Blog di Dante Paolo Ferraris

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Bergamo (I parte)

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BergamoIl viaggio in treno per raggiungere Bergamo dalla mia città è stato tutt'altro che comodo e veloce. Ho dovuto cambiare tre treni regionali e viaggiare su carrozze che forse sono più anziane del sottoscritto e con tutti gli acciacchi dell'età, della manutenzione in economia e della scarsa educazione dei viaggiatori, sono effettivamente fatiscenti.
La stazione di Bergamo mi accoglie con un bel sole e subito mi si presenta una città ordinata e decorosa.
Il mio alloggio per qualche giorno è nella Città Alta che dalla stazione ferroviaria non è vicinissima ma che comunque voglio percorrere a piedi per iniziare ad orientarmi e assaporare i profumi bergamaschi.
Raggiungo così la stazione della funicolare infatti Bergamo è conosciuta soprattutto per la particolarità dei suoi due nuclei urbani: la Città Alta, ossia il borgo antico circondato dalle mura venete che si trova sulla collina, e la Città Bassa, collocata ai piedi dell'altura, che rappresenta la parte moderna.
Queste due realtà sono collegate fin dal 1887 da una funicolare, inizialmente concepita per collegare la Città Alta con la città bassa e per fronteggiare lo spopolamento dovuto dalla crisi economica avvenuta dopo il trasferimento delle principali attività amministrative nella zona Bassa che era in continuo sviluppo. Furono numerosi i progetti presentati e dopo lunghi dibattiti, fu accettata l'idea dell'ingegnere Alessandro Ferretti di costruire una funicolare che collegava viale Vittorio Emanuele con piazza Mercato delle Scarpe.
La prima corsa della funicolare avvenne il 20 settembre del 1887. La funicolare nel corso degli anni ha subito numerosi adeguamenti, continua ad essere il mezzo più utilizzato per la risalita nella parte Alta della città sia dai bergamaschi che dai numerosi turisti, anche grazie ad una accorta politica di prezzi popolari.
L'arrivo è posto all'interno di Palazzo Suardi poi Rota, è un palazzo databile seconda metà del XIV sec. Il palazzo è sorto dove nel 1331 esisteva già la Domus Calegariorum, ovvero la sede del consorzio dei calzolai. Nel 1353 la casa passò di proprietà della famiglia Suardi, successivamente alla famiglia Rota, la quale la ricostruì nelle forme attuali. L'edificio si eleva per tre piani più sottotetto e seminterrato. Il fronte verso valle presenta grandi archi per l'arrivo della funicolare, mentre al piano terra e primo piano vi sono ampie logge con aperture ad arco acuto. Nel palazzo oltre ai locali adibiti per la funicolare esistono dei locali commerciali ed un ampio bar con vista panoramica sulla Bergamo Bassa, oltre ad alcuni uffici. Sopra la porta principale d'ingresso si può ammirare lo stemma affrescato della famiglia Suardi.
Uscendo dalla stazione della funicolare mi trovo subito davanti alla bella Piazza del Mercato delle Scarpe. La Piazza ha una forma alquanto irregolare ed è e forse la più antica piazza della città, forse già mercato delle biade.
Di fronte a Palazzo Suardi vi è un edificio medievale con delle botteghe sotto il portico detto degli Orefici. All'angolo con Via Rocca è ancora possibile riconoscere il campanile e l'affresco della Madonna col Bambino dell'ex chiesa di San Rocco.
La piazza è anche detta Piazza delle Biade, come un tempo era indicata, assumerà la denominazione delle scarpe nel 1430 quando inizierà ad ospitare il mercato dei «sotulares»
Sotto il livello della Piazza, è presente una cisterna d'acqua costruita nel XV secolo per l'approvvigionamento idrico delle abitazioni e una antica fontana ancora oggi in uso. Certamente che per un turista che viene per la prima volta a Bergamo Alta, uscire dalla funicolare è come immergersi nella storia con tutto il suo fascino.
Imbocco Via Porta Dipinta, la strada, pulita e lastricata in pietra, inizia a scendere, mi trovo subito Palazzo Grumelli-Pesenti con la sua bella facciata cinquecentesca. Il palazzo presenta due portali assai diversi tra loro, entrambi recano nella chiave degli archi lo stemma con il Leone rampante della famiglia Grumelli. Il primo è formato da un arco con eleganti profilature e presenta inquadrato tra due lesene con altorilievi di due figure umane a mezzo busto, maschile e femminile che con il capo sostengono i capitelli, che sono i punti d'appoggio della trabeazione mentre il secondo portale, ha fattezze più semplice.
