Canossa.
Anche nella cappella di sinistra, sopra l'altare vi la tela raffigurante La Sacra Famiglia eseguita dalla pittrice Francesca Ciacci nella prima metà del XX secolo. Sempre in questa cappella è collocata la fonte battesimale, in legno finemente scolpito, del XVIII secolo. Sempre a sinistra si trova la grande tela del pittore senese Francesco Vanni eseguita nel 1609 raffigurante La Madonna del Rosario con Santa Caterina da Siena, San Domenico e San Pio V. Un altra cappella di sinistra è dedicata a San Gregorio VII. Qui una lapide ricorda l'impegno del Capitolo nella commemorazione del Santo che è compatrono della diocesi insieme a San Mamiliano e San Paolo della Croce.
Nei pressi della Cattedrale vi è l'Oratorio del Santissimo Crocifisso, un piccolo edificio religioso costruito nel corso del Seicento, come mi ricorda l'iscrizione incisa sull'architrave che sovrasta il portale d'ingresso. La chiesetta si presenta ad aula unica, con la facciata, parzialmente occultata dal palazzo della Fiscaleria. Ha un semplice portale d'ingresso architravato sopra del quale fa bella mostra prezioso elemento decorativo in ceramica, formato da una coppia di angeli.
Sempre vagando per le strette vie del centro storico di Pitigliano mi ritrovo di fronte alla chiesa di Santa Maria e San Rocco, forse la più antica chiesa di Pitigliano, risalente al XII-XIII secolo, che la tradizione vuole ricostruita da Giovanni da Traù il Dalmata, alla fine del XV secolo per volere di Niccolò III Orsini.
Presenta una sobria facciata tardo-rinascimentale, semplicemente ornata nella parte inferiore da quattro lesene corinzie e da un portale. Nel fianco sinistro della chiesa è conservato un architrave proveniente dal più antico edificio medievale. L'interno, molto particolare è a pianta trapezoidale con tre navate divise da colonne ioniche ed è decisamente suggestivo.
Raggiungo via Zuccarelli dove inizia il Ghetto Ebraico, per la storica presenza di una comunità ebraica, da sempre ben integrata nel contesto sociale, Pitigliano è anche noto come la Piccola Gerusalemme.
Pitigliano, ospitò gli ebrei forse fin della fine del Quattrocento, diventando un importante centro di rifugio a seguito delle restrizioni dovute alle Bolle papali del 1555 e 1569 nello Stato Pontificio e ai provvedimenti del Granduca di Toscana del 1570 e 1571. Infatti solo i piccoli feudi indipendenti al confine tra Toscana e Lazio, come la Contea di Pitigliano degli Orsini, quella di Santa Fiora e pochi altri rimasero immuni alle restrizioni. Vi trovarono rifugio numerose famiglie di ebrei, che potevano vivere liberamente ed esercitare le loro attività commerciali.
A Pitigliano la comunità ebraica si consolidò tanto da erigere un loro Tempio nel 1598. Nei primi del seicento, quando i Medici aggregarono al Granducato di Toscana anche Pitigliano, gli ebrei residenti furono confinati nei ghetti mantenendo in essere le loro attività economico e commerciale, conservando così la possibilità di possedere beni stabili. Pitigliano accolse anche gli ebrei che furono costretti a emigrare, soprattutto dai centri vicini man mano che le loro Comunità ebraiche, andavano scomparendo. Pitigliano rimase così l'unica Comunità ebraica in Maremma.
A Pitigliano nei secoli si svilupparono eccezionali rapporto di convivenza e di tolleranza tra la popolazione ebraica e quella cristiana. Memorabile fu l'episodio del 1799, quando il popolo cristiano difese gli israeliti dai soprusi dei militari antifrancesi, che volevano saccheggiare il Ghetto. A ricordo dell'accaduto, la Comunità ebraica istituì un'apposita cerimonia che per decenni fu celebrata ogni anno nella sinagoga. Il XIX secolo fu un fiorire di iniziative ed attività degli ebrei di Pitigliano come la fondazione di una Biblioteca e del Pro Istituto Consiglio per opere caritative; le leggi razziali e le persecuzioni dell'ultima Guerra Mondiale portarono alla fine della Comunità, tanto che nel 1960 fu chiusa la Sinagoga.
