Blog di Dante Paolo Ferraris

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L'armadio

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L'armadioIl tavolo è apparecchiato, il cameriere ha appena posato il quartino di vino rosso sulla tovaglia di carta a scacchi bianchi e rossi. Il pranzo è lauto e la compagnia di Tarin e Massimiliano lo rendono ancor più piacevole. Le chiacchiere mentre si pranza variano dal serioso all'ameno. Ho appena detto a Tarin che devo andare a comprare un letto per la casa in cui spero presto di trasferirmi e subito mi dice di andare a vedere se c'è qualcosa nel suo solaio, nella casa di campagna che mi piace. Ci accordiamo per il mercoledì successivo.
Il viaggio su per le colline tortonesi è piacevole, complice la splendida giornata primaverile. La casa di Tarin è un grande cascinale in un piccolo centro urbano. A rapirmi da subito è lo splendido panorama che si gode da questo balcone sulla pianura tortonese. Si riconoscono molti centri abitati che ci circondano, in primis la massiccia mole del Dongione di Carbonara Scrivia e poco più in là, l'occhio non può rimanere indifferente alla grande statua in bronzo luccicante della Madonna con bambino posta sul culmine della alta torre del Santuario della Madonna della Guardia di Tortona. La casa è arredata con gusto e non sembra abitata solo occasionalmente. Anche il giardino è decisamente curato. Saliamo le scale fino a raggiungere il solaio. Una fioca luce di una lampadina pendolante ci aiuta a non calpestare nulla in questo grande sottotetto. C'è di tutto, proprio come nelle grandi case di campagna di una volta, dove ciò che non si usava più non si gettava ma veniva conservato con cura. Dagli scatoloni di giocattoli, ai vecchi sci, a una serie di mobili, alla comoda della nonna. Trovo rapidamente il letto in ferro che mi piace, è bisognoso di un accurato restauro ma è in ottime condizioni,
Nel chiaroscuro intravedo un armadio, pare osservarmi ma contemporaneamente sembra nascondersi. Mi avvicino, è in legno che definirei povero, non ha particolari decori anzi è assai spoglio. Le porte sono smontare e sono state verniciate di bianco, chissà quanto tempo fa!
Mentre lo guardo pare volermi parlare, mi sembra nella mia testa sentire una vocina che mi chiede, quasi supplica di dargli nuova vita. Mi vuole raccontare la sua storia, quella di un armadio di una famiglia contadina, fatto con assi di legno non pregiato. La famiglia che l'aveva comprato tanti anni fa era assai numerosa e l'armadio doveva contenere l'abbigliamento di tutta la famiglia. Poche cose, il vestito della festa e quello di tutti i giorni per le “fatiche” di casa e della campagna.
Per i bambini i vestiti passavano di mano in mano perché soldi ce n'era pochi e bisognava fare economia. Vuole raccontarmi quante volte è passato da un proprietario all'altro, sempre come eredità, ma anche quante volte è stato partecipe a "Fare San Martino". Questo è un modo di dire usato nel territorio agricolo della pianura padana. Significa "cambiare lavoro e luogo di lavoro" o, in senso più ampio, "traslocare". L'anno lavorativo dei contadini, infatti, terminava agli inizi di novembre, dopo la semina. Qualora il proprietario dei campi e della cascina, non avesse rinnovato il contratto con il contadino, bracciante o mezzadro per l'anno successivo, questi era costretto a trovare un nuovo impiego altrove, presso un'altra cascina. Infatti, un tempo il lavoro era organizzato in modo tale che il contadino abitasse sul luogo di lavoro in un'abitazione messa a disposizione dal padrone del fondo agricolo. La data scelta per il trasloco, per tradizione e per ragioni climatiche - estate di San Martino -, era intorno all'11 novembre, giorno in cui la Chiesa ricorda San Martino di Tours.
Il cambio di lavoro comportava il trasloco per la famiglia del contadino che raccoglieva le poche cose che possedeva e le caricava su un carretto. I più fortunati trainato da un bue o da un asino, in caso contrario spinto con la forza delle braccia del contadino. Non era difficile in quei giorni vedere lunghe file di carri spostarsi da cascina in cascina. La mia immaginazione corre su vecchie foto e antichi dipinti in cui sui carriaggi erano caricate la poche masserizie della famiglia contadine e tra queste l'armadio. L'armadio di Tarin mi dice che ha dovuto convivere con intere famiglie di tarli che lo divoravano, ma erano gli unici suoi amici e che in questo solaio, al buio e all'umidità è stanco di starci, vuole rivedere il sole e scaldarsi vicino al camino. Ha paura di essere bruciato in un falò di vecchia legna. Lo guardo con più attenzione, è smontabile in due parti, unite da antichi ganci. La parte inferiore ha due capienti cassetti, mentre le due ante, assai maltrattate nel tentativo di modernizzarle tinteggiandole non hanno più i loro pomoli. Mi faccio persuadere dalla vocina e Tarin ben volentieri mi regala anche l'armadio, che è ben felice di seguirmi e che con facilità si fa smontare per lasciare quest'angolo di soffitta e ricominciare una nuova vita dopo un lungo restauro.