Subito dopo, sotto un arco rientrante un muraglione vi è una fontana, su una lapide si legge: "Qui si apriva nella cerchia delle mura medioevali la porta di Sant'Andrea affrescata nel 1496 da Simone d'Averara, detta Porta Dipinta. Fu demolita nel 1815".
Cerco di raggiungere il mio alloggiamento ma sono veramente tante le meraviglie da vedere e scoprire a Bergamo.
Al n 12, sempre di Via Porta Dipinta e su uno slargo, si apre il portale d'ingresso di una delle più autentiche espressioni dell'arte Barocca in Bergamo: il seicentesco Palazzo Moroni che conserva la preziosa collezione d'arte della famiglia Moroni.
Poco più avanti la neoclassica chiesa di Sant'Andrea che venne costruita a partire dal 1837 su progetto dell'architetto Ferdinando Crivelli, sui resti di una basilica cimiteriale. La chiesa è in stile Neoclassico, dai volumi regolari e dalla linearità molto semplice della sua facciata, che comunque mostra la sua mancata conclusione di edificazione. Infatti la facciata principale, pensata con un pronao con sei colonne, non venne mai completata. Colpisce la grande cupola centrale coperta con lastre di rame disposte a spicchi. Anche i tre portali, di cui i due laterali di minori dimensioni, sono nello stile tipicamente neoclassico, architravati con cornice lineare e leggermente modanata. L'interno è a tre navate, con quella centrale coperta dalla cupola, dipinta a cassettoni, sorretta da semicolonne con capitello corinzio. La chiesa conserva numerose opere d'arte appartenenti alla chiesa precedente, preziosi gli altari con pale firmate da artisti come Alessandro Bonvicino detto il Moretto, Enea Salmeggia detto Talpino, Jacopo Palma il Giovane, Andrea Previtali, Gian Giacomo Barbelli e Giovan Paolo Cavagna.
Degne di nota la Deposizione di Andrea Previtali e la Madonna in Trono e santi del Moretto del 1536 circa.
Sono finalmente giunto nella foresteria dove ho prenotato il mio soggiorno; il posto è assai accogliente e i padroni di casa sono molto ospitali, a darmi il benvenuto oltre al loro bellissimo bimbo c'è Zori, un bel gattino bianco dallo sguardo vispo e dispettoso. Dopo essermi accomodato e riposato, parto alla scoperta dell'ultimo tratto di via Porta Dipinta, prima che faccia buio e che arrivi il momento di andare a cena.
La strada sempre ripida e tortuosa è incorniciata tra palazzi e vecchie case, alcune con facciate affrescate. Si apre improvvisamente uno slargo in leggera salita, dove le case che s'affacciano sembrano lo scenario di un teatro goldoniano con antiche case e la chiesa di Santa Maria al Pozzo Bianco.
In una di queste case, vi abitò Lorenzo Lotto quando affresco la cappella della Madonna dell'adiacente antica chiesa che mi riprometto di visitare appena fa giorno. Sempre su via di Porta Dipinta, al civico 20 vi nacque il celebre musicista Vincenzo Pedrali. La porta d'accesso presenta ai suoi lati, due mascheroni in pietra con sguardo beffante.
Nel primo tratto della bella strada, si prospetta a sinistra, sulla piazzetta omonima, la chiesa di San Michele al Pozzo Bianco, di forme romaniche rinnovate nel 400. L'interno, suggestivo, ha affreschi nella navata e nella cripta (XIII-XVI secolo); nella cappella a sinistra del presbiterio un ciclo (Vita di Maria) affrescato da Lorenzo Lotto (1525). Ma per raggiungere l'ampio sagrato, proprio al limitare dei via Porta Dipinta, non si può non notare sul selciato, una pietra circolare con l'iscrizione incisa: "Qui sorgeva l'antico pozzo bianco" da cui deriverebbe il nome della posizione dell'edificio di culto. La dedicazione della chiesa a San Michele, avvenne sotto i longobardi, ma solo nel 905 troviamo l'appellativo "al pozzo bianco".
La facciata esterna della chiesa è in bugnato e fu realizzata solo nel 1915; ha un ingresso con un grande arco cestinato, sopra al quale, al primo piano vi sono due finestre arcate a tutto sesto, e nell'ulteriore piano superiore due trifore, architettura che riprese la struttura precedente.
