Blog di Dante Paolo Ferraris

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Il mio Piemonte: Demonte

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DemonteLa giornata comincia presto, voglio andare a visitare Demonte, cittadina della Valle Stura nel cuneese che per la sua posizione e storia mi ha sempre incuriosito. Mi sarebbe piaciuto fare questa visita con Matteo, un mio amico, ma purtroppo oggi non poteva accompagnarmi.
Prima della colonizzazione di Demonte e della valle Stura da parti dei romani, questi luoghi erano abitate dai liguri montani, come è testimoniato dal ritrovamento di alcuni reperti. Il ritrovamento nel 1925 di un'anfora con delle monete risalenti agli anni 253-305 testimonia invece la presenza romana sul territorio.
Dopo la caduta dell'Impero romano la località vide la presenza dei Goti di Teodorico, dei Bizantini, dei Longobardi ed infine dei Franchi. In epoca longobarda vi operarono i monaci dell'Abbazia di San Colombano di Bobbio da cui dipese l'Abbazia di San Dalmazzo di Pedona.
Demonte subì l'invasione dei saraceni che vi giunsero dalla Provenza. Questi furono vinti nel 950, ma il territorio risultò pesantemente danneggiato. Nel 998 la valle Stura fu data in feudo al vescovo di Torino che vi rimase fino al 1150 circa.
Dal 1150, per oltre cento anni, Demonte sarà sotto la dominazione del marchese di Saluzzo che concederà una certa autonomia ai demontesi; sarà proprio in questo periodo che verrà costituito in Comune nel 1214.
Dopo una breve occupazione da parte dei cuneesi, nel 1268 Demonte si sottometterà ai provenzali guidati da Carlo d'Angiò e, nel 1347, sarà sottoposta al dominio del Visconti. Il 4 agosto 1376 i demontesi giurarono fedeltà a Franceschino Bolleris signore di Salmour e feudatario di Demonte e della Valle Superiore di Stura, quale vicario reale della regina Giovanna I d'Angiò dopo che il Borgo tornò sotto gli angioini.
La signoria dei Bolleris durerà sino all'arrivo dei Savoia nel 1589. L'ultimo discendente maschio dei Bolleris, dopo l'abbattimento del loro castello nel 1588 da parte dei Savoia, ricomprò il feudo di Demonte proprio dalla casata Sabauda e costruirà, nell'anno 1606 Palazzo Bolleris, oggi Palazzo Borelli. La famiglia proseguirà con il ramo femminile fino al 1828. In seguito il nuovo signore di Demonte sarà il Conte Giacinto Borelli, che acquisterà le proprietà dei Bolleris e fu l'ultimo discendente dei Conti Borelli che lasciò in eredità al comune di Demonte il bellissimo Palazzo nobiliare ed il grande giardino oggi adibito a parco comunale.
Nel 1590 a Demonte si iniziò la costruzione del Forte della Consolata, voluto da Carlo Emanuele. Il 17 agosto 1744, le armate Gallo-ispane, durante l'assedio della città di Cuneo danneggiarono pesantemente la Fortezza della Consolata di Demonte. Il Forte venne ricostruito dai Savoia e verso il 1790 risultava ormai ricostruito. Con l'armistizio di Cherasco nel 1976, i Savoia si videro imporre un accordo di pace pesantissimo, proprio per la loro sconfitta, tra l'altro perdendo la Savoia e la contea di Nizza, nonché la distruzione delle mura di Cuneo e del Forte della Consolata di Demonte.
Demonte anticamente, era chiamata Demons, Demontum, De Montium, Ad Montes, De Monte, il nome di Demonte compare per la prima volta verso la fine del XII secolo. Il toponimo Demonte potrebbe derivare dal nome composto con latina de "dal" e dal sostantivo mons montis "monte" Demons indica la sua collocazione geografica, ai piedi dei monti.
Superato il ponte su torrente Cant o Kant, parcheggio l'auto in Via Martiri e Caduti della Libertà, una bellissima strada porticata. La Via porticata di Demonte è ancora oggi la strada principale del borgo e fino alla metà dell'XIX secolo fu anche la sede del mercato cittadino.
I primi portici risalgono indicativamente all'epoca angioina, come è testimoniato da alcuni capitelli scolpiti. Le ultime costruzioni dei portici sono di inizio XVIII secolo. Infatti in questa Via si possono riconoscere gli stili tardo Romanico-Gotico, Rinascimentale e Barocco. Sotto i portici che conservano per un breve tratto, un soffitto in legno. Molte botteghe poste al piano terreno conservano l'apertura ad arco e molti antichi arredi. Mi colpiscono alcune antiche scritte, che sono insegne e ricordano che in quei locali trovava ospitalità la Regia Pretura di Mandamento, l'Albergo e il Distaccamento dei Vigili del Fuoco di Demonte.
