Blog di Dante Paolo Ferraris

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Pizzighettone: il luogo natio di mio padre

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Finalmente dopo tanti anni riesco ad andare a Pizzighettone, era un desiderio di mio padre tornare a vedere il suo luogo natio. Vi era nato ma non l'aveva mai vissuta o vista; i suoi genitori si erano trasferiti in questa cittadina per motivi di lavoro e dopo la nascita di mio padre erano rientrati a Castelceriolo. Solo mia zia Mirella, la sorella maggiore si ricordava di Pizzighettone ed ogni tanto mi raccontava qualcosa. Negli ultimi anni della sua vita, più volte mio padre mi chiedeva di portarlo a Pizzighettone, ma ogni volta che si poteva andare, il giorno prima rimandava il viaggio. Posso così oggi andare a visitare questa cittadina, anche in memoria di mio padre.
Prima del viaggio di poche ore, mi leggo un po' di storia di Pizzighettone, proprio per comprendere le tradizioni e cosa potrò andare a visitare.
Pizzighettone è attraversata dal fiume Adda, che divide i quartiere di Gera dal centro storico. La sua storia è strettamente legata alle sue mura difensive. La cittadina di qualche migliaio di abitanti presenta infatti l'unica cerchia di mura pressoché integra in provincia di Cremona. Questo è un raro esempio d'architettura militare degli inizi del Rinascimento e successivamente modificato per adeguarla ai più moderni sistemi di difesa.
Le origini di Pizzighettone sono legate sostanzialmente al fiume Adda, dove nelle sue vicinanze vi era l'etrusco villaggio di Acerra. L'antica città, attestata dagli storici latini, venne dapprima distrutta e riedificata dai Galli e poi conquistata dai Romani, ma scomparve con la fine dell'Impero. Complici le varie ondate di popolazioni "barbariche", il nome "Acerrae" scompare mentre, in sua vece, emerge il toponimo di "Forum" o Pizus di Juguntorum o Diuguntorum, che Strabone attribuisce alla nuova località, ritenuta erede del centro etrusco. Grazie alla sua posizione centrale e dall'esistenza di un porto, furono favoriti gli scambi commerciali tanto da far godere all'abitato della condizione di "borgo franco". Questo fu uno dei motivi che vede Pizzighettone nel Medioevo, luogo di contesa tra i Comuni di Milano e Cremona. I Cremonesi, nel 1133, avviarono la costruzione di un castello sulla riva del fiume, a scopo difensivo, dando al Borgo anche connotazione militare. Con l'arrivo dei Visconti, precisamente di Bernabò, nel 1370 fu eretta la prima cerchia di mattoni intorno al centro abitato, circondandolo da un fossato allagato dalle acque dell'Adda e dal Serio morto, munendola di quattro porte d'accesso. Con queste opere si sostituiva la doppia palizzata in legno, rinforzata all'interno da un terrapieno realizzata dai cremonesi. Alla cinta muraria si aggiunse la costruzione del Rivellino nel 1404.
A metà del Quattrocento, in epoca sforzesca, per contrastare un'avanzata veneziana, si rese necessario potenziare la cinta fortificata, e successivamente venne ancora rinforzata e irrobustita dagli Spagnoli, a partire dal 1585. Infatti se nei primi anni del Cinquecento, il Borgo fu conquistato dai francesi, con il conflitto tra la Francia e la Spagna per il predominio europeo, Pizzighettone passerà sotto il dominio spagnolo a cui apparterrà per oltre un secolo.