Sul fabbricato edificato su un lato a sinistra della chiesa vi è, la Casa del Vicario, con residui di affreschi ancora parzialmente visibili e che è anche conosciuta come la sede del Consorzio della Vergine e di San Michele Arcangelo sono affrescati nella parte superiore: una Madonna in trono circondata da angeli; accanto vi è San Cristoforo con il Bambino. A lato ai due riquadri sono visibili due figure maschili una in piedi e una genuflessa con accanto una donna e due soldati. Questo raffigurazione racconta la storia di San Donnino. Infatti la chiesa custodiva una reliquia del Santo e la leggenda ad essa legata, narra che il Santo avesse offerto acqua e vino ad un malato di idrofobia guarendolo. Un tempo sotto un altare si conservava un calice, nel cui fusto era conservato un dente, che si voleva appartenuto a San Donnino. In questo calice si dava da bere acqua e vino benedetti a coloro che erano stati morsicati da un animale, soprattutto dai cani, e si rivolgevano preghiere e suppliche al Santo per ottenere la guarigione.
Un grande arco con un cancello ad inferriata introduce nell'atrio, dove è possibile vedere la base ad arco del campanile, con la piccola porticina, e un affresco quattrocentesco di Madonna con Bambino. All'interno la chiesa è a pianta rettangolare ad unica navata terminanti in tre cappelle di cui la centrale è di dimensione maggiore delle due laterali. Tutte e tre sono protette da robuste inferriate già dal XVII secolo.
Le tre cappelle sono interamente affrescate da cicli pittorici del 1500. L'aula è divisa in campate, scandite da ampi archi a sesto acuto e la copertura è realizzata a capanna con travatura lignea. La controfacciata presenta un oculo tamponato e tre porte, che hanno alterato i cicli magnifici pittorici presenti.
Nel rimanere estasiato dalla magnificenza degli affreschi, inizio la mia visita, benché pur breve, dalla Cappella posta a sinistra a quella centrale che è indicata dalle guida come "della Madonna". La cappella, munita di una finestra, presenta un ciclo pittorico di Lorenzo Lotto realizzato nel primo quarto del XVI secolo.
La Cappella presenta scene dedicate alle Storie della Madonna: la nascita da Sant'Anna, la presentazione al Tempio, lo Sposalizio, la visita dei Magi al Bambino Gesù.
Poco prima della Cappella della Madonna, sulla parete sinistra è visibile benché con difficoltà vista l'altezza a cui fu dipinto, un affresco che raffigura l'Annunciazione dell'Incarnazione a Maria da parte dell'Arcangelo Gabriele.
La Cappella Centrale, preceduta da tre gradini che la rendono più elevata rispetto al pavimento, è munita di due finestre, mentre altre due sono poste verso il pavimento aprendosi nella sottostante cripta. Questa Cappella conserva un'icona mariana della Madonna del Buon Consiglio, la cui origine è in parte ancora avvolta nel mistero. Si sa solo che nel 1659 l'effigie si trovava nella chiesa di Sant'Agostino, soppressa sotto la dominazione di Napoleone. Secondo alcune leggende e qualche ricerca condotta, pare che l'icona mariana fosse originariamente di proprietà della Misericordia Maggiore e che fu acquistata da un fedele per sciogliere un voto, donandola alla chiesa di Sant'Agostino. Alla sacra immagine sono stati attribuiti diversi miracoli, testimoniati dagli ex- voto custoditi in sacrestia.
La Cappella colpisce soprattutto per il bel e scenografico altare seicentesco in legno dorato; sulla parete di fondo è rappresentata la Resurrezione. Al di sotto di questa scena, si trovano dei bellissimi dipinti tra cui la visione di Ezechiele della resurrezione dei morti.
Nella parete di sinistra della Cappella che presenta due registri, si trovano in sequenza tre rappresentazioni delle Apparizioni dell'Arcangelo Michele a Monte Sant'Angelo, a Siponto e a Roma, eseguiti da Luciano da Imola nel 1550. Nel registro superiore vi è una straordinaria scena dove gli Angeli fedeli precipitano gli angeli ribelli, che assumono sembianze mostruose.
Curioso anche la particolare scena con la descrizione della dove San Michele, munito di una grossa chiave, precipita Satana ormai in catene, all'inferno tra le fiamme e sta per essere inghiottito in un pozzo. La bocca del pozzo è bianca come la titolazione della chiesa e vicino vi si legge la data di esecuzione dell'affresco. Satana, l'angelo del mare, si ribella a San Michele che lo ha messo in catene. Il demone ha le corna, zampe di capro mentre l'Arcangelo è abbigliato con vesti e calzari "alla romana".
Sulla volta a vela, divisa in spicchi, un magnifico Dio Padre Benedicente posto al centro, con attorno i Cherubini. Ai lati della volta si riconoscono i 4 Evangelisti, ciascuno con il proprio attributo distintivo.
Nella Cappella attigua, intitolata a San Giovanni Battista, i dipinti del Guarinoni illustrano scene della vita. del Battista. Al centro vi è un Cristo risorto con il vessillo. Anche le pareti della navata sono fittamente affrescate, anche se purtroppo il tempo e l'uomo hanno lasciato danni irrecuperabili.