Passeggiare sotto questi lunghi portici sembra respirare un aria antica. Mi attardo a guardare le vetrine dei negozi ma anche a sbirciare al loro interno gli antichi arredi. Subito all'inizia della Via porticata vi è la Chiesa della Misericordia o San Giovanni Decollato. L'attuale Chiesa fu edificata verso il 1600 e fu sede della Confraternita dei Disciplinati Neri dal colore del saio che indossavano. Nel 1640, la Chiesa fu gestita dai frati Cappuccini, giunti a Demonte qualche tempo prima per combattere l'eresia protestante. Infatti i Frati Cappuccini e i confratelli della Confraternita di San Giovanni decollato o della Misericordia si occupavano dell'assistenza morale dei condannati e materiale delle vedove e degli orfani. Poco prima della Chiesa vi è una piccola piazzola detta localmente "della Butteria" che era la piazzetta della forca. La Chiesa ha una semplice struttura "a capanna" della facciata, ampiamente decorata. Queste sono di fine del XIX secolo dalla decorazione che le ha conferito un prospetto neogotico, in cui campeggia l'affresco della Decapitazione di San Giovanni Battista, affiancato lateralmente, nelle due nicchie, dalle figure dei Santi Zaccaria ed Elisabetta, suoi genitori. Un grande rosone centrale è posto sopra della Decapitazione del Battista.
L'interno offre una bella aula unica con due piccole cappelle laterali. Mi colpisce subito una grandiosa e monumentale Macchina d'altare lignea, realizzata nell'anno 1675 e uno stupendo altare ligneo in stile Barocco piemontese sicuramente realizzato da un Minusiere di fama. È presente lo stendardo della Compagnia della Trinità. Questo stendardo, ha raffigurata su un lato la Trinità che incorona la Vergine, due incatenati in primo piano; sull'altro lato è dipinta la Decollazione del Battista. Infatti questa Chiesa ospitò anche l'Ordine della Santissima Trinità. Ma sono molte le opere d'arte presenti come la statua in legno del Cristo morto, opera dell'anno 1726 e posta sulla mensa lignea dell'Altare maggiore. Bella la tela del Battesimo di Gesù; il dipinto con un Santo dell'Ordine Trinitario con la caratteristica Croce rossa sul petto; la statua in legno dorato di Santa Elisabetta d'Ungheria, patrona delle Umiliate; la tela che rappresentante un frate cappuccino in estasi di fronte al Cristo e alla Vergine, ma anche quella che rappresenta lo Sposalizio della Vergine con San Giuseppe e molte altre.
Fa bella mostra di sé, lungo la Via porticata la Torre Civica, di origine molto antica. Con molta probabilità, gli alloggi sottostanti la Torre furono la prima dimora del Casato Bolleris, prima che si trasferissero nel Castello Angioino. La Torre fu la primitiva sede del Municipio di Demonte. Vicino vi è la cosiddetta "casa bassa", un edificio nobiliare che venne donato dall'ultima proprietaria, Contessa Vincenza Domenica De Andreis in Grimaldi, al Comune di Demonte nell'anno 1880. Raggiungo così Palazzo Bolleris/Borelli.
L'inizio della sua costruzione, per volere del nobile Gaspare Bolleris, risale ai primi anni del 1600 ed era posto ai piedi della rocca feudale. L'edificio tra la metà del XVIII e la metà del XIX secolo subì varie modifiche, la più importante fu la creazione di una Galleria detta "di Carlo Alberto" per collegare l'edificio all'attiguo parco, realizzato sull'area un tempo occupata dal Castello. Nel 1828 il Conte Borelli acquista dagli eredi Bolleris il Palazzo, il Palazzetto, i ruderi del castello angioino, la Chiesa di San Bernardo annessa al parco. È in quest'epoca che il Palazzo sarà ammodernato e si costruirà la "manica o galleria" cosiddetta di Carlo Alberto, che unisce il Palazzo ai giardini, e si sistemerà il piano superiore del Palazzetto a dimora che ospiterà il Re Carlo Alberto nei suoi frequenti sopralluoghi ai lavori relativi alla costruzione del Forte di Vinadio. Inoltre trasformerà il sito dell'antico castello, in un bel giardino terrazzato. Nel 1954, l'ultimo dei Borelli, il Conte Guido, lascerà in eredità al Comune di Demonte tutte le proprietà del casato. Successivamente un parte del Palazzo fu venduta negli anni novanta, ad un Istituto di Credito. Furono diversi gli utilizzi del Palazzo, da Convitto Civico, con dormitorio, aule scolastiche ecc.., mentre l'adiacente Palazzetto, fu adibito a collegio, refettorio e cucine. Più recentemente il Comune ha recuperato parte del Palazzo danneggiato negli anni dai diversi adattamenti, adibendo due piani allo "Spazio Lalla Romano" e al Centro culturale polivalente, mentre il Palazzetto viene adibito a Biblioteca Civica.