Un importante fatto storico dell'epoca che testimonia l'importanza strategica della piazzaforte piceleonense, infatti il Borgo all'epoca ero chiamato Piceleo, quando dentro le sue mura, venne rinchiuso prigioniero dal 27 febbraio al 18 maggio 1525 il re di Francia, Francesco I di Valois, dopo la sconfitta inflittagli a Mirabello di Pavia dall'esercito del re di Spagna Carlo V d'Asburgo. Pizzighettone rimase un importante piazzaforte nel XVIII e nel XIX secolo, anche quando subì le occupazioni degli Austriaci e delle truppe napoleoniche fino all'unità d'Italia. In epoca austriaca fu demolita la cosiddetta "Gera Lodigiana" e a fine Settecento ebbe inizio un parziale smantellamento della fortezza. Durante la Restaurazione contemporaneamente alla smilitarizzazione della piazzaforte, proseguì la demolizione del castello già molto fatiscente a seguito di un incendio scoppiato nel 1801.
Arrivo a Pizzighettone e mi ritrovo nel quartiere di Gera. Era questa la borgata in cui hanno vissuto i miei nonni ed è nato mio padre. Mi sento un po' emozionato ripercorrere le strade che hanno calpestato i miei nonni e dove vi hanno lavorato. La prima domanda e che rimarrà senza risposta, è chissà qual è
Parcheggio l'auto in Piazza Mercato, posta sulle rive del fiume Adda. È in questa Piazza che fin dal Medioevo si svolge il mercato. All'epoca questo mercato aveva moltissime attività commerciali e artigiane come pollaroli, fruttivendoli, pescivendoli, verdurieri, venditori di frumento, granoturco, biada, ecc... Il mercato era assai frequentato, tanto che intorno alla Piazza vi erano molte osterie ed alberghi. Per secoli l'attività principale degli abitanti di Gera fu il barcaiolo, non solo per il trasporto delle persone e delle merci tra le due sponde, ma anche per l'attività di pesca, di trasporto merci lungo l'Adda sui barconi e sull'estrazione della ghiaia dal letto del fiume.
Un cartello ricorda che in questa Piazza un tempo si apriva la porta del Bosco del XV secolo. Inizio a vagare per le strade di Gera e subito mi ritrovo davanti alla Chiesa Parrocchiale di San Rocco e San Sebastiano. La Chiesa fu edificata sul luogo dove anticamente sorgeva una struttura votiva dedicata a San Sebastiano, invocato contro le ricorrenti epidemie di peste. Nel 1486 dopo la sua ricostruzione fu aggiunta la dedicazione a San Rocco. La Chiesa presenta una facciata a capanna arricchita da un avancorpo costituito da un ampio porticato. L'interno è a navata unica e presenta linearità e sobrietà nelle linee. Il suo interno presenta numerosi affreschi raffiguranti santi, quali San Giuseppe, San Francesco d'Assisi, Santa Caterina da Siena, i Santi Rocco e Sebastiano e Sant'Omobono.
Su Via Antica Lodi sorge il Distaccamento della Polizia stradale, ospitato all'interno di vecchie costruzioni militari. Raggiungo così Via Casamatte ove sorge una lunga cortina di vecchie costruzioni militari austriache del XVIII secolo, usate anche come rifugi antigas durante l'ultima guerra. Queste casematte hanno volte in laterizio, sovrastate da un verde terrapieno. In fondo a questa via trovo una magnifica Chiesa dedicata a San Pietro. Questa Chiesa è molto particolare, infatti si presenta con una facciata interamente ricoperta di mosaici e marmi pregiati. I mosaici, realizzati negli anni Sessanta del secolo scorso in occasione dei lavori di ampliamento della navata centrale. Questi mosaici dai colori vivaci raffigurano tra gli altri la Vergine Maria, la Natività, lo sposalizio della Vergine, l'Adorazione dei Magi e presenta numerose figure di santi come San Tommaso, San Leone Magno, Sant'Agostino, Santa Caterina, San Bassiano, San Pietro, San Giuseppe, San Domenico e San Francesco oltre a motivi floreali e angeli. Sopra il portone d'accesso, in posizione centrale domina la statua della Vergine. Sul culmine del frontone vi è la statua di San Pietro che rimane l'unico elemento originale della precedente facciata. Il campanile è invece in stile Neoclassico.