I preziosi affreschi sono medievali e rinascimentali. Tra i numerosi dipinti mi soffermo ad ammirare la Madonna del Latte e Madonna in trono con Bambino, ma non manca il Santo titolare della chiesa ossia, l'Arcangelo Michele, ritratto mentre trafigge il Male e contemporaneamente nell'atto di accompagnare le anime separate nell'ascesa ultraterrena, con la pesatura delle anime.
Anche la controfacciata della chiesa o meglio le due controfacciate emerse nei recenti restauri posso ammirare preziosi affreschi; i più antichi risalgono forse al 1200 e sebbene siano solo frammenti, si riconosce quella che è stata denominata "Corte Celeste" e l'"Inferno". Sono visibili anche i Progenitori, Adamo ed Eva, mentre appartiene al XV secolo il gigantesco San Cristoforo con Bambino benché purtroppo mutilo.
Attraverso una scaletta ripida ed in pietra accedo al vano sottostante la chiesa che immette in un corridoio che permette di arrivare alla Cripta. Il corridoio si apre in diversi vani o Cappelle, in una sono affrescate tre Sante, ossia Santa Margherita, Santa Apollonia e Santa Lucia, del tardo XV sec. In un'altra, interamente affrescata e detta di San Gregorio per l'affresco che lo raffigura seduto in cattedra e in abito cardinalizio, anche se il Santo rifiutò quel titolo. Sempre in questa nicchia è possibile ammirare altri affreschi del XIII secolo con San Cristoforo con Bambino e Madonna con Bambino. Ma la mia attenzione maggiore è rivolta ad altri affreschi di questa nicchia che ha la volta a botte tutta dipinta. Sulla volta, al centro, vi è un Cristo sul sepolcro con tre santi dottori, Ambrogio, Agostino, Gregorio e con San Nicola da Bari. Curioso l'atteggiamento di Sant'Ambrogio, che si sta sistemando gli occhialini mentre osserva la scena del Cristo che si alza dal sepolcro.
Esco dalla cripta e dalla chiesa di S. Michele al Pozzo Bianco, sicuramente una delle più antiche e preziose di Bergamo, sorta forse sul luogo di un tempio pagano dedicato al dio Vulcano.
Proseguendo la passeggiata, proprio a ridosso del piazzale della chiesa, vi è l'antica fontana di San Michele al pozzo Bianco, realizzata in stile neoclassico con catino in pietra chiara e protetta da una grande nicchia in pietra grigia con struttura a tempietto con un grande timpano.
Poco distante vi si erge la medioevale Porta Sub Foppis che permetteva l'accesso all'addizione duecentesca. Il nome deriva probabilmente dal cosiddetto foppone, un profondo avvallamento che vi era e che solo nel 1930 fu riempito con terra di riporto formando il grande prato della Fara. Ancora visibili sopra il portale tracce dell'apertura di accesso alla torre, di lato l'attacco della cortina e sotto l'arcata i cardini delle porte. L'ampio prato della Fara è veramente impressionante sia per le dimensioni, che per la pulizia e l'ordine del prato perfettamente tagliato, ove gruppi di studenti della vicina Università sono seduti a terra a leggere, studiare e discutere. Poco distante su un palazzotto una targa in marmo ricorda che vi soggiornò Salvatore Quasimodo nel 1943. Ma quello che colpisce è il grande complesso di Sant'Agostino; l'ex convento agostiniano fu fondato alla fine del XII secolo dai frati. Donato Calvi nel suo Effemeride sagro-profana di quanto di memorabile sia successo in Bergamo del 1670, colloca nel 1290 la data di inizio alla costruzione del grande complesso. Nel convento vi visse anche fra Ambrogio da Calepio, autore nel 1502 di un importante dizionario latino detto il Calepino. Il convento fu soppresso dai francesi nel 1797 ed ora ospita alcune facoltà universitarie. Il complesso è composto dalla chiesa, ricostruita nella seconda metà del XV secolo con una bella ed imponente facciata tardo gotica in arenaria, e da due chiostri interni.