Occorre ricordare, comunque che durante la guerra molti ebrei si salvarono grazie alla generosa protezione della popolazione locale. Oggi a Pitigliano abitano pochi ebrei, ma quell'antico rapporto di tolleranza, di stima e molto spesso di amicizia continua in altre forme, come il restauro e conservazione dei monumenti ebraici, quali la Sinagoga, forno degli azzimi, bagno rituale, cimitero, museo ebraico e alla scelta di produrre vino kasher nella Cantina Cooperativa di Pitigliano.
La sinagoga di Pitigliano si ipotizza sia sorta su un oratorio preesistente ma l'attuale costruzione risale al 1598. L'accesso al tempio avviene attraverso un ampio portale ad arco che introduce in un piccolo cortile aperto, dove vi è posta una lapide che ne attribuisce la fondazione a Jeudà figlio di Shebbetai. Sulla porta d'accesso è presente un'iscrizione che recita: "E facciano per me un Santuario ed io abiterò in mezzo ad essi. Aprite per me le porte della giustizia. Questa è la porta [che conduce] al Signore".
All'interno del tempio sono collocati arredi che risalgono dal XVI al XVII secolo. Nel corso dei secoli, l'edificio religioso fu ripetutamente restaurato, così nel 1756, nel 1835, quando la facciata fu arricchita di stucchi Rococò, ancora nel 1931 e nel 1995, ad opera del Comune di Pitigliano riportando completamente il luogo di culto agli antichi splendori.
Al suo interno si può ammirare l'arredo sacro con l'Aron ha-codesh, ossia armadio sulla parete di fondo esposta verso Gerusalemme, il Sefer Torà cioè il Pentateuco si trova all'interno di esso. Al centro con i banchi tutti intorno vi è la Tevà cioè il pulpito; nel semicerchio davanti alla Tevà sedevano i cantori mentre, tutto intorno vi sono scritte bibliche o epigrafi. Colpiscono l'attenzione altresì i numerosi i lampadari pendono dal soffitto. Nella parte superiore, dietro una balaustra intarsiata in legno, si può vedere il matroneo riservato alle donne.
Oggi il Tempio è scarsamente utilizzato, se non per matrimoni, bar-mitzvà, a causa della mancanza di una nutrita comunità ebraica. Infatti per la Minian, ossia la preghiera vi devono essere presenti almeno 10 uomini per poter fare una celebrazione.
Nei pressi della sinagoga posta nella parte inferiore si trova il locale per il bagno rituale. In questa stanza, in una vasca, non più facilmente individuabile, era raccolta l'acqua piovana che fuoriusciva da un foro posto nella parete in fondo, ciò per permettere la Tevilà, ossia il bagno rituale. La raccolta di acque, il Miqvè può essere fatto con acqua di fonte o acqua piovana. La Tevilà si fa quando ci si converte all'ebraismo, alla fine del periodo mestruale, prima del matrimonio e dopo il parto. Durante la Tevilà, la donna non dovrà avere indosso nulla che impedisca il contatto con l'acqua. La Tevilà, eccetto quella che si deve fare prima del matrimonio, va fatta di sera dopo il tramonto, all'uscita delle stelle. La donna, prima dell'immersione, deve essere perfettamente pulita.
Scavati nella roccia si può ancora individuare, la macelleria Kasher, il forno delle azzime, la cantina Kasher e la tintoria. Nel primo, ossia il macello Kasher, una persona esperta, il Shochet eseguiva la macellazione Kasher. Occorre ricordare che la Torah prescrive ancor'oggi, norme assai precise per la macellazione di animali. La macellazione avviene con un solo taglio netto e rapido della giugulare e può essere fatta solamente su animali perfettamente sani. Dopo la macellazione, Shechitah agli animali viene tolto tutto il sangue in quanto per la legge ebraica è vietato l'uso del sangue, perché “il sangue è vita”.
Invece il forno delle Azzime è riconoscibile da un cancello, caratterizzato da una grata a forma di menorà, ossia il candelabro a sette bracci. Il locale del forno è composto da due stanze, adibita la prima alla lavorazione degli impasti mentre la seconda era utilizzata per la cottura.
Fu usato l'ultima volta per la Pasqua del 1939, prima che la Comunità interrompesse il suo culto a causa delle leggi razziali, infatti il forno locale veniva utilizzato una volta all'anno quando la Comunità cuoceva i dolci e il pane azzimo, negli otto giorni di Pasqua.