L'interno della chiesa è a tre navate, interamente ricoperta di marmi pregiati e mosaici. La vecchia chiesa del VII secolo fu demolita nel 1720 per volontà dell'imperatore Carlo VI, quando ordinò la demolizione della vecchia cinta muraria di Gera. Nei suoi pressi c'è Via Giacinto Miglio Geraiolo, che fu rinchiuso nel carcere dello Spilbergh; infatti costui guidò nel 1848 la sollevazione popolare contro gli austriaci a seguito delle “Cinque giornate di Milano”. Infatti il presidio austriaco fu occupato senza difficoltà dai rivoltosi, che successivamente trasportarono a Cremona, che si era sollevata contro l'Impero, diversi cannoni, le armi e munizioni dei depositi, per non lasciarli in mano agli Austriaci che si stavano riorganizzando.
Proseguo per Via Smancini dove posso osservare che le case sono popolari come gran parte del quartiere, infatti poche sono le case che rammentano abitazioni nobile di epoca quattro-cinquecentesca, nei pressi di un vicoletto trovo una lapide su una casa che ricorda che vi nacque nel 1892 Tano Belloni, morto nel 1980. Costui fu un grande ciclista, un eterno secondo che partecipò al giro di Lombardia negli anni 1915, 1918 e 1928. Ma anche alla Milano-Sanremo nel 1917 e 1920, Giro d'Italia nel 1920, la Sei giorni di New York del 1922 e 1930 e molte altre.
Trovo sempre su Via Smancini, la Chiesa di San Marcello fondata nel XV secolo. La sua facciata è molto semplice e con i tetto a capanna. Vi accedo e trovo una Chiesa a navata unica con un bell'altare maggiore, in legno dorato riccamente ornato, contenente in una nicchia il Crocifisso miracoloso che si dice rinvenuto sul greto dell'Adda, elaborati con decorazioni in stucco gli altari laterali, è presente una pregevole pala settecentesca raffigurante l'Adorazione dei Magi. La Chiesa presenta un minuto campanile che si erge sul tetto della chiesa.
Attraverso l'Adda sul ponte Trento e Trieste, abbellito dai molteplici fiori sui suoi parapetti. Incontro subito la Torre del Guado chiamato semplicemente il Torrione, unica delle quattro torri del Castello di Pizzighettone sopravvissuta. Fu qui che nel 1525 la torre ospitò il suo più illustre prigioniero, il sovrano francese Francesco I di Valois.
Seguo la cinta muraria della città murata. Trovo dapprima ciò che rimane della torre del Governatore, sempre del XII secolo, a seguire la guardiola delle prigioni del XVIII secolo. Sul muro di questo edificio munito di spesse grate vi è una lapide che ricorda il brigadiere de Carabinieri Antonio Zucca perito in servizio ne 1976 a Lavis nel Trentino, ma nativo di Pizzighettone.
Proseguo la passeggiata lungo questa cortina muraria che circonda per intero il Centro Storico e trovo una serie di ambienti a volta a botte tutte comunicanti tra loro. Un tempo alloggio dei soldati delle guarnigioni di stanza alla fortezza, ma utilizzate anche come carceri e depositi. Aiutato dai cartelli turistici ne comprendo l'utilizzo, come quello adibito a Cappella del Carcere dapprima militare dal 1924 al 1945 e poi giudiziario dal 1946 a 1954. Le spesse grate e l'ambiente umido non devono aver reso facile la vita dei detenuti ivi rinchiusi. Un altro cartella ricorda che fu anche ergastolo austriaco dal 1785 al 1857. Così un altro ricorda che quell'angolo dei bastioni fu utilizzato come celle di sicurezza dal 1924 al 1954. Fortunatamente sono stati ritrovati sotto una parete intonacata alcuni scritte che individuano i locali adibiti a Sala d'Armi ed agli alloggi dei Sotto Ufficiali Sono sempre i cartelli ad aiutarmi ad arrivare ad un angolo dei bastioni dove è stato ricavato, grazie al Gruppo Volontari Mura di Pizzighettone, un museo etnografico di Arti e Mestieri di una Volta.