La chiesa di Sant'Agostino si trova sulla via delle mura vicino alla omonima porta, nella parte più orientale dei colli di Bergamo. Giovanni Battista Angelini, un sacerdote che scrisse poemi e poesie in latino così lo rappresentò in un suo scritto del 1720: «[...] In eminenza vedesi sospesa/la chiesa d'un sol vaso ornata, e grande/con alta faccia a gotico distesa. /Dai lati dell'altar maggior si spande/una capella, e ne son altre sette/continuate a volto da le bande. /Ad ognuna un pilastro si frammette,/che la distingue in egual struttura,/così in numero sono diecisette./Fa il monistero per l'architettura/divisa in due gran chiostri a colonnati/nella città la principal figura». Ma vi è quasi la certezza che il Convento e chiesa agostiniana sia stata edificata ove insisteva già un altro edificio sacro dedicata ai santi Filippo e Giacomo, come cita l'archivio della comunità agostiniana: «i consagrarono i principij del nuovo anno con l'erettione et fabrica della Chiesa et Monastero de Padri Eremitani di Sant'Agostino, hoggi [cioè il 1° gennaio 1290] con solenne processione portatosi il Vescovo Bongo a gettar la prima pietra, e piantar la Croce, perché poi fosse il sagro tempio a Santi Giacomo et Filippo dedicato. Restorno alla fabrica sopraintendenti li Padri Timoroso di Brescia, et Prudentio di Ghisalba ch'in puochi anni a termine la condussero di poterla officiare.».
Si ha invece la certezza che la costruzione della chiesa fosse terminata nel 1330, è infatti risalente al 1331 la costruzione del chiostro posto contro la parete nord della chiesa stessa e della sala capitolare. La chiesa e la vita dei monaci, divennero una parte importante della città, tanto che nello statuto cittadino del 1391, fu stabilito un versamento di dieci lire imperiali ogni 7 dicembre per la chiesa. Ma già nei primi anni del XV secolo il monastero e la chiesa si trovavano in un grave stato di degrado, tanto che alcune metafore raccontano come fra Benigno da Genova, uno dei primi agostiniani arrivato a Bergamo, trovò la chiesa [...] tanto dirocata e piena di spini che fin sotto l'altare maggiore si era una lupa co' suoi lupicini ricovrata, come cita Gianmario Petrò in Le trasformazioni della chiesa e del convento di S. Agostino tra il XV e il XVI secolo.
Ciò fu sicuramente il risultato degli scontri tra le fazioni delle famiglie di Bergamo, come l'incendio subito a seguito dell'attacco della fazione guelfi nel 1403 che provocò soprattutto danni al monastero, tanto che nel 1441 venne abbandonato.
Quando nel 1428 Bergamo passò sotto il Dominio della Serenissima, anche il complesso vide arrivare nel gennaio 1443 da Crema i frati dell'Osservanza Regolare di Lombardia, ridandole vitalitò. La riparazione della chiesa e del monastero, avvenne grazie a frate Giovanni da Novara (1433-1455), successivamente le famiglie aristocratiche e la nuova borghesia arricchitesi con l'incremento dei commerci, ottennero il permesso di costruire cappelle private per seppellire i propri morti, quale esternazione di prestigio, dedicandole a un santo particolare, designato protettore di tutta la famiglia. Durante il XV secolo la chiesa fu ampliata e furono costruite sette cappelle su di ogni lato. La chiesa e il convento si salvarono dalla distruzione per la costruzione delle mura venete che vide l'abbattimento di ventiquattro chiese in Bergamo, ma i frati furono espropriati dai molti terreni che erano utili al loro sostentamento.
Il maggior declino del monastero e dell'ordine degli agostiniani, avvenne per conseguenza dell'editto veneziano del 15 ottobre 1752 che stabiliva la soppressione di ogni ordine monastico, questo contro il parere di Papa Clemente XIII. Il decreto fu reso esecutivo nel 1797 con l'arrivo di Napoleone Bonaparte e la proclamazione della Repubblica Cisalpina. La chiesa fu sequestrata e trasformata in caserma militare. Le famiglie bergamasche che avevano le loro cappelle di famiglia cercarono di salvare gli arredi degli altari, che erano di loro proprietà, ma moltissimo andò perso. In epoca napoleonica il monastero divenne una prigione, la chiesa sede e magazzino militare e il grande prato antistante la chiesa detto della Fara, divenne il luogo delle decapitazioni con la ghigliottina. Tra queste rimane documentata quella di Pacì Paciana, brigante di cui si mischia un po' di storia un poco di leggenda, al quale avevano già tagliato la testa dopo la cattura, ma che venne comunque esposto acefalo alla pubblica visione, con la testa ai piedi del patibolo.
Nel 1827 la chiesa fu adibita a maneggio. Il Genio civile nel 1880 tenta un primo recupero della facciata, cercando di bloccarne il degrado. Solo nel 2001, i chiostri monastici diventano campus umanistici dell'Università degli Studi di Bergamo e nel 2014 viene intrapreso un grande lavoro di ristrutturazione, in collaborazione tra il comune di Bergamo e l'Università, trasformando la grande navata della chiesa nell'aula magna universitaria.