Anche l'antica cantina ha il suo fascino, sepolta per lunghi anni da cumuli di detriti è tornata alla luce recentemente. Ai lati, oggi si possono notare i basamenti per le botti del vino kasher. Infatti anche il vino era prodotto seguendo le regole previste dal rito ebraico. Nella produzione di questo vino non devono esservi additivi di nessun genere. La produzione viene seguita dalla raccolta delle uve fino all'imbottigliamento da soli uomini e sotto la sorveglianza del rabbino.
Sempre nel quartiere ebraico sono riconoscibili, gli antichi laboratori di tintoria e conceria con le loro vasche ritrovate per la lavorazione a testimonianza che molti ebrei di Pitigliano erano tessitori e commercianti.
In via Zuccarelli trovo la Chiesa di Sant'Antonio, oggi sconsacrata ed adibita ad altri scopi, della sua struttura medievale del XIII secolo rimane ben poco. Dopo un periodo di culto, sicuramente ove godette di maggior splendore, durante il periodo tardo-medievale iniziò il suo progressivo abbandono tanto da diventare magazzino ed abotazione civile. La sua primaria funzione però, viene ben ricordata dal bel portale d'ingresso architravato, preceduto da uno scalino, sopra il quale è rimasto un caratteristico tabernacolo che sporge dal paramento murario.
Nel mio girovagare posso così ammira oltre le bellezze artistiche anche le antiche mura e le sue antiche porte d'accesso. Infatti mi si prospetta subito la Porta di Sovana, realizzata nel corso del XIII secolo dagli Aldobrandeschi, in prossimità del tratto delle mura etrusche, consentiva l'accesso al borgo a coloro che provenivano da Sovana attraverso le Vie Cave, All'epoca Sovana era capitale della contea aldobrandesca.
Presso la Porta Sovana vi è un antico Oratorio rupestre, si tratta di una piccola grotta adibita a luogo di culto risalente forse al IV secolo che si apre nella rupe che costeggia la strada. Il suo interno è scandito da semicolonnine e archetti a tutto sesto.
Una prima cinta muraria venne eretta dagli Etruschi forse nel corso del VII secolo a.C. a difesa del punto più debole dell'insediamento abitativo. Inoltre, proprio in questa cerchia, arrivava il sistema viario dell'epoca che univa l'insediamento etrusco di Pitigliano alla vicina Sovana. In epoca medievale, gli Aldobrandeschi controllarono per un certo periodo Pitigliano, realizzarono la rocca, inizio del futuro complesso della fortezza che gli Orsini ampliarono notevolmente, con anche la preesistente cinta muraria, andando a cingere l'intero centro storico. Anche il tratto delle mura etrusche fu rialzato, in modo da avere un più efficace sistema difensivo e su questo tratto fu realizzata la porta di Sovana.
La cinta muraria attuale è anche dovuta ad una successiva ristrutturazione effettuata dagli Orsini in epoca rinascimentale, progettata da Antonio da Sangallo il Giovane. Prima di lasciare il centro storico, passo ancora davanti alla Chiesa di San Rocco, situata tra via Vignoli e il vicolo San Rocco; edificio risalente al XV secolo, ma dopo anni di abbandono e incuria è stata sconsacrata e adibita ad abitazione privata. La chiesa fu costruita nel corso del Cinquecento e nel tardo Ottocento il luogo venne chiuso al culto ed in seguito ceduto a privati che lo adibirono ad altri usi. È andato perso anche il portale d'ingresso, ma è rimasto visibile una caratteristica nicchia con la statua, sotto la quale vi è l'iscrizione che ricorda la dedicazione al Santo l'originario uso dell'edificio.
Lasciato l'area più antica, mentre mi reco verso piazza Dante Alighieri, al di fuori delle mura, non lontano dai bastioni della fortezza ricordo un’antica tradizione: La Torciata di San Giuseppe è una festa pitiglianese che si svolge ogni 19 marzo per festeggiare l'arrivo della primavera. L'evento consiste in un corteo storico in costumi dell'epoca e con una quarantina di uomini incappucciati con un saio che risalgono in paese dalla vallata sottostante, illuminando la notte col fuoco delle torce. La sfilata percorre le vie del centro storico per arrivare in piazza Garibaldi, dove si assiste allo spettacolo degli sbandieratori e al tramonto i torciatori danno fuoco a una catasta di fascine su cui è stato posizionato un pupazzo di canne, denominato "invernacciu", che sta a simboleggiare l'inverno che muore. Consumato il falò, le ceneri vengono raccolte dalle donne e conservate nelle case in segno di buon auspicio.