Colgo l'occasione di visitarlo e trovo ad accogliermi un anziano volontario che mi presenta l'esposizione museale. Dalla sue parole comprendo la fierezza d'appartenenza a questa comunità e la gioia di raccontare le storie di vita dei suoi abitanti. Molte foto ricordano i tempi in cui i miei nonni hanno vissuto a Pizzighettone e che hanno visto la nascita di mio padre. Anche la mia attempata guida dai capelli bianchi è residente a Gera ed è felice di sapere lo scopo del mio viaggio, ed incentra i suoi racconti in modo particolare sulla fine degli anni venti e sulle attività presenti a Gera.
Mi inoltro così nelle diverse sale e posso vedere molte delle attività artigianali e commerciali, ma anche di vita quotidiana come il lavoro dello stagnino detto anche ramaiolo che produceva pentole, casseruole e secchi, del maniscalco con i ferri del mestiere, del fabbro con l'incudine e la fucina, ma anche gli attrezzi contadini e dei viticoltori, e dei pescatori dell'Adda con le loro barche, nasse e tremagli, l'attività estrattiva in Adda e sul Serio morto, il falegname, il ciabattino, il sellaio, il materassaio, la sartina e il sarto. Di particolare interesse l'arredamento delle case degli operai e dei contadini, con le poche cose essenziali.
Una visita quanto mai gradita e necessaria che mi ricorda anche il museo etnografico di Alessandria “C'era una volta” magistralmente diretto dall'amica Maestra Elena Ulandi.
Lascio la mia guida non dopo averle chiesto notizie sul piatto tipico locale, ossia “ Fasulin de l''òc cun le cudeghe”. Il fagiolino dall'occhio è un piccolo fagiolo con una macchietta nera, questo legume è di origine africana, ma introdotta nella nostra penisola dagli Etruschi, divenendo da subito un alimento fondamentale perché piatto povero nella cultura contadina. Con parte delle cotenne del maiale che si uccideva tra novembre e dicembre si preparava con il fagiolino una zuppa sostanziosa che nella bassa cremonese veniva servito in particolare nel giorno dei morti, il 2 novembre accompagnato da un panino fresco e da un bicchiere di vino.
Tornato sulla Piazza d'Armi, il mio sguardo si rivolge all'alto e massiccio campanile della Chiesa Parrocchiale di San Bassiano. Proseguo la passeggiata intorno alle mura, un ampio squarcio nelle mura permette l'accesso veicolare al centro storico su via Vittorio Emanuele II, subito dopo vi è la Porta di Cremona Nuova, accesso al Borgo creato nel XVIII secolo. Invece dietro all'abside della Chiesa di San Bassiano si apre la vecchia Porta di Cremona vecchia con il suo rivellino di protezione del XV secolo.
Lascio il mio giro intorno le mura per recarmi a visitare la Chiesa Parrocchiale. Questa Chiesa dedicata a San Bassano vescovo fu edificata nel XII secolo da alcuni lodigiani, che erano scappati dalla loro città distrutta dalle truppe milanesi. Fu successivamente ampliata nel 1467 con la costruzione delle cappelle laterali, la demolizione delle absidi e l'innalzamento della facciata con la realizzazione dello splendido rosone. Nel 1733 l'edificio è ancora modificato con l'elevazione della navata e del livello del pavimento XIX secolo. La dedicazione a San Bassiano, patrono di Lodi, è una conferma del legame con la città dei suoi edificatori. La facciata si presenta con tetto a capanna, ingentilita da un ornamento polilobato che ne percorre gli spioventi. L'edificio è interamente realizzata con mattoni a vista ed ha tre porte d'accesso, la porta maggiore presenta ai lati una coppia di colonne che sorreggono un frontone arcuato e spezzato. Tra gli elementi di maggior pregio, il rosone con mattonelle recanti simboli sforzeschi sulla facciata di impianto romanico lombardo. L'attuale campanile fu eretto nel 1533 e nel 1900 la torre campanaria venne sopraelevata con la realizzazione della cuspide.