Non vi è documentazione certa, ma un aneddoto racconta che Martin Lutero, durante il suo viaggio di ritorno da Roma, soggiornò presso il monastero.
Accedo così nel complesso ex monastico, ora rivitalizzato con molti studenti che occupano i suoi spazi aperti e seguono le lezioni all'interno degli antichi locali. Il complesso monastico è composto dalla chiesa, dal monastero e da due chiostri. La facciata gotica della chiesa con il suo tetto a capanna, è strutturata con blocchi di arenaria squadrati: due lesene laterali che terminano con pinnacoli, uno ulteriore era presente anche nella parte centrale, ma fu distrutto da un fulmine il 14 agosto 1665 e mai ricostruito. Vi sono due grandi finestre con loggiato e colonne, un rosone centrale e nella parte alta una piccola nicchia con la statua marmorea di Sant'Agostino.
L'interno della chiesa è a una unica navata, con una superficie di circa 1000 m² e terminante con tre absidi quadrangolari, ai lati ha 15 cappelle, sette archi trasversali a sesto acuto; il tetto di legno è completamente rivestito da 1632 tavelle dipinte a tempera nel '400 raffiguranti beati e angeli, fiori e figure allegoriche.
La chiesa all'origine, aveva dopo la terza campata, un poggiolo con quattro altari che divideva la grande navata la parte per i fedeli da quella riservata ai frati; divisione che rimase fino al 1577.
Non mi soffermo sulle cappelle laterali della grande e bella aula magna in cui è stata trasformata la chiesa oggi in buona parte restaurate.
Facendo un giro per i chiostri, ove giovani studenti sono intenti a leggere e a studiare, trovo ancora oggi su alcuni corridoi del Convento, le antiche scritte dipinte indicanti la numerazioni delle camerate a ricordo della trasformazione del luogo in caserma.
Lascio il Convento e la chiesa di Sant'Agostino e mi avvio verso l'omonima porta cittadina. Questa Porta per molto tempo ha costituito l'accesso principale alla Città Alta, sia per i bergamaschi che salivano dal Borgo Pignolo, sia per chi proveniva da Venezia. Ancora oggi, questo varco rappresenta il collegamento più usato per spostarsi tra la Città Alta e la Città Bassa, sia a piedi che con i mezzi di trasporto pubblici e privati.
La porta prende il nome dal vicino complesso monastico ed è databile attorno al 1575, mentre le arcate in muratura su cui appoggia la strada di accesso sono state volute dal podestà veneto Alvise Contarini nel 1780, in sostituzione di un ponte levatoio in legno che permetta l'accesso in città. La porta è in pietra arenaria grigia divisa in tre fornici da quattro lesene bugnate, con una volta a crociera, che divide il passaggio più largo carraio, dai due passaggi pedonali laterali.
Nel timpano centrale vi è l'altorilievo del leone di San Marco che fu abbattuto dai francesi nel 1796 e successivamente ripristinato. Al piano superiore della porta si trova un vasto locale che un tempo ospitava i militari di guardia. Come le altre porte delle Mura, alle 22.00 di ogni sera veniva chiusa per garantire la sicurezza della città.
Di fronte alla Porta vi è una fontana realizzata nel 1574, decorata con due medaglioni che stanno ai lati del monumento e che riportano incisi i nomi dei due rettori cittadini Francesco Longo e Marc'Aurelio Memo che vollero la fontana.
Di fianco al complesso di Sant'Agostino vi era l'omonimo sferisterio, oggi quel tratto di mura è ancora chiamato baluardo del Pallone. Il un grande prato verde, antistante l'antica chiesa, dove vengono organizzati diversi eventi culturali e musicali, un tempo qui si gareggiava nelle partite a palla al bracciale o pallone toscano o con le varianti della palla pugno e della palla elastica. Era un gioco che necessitava molta forza muscolare e dove l'agonismo era molto acceso. Il campo di gioco era rettangolare con un muro molto alto posto in una parte lunga del campo, il gioco consisteva nel contrapporre tre giocatori per squadra che dovevano lanciarsi una palla e con un continuo batti e ribatti tra le squadre. Il bracciale da gioco, utilizzato per battere e ribattere poteva pesare sino a due chili ed era realizzato in legno con sette file di quattordici denti sempre in legno. Il bracciale era fatto in modo tale che la mano non sporgesse, in modo tale da non poter essere colpita dalla palla.
Il pallone toscano era invece di pezze di cuoio che rivestivano una vescica di maiale o bovino che fungeva da camera d'aria. Talvolta la palla era invece riempita da crine di cavallo. Tra la vescica e il cuoio vi era della pelle scamosciata.