Quello che oggi si definisce "Palazzo Borelli" è un complesso signorile costituito da due edifici affacciati su Piazza Statuto, Via Martiri e Caduti, Via Parrocchia e Via Archivolto. Il complesso composto da palazzo, palazzetto, comprende il parco realizzato ove esisteva il castello e la chiesa. Lo spazio "Lalla Romano" è dedicato ad una scrittrice nata a Demonte nel 1906 e morta nel 2001 a Milano. La mostra espone scritti, fotografie e ricordi personali che documentano il rapporto che la scrittrice aveva con la Valle e il suo Paese natale. Graziella Romano detta Lalla nacque da una famiglia piemontese di origini ebraiche, fu giornalista per il "Corriere della Sera" e "Il Giorno", ma anche poetessa, aforista e pittrice oltreché scrittrice. Amica di scrittori come Cesare Pavese, Mario Soldati e molti altri, durante la Seconda Guerra Mondiale strinse amicizia con Dante Livio Bianco e prese attivamente parte alla Resistenza, vicina a Giustizia e Libertà. Tra i romanzi di maggior successo ricordo "Le parole tra noi leggere" che gli valse il Premio Strega nel 1969, "In vacanza col buon samaritano" del 1997.
Da Piazza Statuto, un tempo denominata Piazzetta degli Olmi, salgo al parco attraverso una doppia scala. La scala fu costruita dal Municipio dopo la donazione del parco da parte del Conte Borelli al Comune di Demonte. Il parco sorge sull'antico poggio ove sorse dal 1250 circa il Castello angioino. Dopo la completa distruzione nel 1588, da parte dei Savoia, il poggio venne adibito dapprima a Cimitero posto intorno all'antica cappella castrense di Nostra Signora, che fu restaurata e divenne la chiesa cimiteriale dedicata a San Bernardo. Quando la famiglia Borelli recupera l'area, spostando il cimitero, divenendo parco quale un luogo di svago e meditazione. Infatti l'accesso al parco era realizzato attraverso la Galleria Carlo Alberto e dal lato della parrocchiale, alla sola famiglia Borelli. Il Parco è a quattro terrazze, dotato di moltissime varietà di botaniche provenienti da tutto il mondo, ha inoltre diverse fontane. Nel primo ventennio del XIX secolo, il conte Borelli ricostruì un antica torre cilindrica merlata in stile medievale che sorge su un basamento quadrato, riconducibile ad una probabile torre preesistente. Dell'antico Dongione resta qualche tratto di muraglione.
Mi aggiro tra i diversi viali, tra fontane e bei alberi monumentali, all'interno del parco è presente la Ghiacciaia. Questa è una testimonianza della vita di tempi passati, ove vi si conservava il ghiaccio ed immagazzinata la neve. Vi è anche una serra dotata di cinque grandi vetrate presente dai tempi dell'ultima marchesa Crispolti/Borelli. Il parco, ora, è sede di eventi culturali.
Mi soffermo davanti alla Chiesa o Cappella dedicata a San Bernardo. L'antica Cappella del XIV secolo, fu ristrutturata dal Conte Borelli in stile Neogotico nella prima metà dell'Ottocento dotandola di un attiguo ambiente ad uso sacrario per la famiglia. La Cappella ha un impianto a forma rettangolare a navata unica. I fronti esterni sono tutti decorati con motivi pittorici ottocenteschi in stile Neogotico. Al suo interno vi sono degli affreschi e decorazioni che necessitano restauri, tra i quali una scena della vita di San Bernardo. Dalla Chiesa si accede direttamente al sacello della famiglia Borelli anche in questo piccolo ambiente le pareti sono interamente dipinte. Al suo interno sono ospitate anche le spoglie del conte Giacinto Borelli. Costui fu il primo ministro del Re Carlo Alberto quando concesse la Costituzione il 4 marzo 1848.