L'impianto interno della Chiesa è di tipo basilicale a tre navate con abside centrale. Diverse le opere d'arte degne di particolare attenzione come l'affresco quattrocentesco dell'Annunciazione, conservato nella cappella del Crocifisso; la splendida Crocifissione affrescata da Bernardino Campi posta sulla parete di contro-facciata; l'affresco avente come tema la Decollazione del Battista e molte altre.
La Chiesa conserva un osso di forma arcuata lungo oltre un metro e mezzo, appartenuto ad un cetaceo quando la pianura padana era coperta dalle acque del mare. La tradizionale vuole invece che appartenesse al leggendario drago che abitava il lago Gerundo. L'osso o meglio la costola veniva esposta per esorcizzare il demonio, infatti i molti casi di malaria venivano attribuiti al diavolo. Il lago Gerundo o Gerondo si suppone fosse un vasto specchio d'acqua stagnante situato a cavallo dei letti dei fiumi Adda e Serio. La fantasia popolare vuole che un tempo nelle acque del Lago Gerundo vivesse un drago di nome Tarantasio che, faceva strage di uomini e soprattutto di bambini che si avvicinavano alle acque del lago e che col fetore del suo alito ammorbava l'aria circostante. Il mostro, si vuole che fosse stato ucciso dal capostipite dei Visconti di Milano che, dopo tale prodezza, adottò come suo stemma l'immagine del biscione divoratore di uomini. Di certo c'è che la Chiesa conserva alcuni preziosi doni del re di Francia, Francesco I, tra i quali il paliotto per l'altare maggiore, pregevole opera di arazzieri parigini, un manto e una pianeta, nonché un reliquiario contenente la Sacra Spina della Passione del Signore, inviati al parroco di San Bassiano in segno di gratitudine per il trattamento ricevuto durante la sua detenzione. Difronte alla Chiesa vi è il Palazzo Comunale, risalente alla seconda metà del Quattrocento, successivamente modificato. Il Palazzo ha un bel porticato ad archi ogivali e colonne binate con capitelli cubici scolpiti con stemmi di diverse casate sormontato, ha finestre decorate da cornici in cotto, ricco di elementi caratteristici dell'architettura tardo-gotica. Sotto il porticato una serie di lapidi ricordano i pizzighettonesi caduti durante le guerre mondiali.
Percorro tutta Via Garibaldi fino ad arrivare a Palazzo Quartier Fino. La via è linda e spaziosa è ben integrata nel disegno a scacchiera della città murata. Il cinquecentesco Palazzo Quartier Fino, ospita il Museo Civico e la Biblioteca Comunale, che trovo chiuso e non posso visitarlo. L'antico Palazzo della Contrada Grande com'era chiamata un tempo Via Garibaldi fu anche sede della Pretura ed a partire dal 1775 ospitò la prima scuola elementare pubblica e gratuita istituita da Maria Teresa d'Austria. All'interno della città murata non vi sono bei palazzi signorili o case nobiliari in quanto i grandi proprietari terrieri preferivano non risiedere entro la cinta muraria, forse per non essere sottoposti al carico delle contribuzioni per il mantenimento delle difese e dei militari.
Raggiungo così le rive dell'Adda dove il parco ospita un bel monumento ai caduti con due cannoni della Prima Guerra Mondiale posti ai suoi lati. Sullo sfondo, fa da scenario la Porta di Soccorso del XIX secolo. Si tratta di un varco molto semplice, coronata da una cortina di merli ghibellini e che si apre nelle mura di cinta cittadine lungo l'asta del fiume Adda. Poco distante vi è la polveriera di San Giuliano, una casamatta del XVIII secolo, conservata ottimamente. È un edificio interamente in cotto con un tetto a capanna con spioventi molto accentuati. La casamatta prende il nome dal vicino ex complesso monastico di San Giuliano del XV secolo. Il monastero servita di San Giuliano di Pizzighettone venne fondato nel 1487 dalla comunità; nel 1590 fu riedificato e assunse talvolta anche la denominazione della Santissima Trinità. Ora l'ex complesso è sede di un Opera Pia Luigi Mazza.