Ormai è quasi ora di cena e lentamente mi avvicino al centro della città, percorrendo in senso inverso il mio già lungo percorso alla scoperta di Bergamo. Sulla via del rientro faccio una breve sosta in una strada posta nei pressi di via Porta Dipinta, in via Osmano dove sulla facciata del rinascimentale Palazzo Calepio c'è una fessura con una scritta quasi ormai illeggibile "denoncie secrete". La si scorge a fatica, sporgendosi davanti alla cancellata ed è posta sotto una finestra, sembra posizionata molto in alto, ma un tempo la strada era più elevata. Un tempo ve ne erano molte in città, dove potevano essere segnalati diversi reati, come bestemmiatori, corrotti, ladri ecc.. Queste buche, simili a quelle delle lettere, raccoglievano in segretezza le denuncie, ma il denunciante doveva firmarsi, pur mantenendo l'anonimato.
Raggiungo così nuovamente Piazza Mercato delle Scarpe e m'avvio in direzione di via Gombito, alla ricerca di una trattoria e di nuove meraviglie da scoprire. Prendo via Gombito, una belle via che è incorniciata da due schiere di alte case, punteggiate di attività commerciali poste al piano terra, questa è sicuramente, insieme a via Colleoni, la via principale dello shopping di Bergamo alta. Le botteghe, i bar e i ristoranti sono animati da una moltitudine di persone. Le botteghe non hanno le classiche insegne luminose al neon tipiche dei centri moderni proprio con lo scopo di mantenere il più possibile l'aspetto di borgo medioevale.
Fortunatamente ho calzato scarpe comode, in quanto le strade del borgo alto sono tutte pavimentate con i san pietrini, che caratterizzano le vie del centro storico, ma diventano stancanti se percorse con le scarpe sbagliate per un turista che ha voglia di camminare per curiosare e conoscere. Raggiungo così la Piazza del Mercato del Pesce, con il suo antico loggiato e con molti tavolini dei ristoranti occupati dai molti turisti. Proprio qui vicino, su una piccola piazzetta vi è la chiesa di San Pancrazio.
La chiesa era citata in un documento già nel 888, edificio che fu ampliato nel 1280 e successivamente nel XV secolo. La chiesa, un tempo, disponeva di un'area cimiteriale che si estendeva tutto intorno. Dopo la riforma del Concilio di Trento la chiesa sarà nuovamente restaurata ed ampliata ripetutamente, dal XVII fino al XIX secolo con la costruzione della sagrestia, della torre campanaria, rifacimento degli altari, e l'ornamento con pregevoli stucchi.
Ancora nei primi anni del secolo XX, venne ritinteggiata la facciata e rifatta la pavimentazione, nonché dipinta la volta con scene della vita di San Pancrazio. Il terremoto del 2004 che creò diversi danni, vede la chiesa nuovamente restaurata.
L'ingresso della chiesa conserva il trecentesco portale ad arco ogivale in pietra grigia, sul quale sono scolpiti ad altorilievo San Pancrazio, la Madonna col Bambino, un vescovo benedicente e nel lunotto sovrastante l'Immagine del Padre Eterno che regge Cristo crocifisso.
L'interno della chiesa è a navata unica, con cinque cappelle: La cappella della Madonna; la cappella dell'Immacolata; la cappella della Beata Vergine; la Cappella dei Santi Pietro e Paolo; la Cappella Madonna con Rosario; la cappella di San Carlo; la cappella dei diecimila Martiri.
Il presbiterio ha una interessante cupola ellittica e un grande altare in stile barocco dove vi sono collocate le tele di Antonio Balestra raffigurante Estasi di Santa Teresa d'Avila datata 1715, di Francesco Terzi la Madonna con Bambino in Gloria, mentre la Madonna in trono e santi opera di Jacopino Scipioni.
Uscito dalla chiesa, sulla piazzetta di San Pancrazio, vi è una piccola fontana chiamata Boccio di Giacinto del 1549, disegnata dai famosi architetti Pietro e Leonardo Isabello.
Le città medioevali erano divise in quartieri e a Bergamo si chiamavano vicinie, in altre città sestrieri, contrade ecc.., tendenzialmente prendevano il nome dalla chiesa ed erano amministrate dai Consoli che venivano eletti dai maggiorenti o dai capifamiglia. Costoro curano il decoro, l'ordine pubblico e il mercato della Vicinia.
Proseguo per via Gombito, il cui termine deriva dall'ubicazione di una torre, che sorge ad compitum, ovvero nel punto d'intersezione tra il cardo e il decumano massimo della città romana, rispettivamente vie San Lorenzo, via Mario Lupo e via Gombito.