Scendo nuovamente le scale e mi dirigo verso la chiesa parrocchiale, passo sotto la galleria Carlo Alberto e sul fianco del Palazzetto. Questo edificio risalente al XV secolo fu restaurato e trasformato dal Conte Borelli. Le stanze nobili al primo piano volute dal Conte per realizzare "una foresteria nobile" e che ospitò ripetutamente Re Carlo Alberto, poggiano su una costruzione voltata più antica, probabilmente trune, abitazioni molto rustiche medioevali. Mi si è raccontato all'ufficio turistico, posto al pianterreno di Palazzo Borelli, che al piano nobile del Palazzetto vi sia la "stanza degli uccelli" con un pregevole camino in marmo rosa e la stanza del "pregadio", con una finestra detta matroneo che si affaccia sull'interno della Chiesa della Confraternita di Santa Croce. Sulla facciata della Palazzina ci è affrescato una meridiana. Al piano terreno trova ospitalità "la casa del Maniscalco", un percorso museale riproducente la bottega del maniscalco con l'officina e le stanze in cui viveva. La vicina Chiesa della Confraternita di Santa Croce e di San Sebastiano è aperta, colgo così l'occasione per fare visita. L'edificio risale al XVI secolo, quando fu istituita la l'omonima Confraternita. La facciata della Chiesa, interamente affrescata, è della seconda metà del Settecento e si presenta con una decorazione a finta architettura ravvivando con i suoi disegni e colori il semplice prospetto piatto a capanna, con unica porta d'accesso cui sopra vi è dipinta l'immagine della Santa Croce. L‘ingresso è a navata unica con due cappelle, quella con l'altare del Carmine con una settecentesca statua lignea della Madonna, mentre l'altro altare, quello dei Getsemani, fu realizzato nella seconda metà del Settecento ed accoglie il gruppo ligneo raffigurante Gesù nell'Orto dei Getsemani. La Chiesa conserva altresì interessanti tele, come quella della seconda metà del Seicento, raffigurante la "Sindone sorretta dalla Madonna tra i Santi Giuseppe, Francesco, Francesco di Sales, Antonio da Padova"; due tele rappresentanti "l'Ultima Cena" della seconda metà del Settecento, e "La Madonna con San Rocco e Sant'Antonio abate" della prima metà dell'Ottocento. Vi è anche una bella e settecentesca tela raffigurante "La Pentecoste con lo Spirito Santo e la Madonna tra gli Apostoli". Intorno all'altare della Madonna de Carmine vi sono quattro tele con cornice di stucco, con i Santi Caterina, Simone Stock, Antonio da Padova, l'Arcangelo Raffaele e Tobiolo. Interessante la tela "Humilium Celsitudo" rappresentante la lavanda dei piedi, della metà del Settecento, posta nei pressi dell'ingresso. Sull'ottocentesco altare maggiore vi è la seicentesca pala raffigurante la "Deposizione dalla Croce tra San Rocco e San Sebastiano", dovrebbe essere settecentesco invece il tabernacolo ligneo. Dopo una accurata visita alla chiesa, dove non vi erano fedeli intenti a pregare, mi avvio verso la vicina Chiesa parrocchiale di San Donato. Proprio da questa piccola piazzetta si apre la strada carrozzabile che conduce al parco e alla Chiesa di San Bernardo. Questa Chiesa parrocchiale è già citata in documenti del 1332, ma assunse funzioni di parrocchiale nel corso del XIV secolo. Subì nei secoli molteplici modifiche. Oggi la facciata ottocentesca si presenta a salienti ed è in muratura grezza a mattoni a vista con tre porte d'accesso; sopra le quali vi sono tre ampie finestre a lunettone. È coronata da due gruppi statuari in cemento che rappresentano le Virtù Teologali e i titolari delle tre antiche parrocchie i Santi Donato, Giovanni Battista, Maria Maddalena, le ultime due soppresse a favore della prima.
Il suo interno è a tre navate e presenta diverse opere d'arte come l'affresco della Battaglia di Lepanto dipinto da Giovanni Claret del 1664 circa, due acquasantiere settecentesche, un Crocefisso ligneo del XV secolo. Interessante Altare di Sant'Anna che era di patronato della Famiglia nobiliare dei Bolleris, il cui stemma campeggia nel corpo inferiore dello stesso. Su questo altare vi è una tela, della seconda metà del XVII secolo che rappresenta la Madonna con Bambino, Sant'Anna, San Ludovico da Tolosa e San Pietro. Un altro interessante altare è quello di Sant'Eligio, patrono dei fabbri, maniscalchi e mulattieri. La sua Ancona rappresenta Gesù in croce contemplato da San Costanzo e dal Vescovo Sant'Eligio. Ma tutti gli altari con le proprie tele meriterebbero una sosta più prolungata, anziché uno fugace sguardo. Mi soffermo solo davanti al settecentesco altare maggiore. Sull'altare si erge un novecentesco crocefisso, mentre l'Ancona di San Donato è della prima metà del XIX secolo e raffigura la Madonna col Bambino tra i Santi Giovanni Battista, la Maddalena e San Donato, titolari delle tre antiche Parrocchie. A lato dell'Ancona sono posizionate due tele: la Deposizione dalla Croce e l'Adorazione dei Pastori. La statua lignea di San Donato, situata a lato del presbiterio, è invece del 1762.