Tra i numerosi palazzi di Pitigliano voglio ricordare quelli che ritengo più interessanti come Palazzo Bruscalupi, Palazzo Incontri, Palazzo Lucci-Petruccioli, Palazzo della Pretura, Palazzo del Monte di Pietà, Palazzo di Giustizia, Palazzo Santelli, Palazzo Vignoli, l'ex ospedale di Pitigliano, l’ospedale dei Poveri, lo scrittoio delle Fortezze e il palazzo della Fiscaleria.
Raggiungo così la chiesa di Santa Maria Assunta, posta in piazza Alighieri che fu costruita attorno alla metà dell'Ottocento. Questa chiesa si presenta ad aula unica con tetto a capanna. Ci si può accedere attraverso una breve gradinata. Il suo portale d'ingresso architravato si apre al centro della semplice facciata. Sopra l'architrave dell'ingresso vi è una piccola lunetta al cui interno vi è una decorazione sacra.
La parte sommitale della facciata culmina con un grande timpano triangolare. Il suo campanile è in neoromanico.
La chiesa di San Michele è situata nell'omonima via, posta fuori le mura, risale al Medioevo, ma ha subito dei rifacimenti ed ampliamenti nel corso del XVIII secolo. Anche questa è ormai sconsacrata ed è adibita ad usi civili.
La chiesa, costruita nel corso del XIII secolo, come un semplice edificio religioso ad aula unica fungeva sostanzialmente come oratorio. Nel corso del XVIII secolo la chiesa subì alcuni lavori di ampliamento e a fine XIX secolo iniziò ad andare incontro ad un lento ma inesorabile declino, fino ad arrivare al suo completo abbandono e alla sua trasformazione ad altri usi, civili.
Poco distante vi è la Chiesa della Madonna del Fiore, sorta come cappella in epoca rinascimentale. Nei secoli successivi, l'edificio religioso fu ampliato, pur conservando gli elementi stilistici cinquecenteschi. La chiesa della Madonna del Fiore si presenta come un semplice edificio con strutture murarie esterne completamente rivestite in blocchi di tufo e tetto a capanna. La facciata originaria è stata modificata più volte nel corso del tempo, in precedenza era preceduta da un pronao e successivamente completamente incorporata nell'edificio religioso. L'attuale facciata, sempre rivestita in blocchi di tufo, presenta un semplice portale d'ingresso centrale affiancato nella parte alta da due finestrelle quadrate, aventi un massiccio architrave. Un piccolo campanile a vela si eleva sul lato sinistro della facciata principale. Rispetto alla vicina chiesa di San Michele, questo edificio religioso fu continuamente frequentato dai fedeli.
Prima di prendere l'auto e proseguire la visita alle ricchezze artistiche di Pitigliano poste intorno alla città, acquisto alcune bottiglie di vino kasher prodotto direttamente nella Cantina Sociale del paese.
Tra le cose da vedere sicuramente il Santuario della Madonna delle Grazie posto nei pressi di un tornante della strada statale 74 della Maremma, in prossimità della cittadina. Il santuario è ubicato all'interno di un complesso di fabbricati, al cui interno è inclusa anche l'omonima chiesa. Il santuario sorse come semplice cappella rurale agli inizi del XV secolo, venne ampliata durante i secoli successivi con la costruzione degli attigui ambienti conventuali dove si stabilirono i francescani. A fine XVIII secolo i frati lasciarono il convento ma continuò ad essere frequentato da numerosi fedeli devoti della Madonna delle Grazie, che veniva ritenuta miracolosa, trasformando di fatto la precedente struttura conventuale in santuario.
Si accede alla chiesa attraverso un portale architravato, sormontato da un timpano triangolare dopo aver superato un piccolo ma carino giardino; sopra il portale, si aprono lateralmente due finestre ad arco tondo, separate tra loro da una nella parte sommitale della facciata da un ampio oculo.
L'interno della chiesa è ad aula unica, con altari arricchiti da semplici decorazioni manieriste e barocche. Il campanile si eleva addossato alla parte posteriore del fianco laterale sinistro, all'area absidale insieme ad alcuni fabbricati delle strutture conventuali. L'intero complesso è intonacato.