Faccio ancora due passi lungo le mura in Via Boneschi prima di percorrere Via Vittorio Emanuele dove trovo la casa di monsignor Ambrogio Squintani, vescovo ad Ascoli Piceno sepolto proprio in San Bassiano, e che fu dimora di illustri famiglie della società civile ed ecclesiastica. La lapide posta sulla facciata ricorda come la casa, fu compresa nel ghetto e vi lavorasse ai primi del '500 il rabbino David, uno dei primi tipografi della cultura ebraica nella pianura padana.
Torno verso Gera, è ora di fermarmi a mangiare qualcosa in qualche trattoria. Lungo la rive del fiume Adda trovo un caratteristico locale, poco dopo mi accomodo in un tavolino, apparecchiato con una tovaglia a grandi quadri bianco e rossi, come il tovagliolo. Pasta casereccia, fatta in casa con il sugo di ragù ed un bel pezzo di stufato sono il mio pranzo, che unisco molto piacevolmente a un buon bicchiere di Gutturnio da un uvaggio di uve Barbera dal 55% al 70% e Croatina: questo è un vino piacentino ma che si abbina bene con la tradizione culinaria del cremonese.
Satollo, decido di rientrare passando da Cremona, lungo la strada trovo il Santuario della Beata Vergine del Roggione, un vero gioiello d'arte edificato nel 1630 per accogliervi un'immagine miracolosa della Madonna, tuttora venerata. Si presenta con una tipica facciata seicentesca con ampio pronao ad archi a tutto sesto. Il suo interno si presenta a navata unica con quattro altari laterali e una volta adorna di stucchi. Si vuole che ad inizio del XVII secolo un certo Pietro Grazzani avesse voluto ringraziare la Madonna per una grazia ricevuta, innalzando una cappelletta facendovi dipingere la Vergine con il bambino. Rapidamente il luogo divenne meta di pellegrinaggi, ma solo quando Pizzighettone scampò all'epidemia di Peste causando solo poche vittime, la popolazione riconoscente volle edificare alla Madonna del Roggione un vero e proprio Santuario. Al nuovo Santuario si portò l'immagine venerata nella cappellina che richiamò folle di pellegrini attratti dalla fama delle Grazie che elargiva. Ancora nel 1733 quando i franco piemontesi assediavano Pizzighettone il clero e il popolo chiese l'intercessione della Vergine del Roggione affinché il Borgo fosse risparmiato dai saccheggi. Il saccheggio non ci fu e da allora annualmente la terza domenica di Pasqua ha luogo una processione di ringraziamento.
Mentre lascio Pizzighettone, soddisfatto di aver visitato il Borgo natio di mio padre e con la promessa a me stesso di tornarci, ripercorro con la mente una storia forse un po' troppo ammantata dalla leggenda, che mi era stata narrata durante la visita alla città murata. Si narra che un certo don Giovanni, podestà di Pizzighettone aggiunse alle già esose tasse richieste dal Governo spagnolo, anche delle proprie. Le sue ricchezze estorte alla popolazione si narra le avesse nascoste dentro uno scrigno che aveva poi sepolto fuori le mura cittadine. La popolazione stanca dei suoi soprusi ed ignara di dove avesse nascosto il maltolto assalì il Palazzo del Podestà per cercare di farsi restituire i loro denari. Don Giovanni negò ogni addebito e li sfidò a trovargli in casa ciò che cercavano e che non trovarono. La rabbia del popolo sfociò nel trascinare il Podestà in pizza e a decapitarlo. Il suo cadavere fu poi gettato nell'Adda e si racconta che ancora oggi, nelle notti di luna piena, una figura evanescente senza testa vaghi nelle campagne di fronte a Porta Cremona a custodire il suo tesoro.