Il mio giro per Demonte è ancora molto lungo è pertanto non mi soffermo nemmeno a vedere Il Battistero che ha una vasca in marmo settecentesca e gruppo statuario in stucco con Battesimo di Gesù del secolo XIX.
A chi mi dovesse chiedere informazioni su Demonte, certamente direi di fare una accurata visita alla parrocchiale per poter vedere con calma anche l'Altare di Santo Stefano e San Magno con la tela della "Deposizione di Gesù nelle braccia di Maria tra San Magno e Sant'Isidoro" della prima metà del XVIII secolo. La Cappella del Santo Rosario, la Cappella di San Giuseppe, l'Altare di San Luigi, l'Altare di Santa Lucia, l'Altare del Suffragio e altro ancora.
Passeggio ancora un po' tra le strade del centro storico, fino ad arrivare in Via Carlo Perrier, dove un tempo vi era l'Ospedale con l'annesso Oratorio di San Filippo. Questo è un edificio settecentesco che fu centro di predicazione e scuola per molti ragazzi, in epoca napoleonica fu adibito ad ospedale militare. La sua facciata è a capanna molto semplice, con ingresso unico con sopra un bell'affresco. Completa la facciata una lunetta e sotto i culmine del tetto una finestra quadrata. La Via è intitolata a Carlo Perrier che fu un chimico e uno studioso di mineralogia all'Università di Palermo e famose ricercatore, morì a Genova il 22 maggio 1948. All'angolo di questa Via con Piazza Filippine vi è un Monumento collocato nei pressi dell'Oratorio di San Filippo, dedicato a Roberto Beltritti. Costui, demontese, fu un magistrato che lasciò ai poveri di Demonte tutti i suoi beni. Ormai ho raggiunto Piazza Renzo Spada ove vi è il Monumento ai Caduti di tutte le guerre. Un obelisco, sulla cui alta base sono incise nel marmo tutti i caduti demontesi.
La Piazza è dedicata al partigiano Renzo Spada, e la su memoria mi riporta ai tragici giorni della Seconda Guerra Mondiale, quando nel periodo dell'occupazione tedesca e della Repubblica Sociale Italiana, a Demonte vi trovarono rifugio degli ebrei. I cinque componenti della famiglia ebrea ferrarese dei Tedeschi furono nascosti ed aiutati da Lorenzo Spada che li aiutò a fuggire in Svizzera. Lorenzo Spada, di 26 anni, di professione macellaio, faceva parte della I Divisione G.L., Brigata "Valle Stura", rimase ferito in un conflitto a fuoco, arrestato, torturato, fu impiccato proprio in questa Piazza il 21 agosto 1944, dove fu lasciato appeso per tre giorni. Per il suo impegno di solidarietà nei confronti degli ebrei perseguitati, l'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme gli ha conferito a l'alta onorificenza dei giusti tra le nazioni.
Ormai è ora di tornare all'auto ed iniziare ad andare a visitare alcune delle numerose frazioni di Demonte. Con l'automobile mi inoltro per Via Val D'Arma e dopo pochi chilometri mi trovo immerso tra verdi campi e bei boschi. La strada è stretta e tortuosa, tutta in salita, inizia dall'abitato di Demonte in direzione nord-ovest, culminando con il colle di Valcavera, spartiacque tra la valle Stura, la valle Maira e la valle Grana. La strada asfaltata, lunga una trentina di chilometri, permette di attraversare una serie di tradizionali borgate, Fedio, San Maurizio, Trinità e San Giacomo, che sono quelli che mi sono ripromesso di visitare, ammirando così anche un paesaggio ancora incontaminato dove dominano gli alpeggi per gli allevamenti bovini.
La prima borgata che incontro è Genet, che possiede una piccola ma caratteristica Chiesetta, dedicata a Sant'Anna e San Pietro. La strada passa proprio a ridosso della Chiesetta che ha una facciata con tetto a capanna e un campanile a sezione triangolare. La facciata presenta una sola porta d'accesso affiancata da due finestre rettangolari, sovrapposta da tre bei affreschi; un'altra finestra è posta sotto il colmo del tetto.