Anche la Cappella dei Santi Apostoli Giacomo e Filippo è un edificio costruito nel XVII secolo situato lungo la via e Cave del Gradone, a est del Santuario della Madonna delle Grazie. La cappella fu costruita durante il Seicento come luogo di sosta e preghiera per i viaggiatori che vi transitavano; con la modifica del tragitto stradale il suo ruolo divenne marginale già verso la fine dell'Ottocento. Questa piccola cappella rurale ha conservato gli elementi stilistici tipici dell'epoca di costruzione. Mentre Il cimitero ebraico è uno spazio cimiteriale ubicato su un piccolo pianoro tufaceo ai piedi della rupe sulla quale sorge il centro storico. Il cimitero fu costruito nel corso della seconda metà del Cinquecento e la sua costruzione fu voluta da Niccolò IV Orsini.
Interessante anche la Cappella di San Lorenzo, edificio religioso situato in località di San Lorenzo a pochi chilometri dal centro. La chiesetta fu costruita nel Seicento come cappella rurale e fungeva come luogo di sosta e di preghiera per gli abitanti e i lavoratori delle varie cascine case rurali sparse nell'area. Verso la fine XIX secolo il luogo di culto andò incontro ad un lento ma inesorabile declino, fino al definitivo abbandono. La cappella fu trasformata in deposito agricolo, pur rimanendo leggibilile linee architettoniche originali dell'edificio religioso.
L'edificio ha una facciata con un semplice portale d'ingresso che si apre in aula unica. La facciata presenta due piccole finestrelle di forma quadrata.
Invece in frazione Casone sorge la Chiesa di San Paolo della Croce, originariamente era una cappella rurale ma che fu completamente trasformata e ampliata agli inizi del XX secolo, con elementi stilistici neoromanici e neogotici e l'aggiunta del campanile e della sagrestia. La chiesa si presenta ad aula unica, con strutture murarie esterne interamente rivestite in conci di tufo.
Al centro della facciata si apre il portale d'ingresso architravato, sopra il quale vi è una piccola lunetta. La presenza di una chiesa dedicata al Santo piemontese, San Paolo della Croce è particolarmente interessante in quanto proprio a poche decine di chilometri da Pitigliano, sul monte Argentario nell'eremo della Santissima Annunziata, il Santo aveva fondato il primo "Ritiro" dei Passionisti, la sua congregazione religiosa.
Invece a Pian Morrano, all'interno dell'omonimo cascinale vi è una piccola cappella gentilizia del XVIII secolo che fu utilizzata come luogo di preghiera dai proprietari della fattoria e dai lavoratori che venivano impiegati nelle varie attività agricole. L'edificio r è rimasto un luogo di culto privato, pur continuando ad essere aperto per le cerimonie religiose. Si presenta come un piccolo edificio ad aula unica con il tetto a capanna con la facciata caratterizzata della semplicità e la sobrietà delle linee architettoniche. Al centro della parte sommitale della facciata si apre un piccolo rosone di forma circolare. Molto caratteristico è il piccolo campanile a vela.
Pitigliano è un enorme contenitore di beni culturali come la chiesa di Santa Maria in Vinca di origini medievali i cui resti si trovano presso la necropoli di Poggio Buco. Se avessi più tempo mi recherei anche a visitare i ruderi del castello di Morrano, situato in località Morranaccio, è un antico castello del IX secolo, identificato con il toponimo Murianum, fu possedimento degli Aldobrandeschi e probabilmente distrutto dai senesi nel XV secolo. Ma anche i ruderi del Castel dell'Aquila situato in un'area boscosa presso il fiume Fiora. Oppure anche le diverse necropoli etrusche come quella del Gradone, Necropoli di San Giovanni, Necropoli di San Giuseppe o anche l'area archeologica di Poggio Buco o quella di Morranaccio, oppure l'antichissimo complesso di megaliti di Poggio Rota.
Interessante anche il Tempietto Paleocristiano scavato nella roccia che si trova sulla strada che da Pitigliano porta a Sovana. Ma non bisogna dimenticare anche i vari piccoli siti archeologici del territorio di Pitigliano rinvenuti nelle località di Corano, Poggialti Vallelunga, Poggio Formica, Quattro Strade e Sorgenti della Nova.
Dopo aver caricato l'auto di ogni tipico prodotto culinario di questa magnifica terra italica, dove ogni angolo di borgo riesce a raccontare storie vissute e trasmettere bellezza e serenità, devo iniziare intraprendere il viaggio che mi porterà verso la mia terra natia.