La torre fu edificata nel XII secolo e raggiunge, oggi, un'altezza di 52 metri rispetto ai 64 originari ma ha mantenuto l'aspetto originario, caratteristico delle costruzioni difensive medievali. Già nel XVI secolo al pianterreno della torre furono aperte delle botteghe, oggi ospita l'ufficio turistico. In età comunale si eressero in città diverse alte torri di proprietà delle famiglie nobili, sia in segno di potenza della stessa che poi per distinzione tra le stesse famiglie. Ovviamente rappresentarono anche il dominio o la supremazia militare delle stesse famiglie nobili.
Sulla piazzetta Luigi Angelini, posta di lato della torre e affacciata su via Mario Lupo, vi è un antico lavatoio, che alcune domeniche dell'anno si trasforma in un piccolo ma bel mercato dell'antiquariato. Via Mario Lupo era un tempo chiamata Via delle Beccherie, ossia macellerie. La sua vocazione medioevale con piccoli negozi è stata mantenuta.
Proprio di fronte alla piazzetta si apre sotto un arco, il passaggio Ca' Longa, che conduce in Piazza Vecchi. Nella chiave dell'arco è murata una formella con un altorilievo che raffigura il busto di San Vincenzo, forse un antico reperto, salvato chissà da quale demolizione o distruzione. San Vincenzo, diacono e martire del 300 d.C. è una figura di rilievo per Bergamo perché fu il patrono della città fino al 1689 quando fu sostituito da Sant'Alessandro.
Tornati su via Gombito, trovo un piccolo locale in cui soddisfare i brontolii dello stomaco che reclama un lauto pasto. Sempre in via Gombito, proprio in quest'ultimo tratto di strada, trovo la cosiddetta casa del Petrarca. È un edificio residenziale di cinque piani, databile intorno al XIII secolo ma con coronamento ogivale e trilobato delle finestre superiori ascrivibili al XIV e XV secolo, un insieme di gusto gotico e rinascimentale. Ormai la decorazione della facciata è completamente sbiadita ma si percepisce un fine lavoro di abbellimento di fine Ottocento.
Il proprietario del locale ove ho cenato mi ha raccontato che un tempo erano facilmente distinguibili alcune scene, una ricordava Piazza San Marco a Venezia in cui era riconoscibile il Palazzo Ducale, l'altra raffigurava Dante Alighieri con una schiera di altri personaggi, forse poeti e letterati.
Assume il nome di casa Veneziana o casa del Petrarca, perché per questa casa avrebbe dovuto ospitare il poeta, che poi invece alloggerà in Via Sant'Orsola in Bergamo Bassa. Infatti il Petrarca era amico di Enrico Capra della vicinia di San Pancrazio, che aveva bottega da orafo in questo edificio.
Dopo il pasto e prima di ritirarmi per passare la prima notte bergamasca, un breve giro per Piazza Vecchia devo farlo. Ho così modo di ammirare la Piazza in tutto il suo splendore, prima di rientrare nei miei alloggi e iniziare domattina la mia giornata proprio da Piazza Vecchia, alla scoperta di tutte le meravigliose storie che nasconde. Mi accontento e si fa per dire di ammirare il Palazzo Nuovo che chiude come una quinta teatrale il lato di Piazza Vecchia che si affaccia via Colleoni.
Questo enorme e bianco edificio viene chiamato così in contrapposizione al Palazzo Vecchio o della Ragione, situato sul versante opposto della Piazza, quasi a scrutarsi l'un l'altro. L'edificio ospita nelle sue stanze, dal 1928, la Civica Angelo Mai, che conserva pergamene, codici, incunaboli, musiche di inestimabile valore rendendola una tra le più importanti biblioteche italiane. La costruzione di questo bianco edificio iniziò nel 1604 e fu completata nel 1928 e fu la sede del Comune di Bergamo fino al 1873. La sua facciata, realizzata dall'architetto Ernesto Pirovano, è in stile neoclassico ed è ricoperta di marmo bianco di Zandobbio, ciò ne rende l'aspetto luminoso, elegante e leggero. Il primo architetto che operò sul Palazzo Nuovo è l'architetto veneto Vincenzo Scamozzi. Mentre il loggiato d'ingresso che corre per tutta la sua facciata, fu disegnato dall'architetto Andrea Ceresola, detto il Vannone. Nel 1958 la facciata realizzata dall'architetto Ernesto Pirovano si completò con l'inserimento di sei statue, opere di Tobia Vescovi, sulle trabeazioni del secondo, quinto e ottavo finestrone della facciata, rappresentanti l'Artigianato, l'Industria, il Fiume Brembo, il Fiume Serio, l'Agricoltura, il Lavoro.



Fine I parte.