Arrivo così a Fedio Cappella posto a 970 metri s.l.m. circa, in questa piccola borgata vi è la Chiesa di san Bartolomeo, recentemente restaurata, su cui sono dipinti con mano non professionale San Magno, San Bartolomeo e Santa Margherita. Sul lato strada invece un più antico affresco, inquadrato in una bella cornice di legno.
La borgata di Fedio comprende diversi gruppo di case che ospitano anche colonie estive, molte seconde case. Io continuo a inerpicarmi fino al Santuario della Madonna del Pino che raggiungo a piedi dopo aver parcheggiato l'auto ai piedi del colle su cui sorge la Chiesa. Secondo documenti seicenteschi questa cappella era anche la residenza di eremiti e sarebbe stata edificata dagli abitanti per chiedere la protezione divina dalla peste. Si tratta di un edificio rettangolare con tetto a capanna, ben conservato, anticipato da un atrio porticato chiuso. Sul retro spicca il suo campanile a guardia della vallata. Conserva una bella settecentesca statua della Vergine in legno dorato, alcuni dipinti e molti ex voto. Uno dei tre dipinti ricorda il miracolo dei compaesani liberati dalle catene. Infatti nel 1744 due abitanti del luogo furono rinchiusi nel Santuario dalle truppe francesi in attesa della fucilazione. La tradizione vuole che furono miracolosamente liberati dalla Madonna.
Da questo colle si gode una splendido panorama su Demonte e sulla valle Stura.
Lascio questo posto, veramente delizioso e rientro sulla strada principale per raggiungere San Maurizio. Poco dopo la Chiesetta di San Bartolomeo, un bivio mi indica la località di San Ponzio, dove c'è una Cappella molto antica, che fu sede di un priorato già citato nel 1169, ma non ho il tempo di andare a vistarlo. Raggiungo, dopo aver percorso una bella strada affiancata da boschi e verdi prati, la borgata di San Maurizio. Una pilone votivo annuncia l'abitato. La piccola borgata ha diverse case in restauro, ivi compreso la chiesa intitolata a San Maurizio. Questa è un grande edificio con tetto a capanna anticipato da un bel portico. Mentre mi aggiro tra e case addobbate con vasi di fiori, scorgo dietro una finestra, nascosta da una tenda in pizzo un'anziana signora che segue i miei passi. Non trovo nessun'altra persona nella borgata se non animali domestici che mi lanciano sguardi incuriositi.
Ripresa l'auto, visto che non ho potuto visitare la Chiesa. continuo la mia strada fino a raggiungere la borgata Trinità. Questa borgata, localmente nota ne vernacolo locale con "i Verra" dal cognome delle antiche famiglie residenti, ora prende i nome dalla Chiesa del 1888 che è dedicata alla SS. Trinità che sorge su una seicentesca cappella. La Chiesa è molto semplice nelle sue fattezze, anticipata da una scalinata che parte dalla strada provinciale e che conduce a un piccolo sagrato. La facciata con tetto a capanna è interamente decorata, ha una sola porta d'accesso affiancata da due finestre. Sopra la porta un oculo ovale, anticipa una finestra a tutto sesto posta sotto il culmine del tetto. Il suo alto campanile, che pare vigilare sulla Valle dell'Arma, è in quattro ordine ed è in cotto. Proseguendo per la mia strada, dopo qualche tornante arrivo in borgata San Giacomo, nei suoi pressi vi è un bacino idroelettrico. Una piccola Cappella con campanile a vela, dedicata a San Giacomo sorge nella frazione. La raggiungo e posso così visitarla; questa è stata ricostruita recentemente dopo la distruzione avvenuta nel 1945, a seguito degli eventi bellici. La sua ricostruzione avvenne nel 1951 ad opera della stessa società che ha edificato l'impianto idroelettrico. La piccola Chiesetta con tetto a capanna è anticipato da un portico a tutto tetto con al suo culmine il campanile a vela; il suo interno è piccolo, pulito, recentemente tinteggiato, conserva un abside semicircolare al cui interno trova spazio l'altare maggiore. Il Borgo è piccolino, immerso in questa splendida vallata tra boschi e verdi prati cosparsi di fiori di mille colori che sembrano dipinti.
Ormai si fa tardi e rientro verso Demonte e voglio raggiungere alcune altre frazioni. Arrivato a Demonte, supero il torrente Stura e dopo pochi chilometri raggiungo la borgata di Perdioni, che si apre intorno alla seicentesca Chiesa di San Giovanni Battista. Questa presenta una semplice facciata intonacata e un campanile a tre ordini. Nei suoi pressi una fontana, utilizzata un tempo con la sua grande vasca sia per abbeverare gli animali che come lavatoio. Il sole fa risplendere i grandi fiori della Rudbeckia fulgida dei Lilium pomponium che compongono belle aiuole. Salgo per una stretta strada immersa nel verde di immensi borghi e raggiungo così la borgata di Bergemolo. Vi arrivo agevolmente ed ad attendermi trovo un magnifico centenario Olmo montano che con la sua chioma frondosa sovrasta la seicentesca Cappella di San Michele, si racconta che l'albero sia stato piantato mentre si costruiva la Chiesetta.
Trovo così delle gentili signore, leggermente attempate, che mi descrivono la pace e la tranquillità che in questo luogo godono durante la loro permanenza nel periodo estivo. Vengo così a conoscenza che nella località Bergemoletto avvenne nel 1755 un tragico evento. Mi raccontano che a marzo di quell'anno quella borgata fu travolta da una valanga che si staccò dal Monte Bourel e che causò la morte di 22 persone, si salvarono solo tre donne e un bimbo che rimasero intrappolati in una stalla, sotto quasi 20 metri di neve, che sopravvissero grazie ai prodotti di alcune galline e capre che erano nella stalla. Anna Maria, Margherita, Anna e il piccolo Antonio di sei anni vengono salvati trentasette giorni dopo, nell'incredulità di tutti.
Purtroppo non posso andarci e non posso così vedere la Cappella di San Rocco edificata nel seicento in occasione di una pestilenza, ma voglio raggiungere Festiona.
Rientro sulla strada provinciale 337, supero Fontan, Ospitalieri, lascio la provinciale e supero Fiandin fino a raggiungo Festiona. Questa è l'unica frazione di Demonte, è molto grande confronto alle altre borgate. All'ingresso del paese trovo la Cappella di Sant'Antonio Abate, la cui tettoia copre parte dell'antica strada d'accesso al paese. Non trovo nessuno in giro per il Borgo, parcheggio nella Piazza adiacente alla Chiesa e inizio ad aggirarmi tra antiche case dai bei cortili. Diverse case hanno degli affreschi sulle facciate e staccionate in legno che recingono le corti. Popolarmente il nome Festiona pare derivi da un personaggio latino Feastus, per altri da Efesto, dio del fuoco, delle fucine e della metallurgia, ma io credo che arrivi dal tardo latino festum, ossia luogo boschivo, visto la sua posizione e i molti boschi che circondano la frazione.
Non mi resta che visitare la chiesa di Santa Margherita, posta al centro del paese e consacrata nella prima metà del XV secolo. Nel Cinquecento, Festiona è ricordata quale covo di eretici, tanto da veder la Chiesa consacrata nuovamente a metà secolo. I padri cappuccini del convento di Demonte la restaurarono nel XVII secolo.
L'edificio che trovo chiuso, presenta un pronao a tre campate, sulla porta d'ingresso vi è un affresco ottocentesco raffigurante la Vergine con il bambino. Il campanile a base quadrata ha una cuspide ottagonale.
Festina è ricordata anche per un tragico evento accaduto il 30 0ttobre 1945, quando un aereo Dakota C-47A partito da Monaco e diretto a Nizza precipitò, per le pessime condizioni meteorologiche, lungo la Costa dell'Arp a 1750 metri. Purtroppo i militari dell'Allied Military Governement of Occupied Territories (AMGOT, in seguito solo AMG) inviati sul luogo del disastro, dovettero riscontrare che i resti dell'aereo furono saccheggiati come i corpi delle vittime.
Lascio questa frazione e passo nelle vicinanze di Rua Sottana, un altra piccola borgata di Demonte prima di riattraversare il ponte sul torrente Stura.
In questa ampia conca, la tradizione vuole che abbia avuto luogo la leggenda dell'apparizione della Croce all'imperatore Costantino, come narrata da Eusebio e Lattanzio e non alle porte di Roma. Costantino al rientro verso Roma dalle Gallie aveva diviso in due il suo esercito, uno passò per la Val Susa, l'altra attraversò il Colle della Maddalena al suo comando, con l'impegno di riunirsi nella pianura padana. Costantino arrivato nella vallata sotto Demonte vi si accampò. Salito sullo sperone di roccia che sovrasta Demonte, ove oggi sorge la Cappella della Madonna di Rounvèl o Romvello, al tramonto vide apparire una nube bianca che si dirigeva verso di lui, sulla stessa erano iscritte le lettere greche X e P intrecciate, ossia il monogramma di Cristo. Intorno a questo monogramma apparve la scritta in greco "En touto nika". Costantino rimase sconvolto da questo messaggio, volle accelerare la marcia su Roma e liberarla da Massenzio. Sceso dal colle, fece inserire sui labari e le insegne con la scritta greca tradotta, ossia "In hoc signo vinces". La leggende più nota vuole che questi avvenimenti accadessero a Roma alla vigilia della battaglia del ponte Milvio.
Raggiungo così la borgata San Marco che prende il nome della seicentesca Cappelletta che sorge lungo la strada statale del Colle della Maddalena. Questa Cappelletta ha un portico in facciata e un campaniletto a vela. La borgata ha diverse case sparse, sia in una conca che verso i rilievi montagnosi; in questa conca vi sono due laghetti, un tempo usati per macerare la canapa. Sulla nascita di questi laghetti vi è una leggenda che narra di un poverello che ivi giunto, bussò alla porta di un palazzo signorile per chiedere un pezzo di pane, ma il ricco signore lo cacciò. Una fantesca, al suo servizio, di nascosto diede un pezzo di pane al poverello. Costui la ringraziò e le disse di lasciare al più presto quel palazzo; infatti poco tempo dopo il palazzo, con il suo giardino, sprofondò e al suo posto ebbero origine i due laghetti.
Nel lasciare Demonte, una piccola deviazione e una sosta devo farla alla borgata Rialto, in questo borgata costituita da diversi gruppi di case, con ampi giardini fioriti, insistono diversi piloni votivi e due cappelle. Raggiungo la prima dedicata a Sant'Anna, questa è ottocentesca con uno slanciato campanile. La Cappella ha un tetto a capanna con una facciata tutta affrescata e una lapide che ricorda i caduti in Russia di Rialpo. L'altra Cappella è invece dedicata a San Lorenzo è seicentesca è ha fattura molto semplice con facciata interamente intonacata.
Ormai la mia visita a Demonte è quasi conclusa, ma non posso lasciarla senza aver acquistato una piccola golosità, il Demontino un tipico formaggio tipico a pasta molle con pasta compatta e fondente in tutte le sue parti, molto gustoso, ideale come fine pasto con un buon bicchiere di vino rosso.
Nell'allontanarmi da Demonte mi sovviene un'altra leggenda che vede però personaggi realmente esistiti. Si racconta che nel periodo natalizio del dicembre 1382 avrebbe avuto luogo a Cuneo, nel palazzo dei signori di Andonno, una grande festa a cui avrebbe partecipato la locale nobiltà, tra cui i fratelli Frailone e Franceschino Bolleris, signori di Demonte. Gli ospiti furono intrattenuti da un giovane giocoliere che Amedea, figlia di Franceschino riconobbe come colui che l'aveva aiutata a scendere da cavallo. Durante il ballo in maschera, il misterioso cavaliere-giocoliere ebbe modo di ballare con Amedea. Il giorno successiva il misterioso spasimante le inviò una missiva in cui il giovane si presentava e dichiarava. Si trattava di Ubaldino Lascaris dei signori di Ventimiglia, ghibellino e pertanto in contrasto con i guelfi Bolleris. I due si innamorarono, ma Amedea era promessa sposa Enrico di San Dalmazzo. La Vigilia di Natale al castello di Demonte si presentò un frate dicendo di dover benedire i due sposi, si trattava in realtà di Ubaldino che rimasto solo con Amedea si rivelò e decisero di fuggire insieme dopo la Messa di Mezzanotte. Dopo la Messa con una scusa Amedea si ritirò nella sua stanza e si travestì da paesana e lasciò furtivamente il castello grazie alla sua fedele dama di compagnia Bettina. Sulla strada li stava attendendo Ubaldino con il suo fedele scudiero che fecero salire le due giovani e fuggirono a cavallo. La leggenda vuole che raggiunta la località Pianche di Vinadio fecero spiccare un pericoloso salto su un alveo profondo scavato nella roccia. I giovani sicuramente iniziarono una nuova vita, di cui non si seppe più nulla, ma gli abitanti di Pianche ricordano quella notte e il salto dei giovani che furono rappresentati come il salto dei Camosci inseguiti dai cacciatori.
Lascio Demonte, questo caratteristico paesino della valle Stura che è veramente uno dei Borghi più affascinanti che ho visitato con suoi caratteristici portici, in cui si respira l'atmosfera di storia antica e che ha saputo unire armoniosamente il forte attaccamento alle antiche tradizioni e la conservazione del lussureggiante verde della sua Valle.