Blog di Dante Paolo Ferraris

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Il mio Piemonte: Strevi

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StreviLa giornata inizia con i raggi solari che attraversano i vetri della finestra e mi invitano a uscire rapidamente da casa alla scoperta di un altro piccolo borgo.
Coglierò l'occasione per andare a trovare il mio amico Paolo, noto produttore vitivinicolo e a scoprire il borgo di Strevi.
Strevi è un piccolo borgo che sorge alla base, ed alla sommità, di un contrafforte che si affaccia sulla sinistra del fiume Bormida. Lo raggiungo agevolmente e prima di incontrare Paolo voglio fare due passi per i due borghi, quello Superiore ed Inferiore che ne costituiscono il nucleo principale.
Inizio da quello Inferiore che più semplicemente gli Strevesi, lo indicano come di Sotto (Borg ad suta )
Dopo aver parcheggiato l'auto, inizio a scendere delle strette stradine fino a raggiungere il Borgo inferiore, che probabilmente fu il primo agglomerato urbano di Strevi in quanto situato nella zona pianeggiante. Il borgo oggi si presenta con un agglomerato di case, con fattezze rurali e qualche importante palazzo storico con fattezze signorili, costruite intorno all'oratorio dell'Angelo Custode o della Santissima Trinità. Nel borgo inferiore insistono importanti case vitivinicole, la Pro Loco, la stazione ferroviaria e gli impianti sportivi. L'oratorio presenta una facciata senza particolari pregi architettonici, fatto salvo un affresco posto sopra la porta centrale.
La facciata si presenta con un tetto a capanna nella parte centrale e a salienti nelle parti più basse e laterali. La facciata è tripartita e suddivisa in due ordini e tripartite da due leggere lesene. La parte centrale, sopra ad una bella porta d'accesso con piedritti e architravi in granito ha una bella cornice rettangolare entro la quale è affrescato nostro Signore Iddio con il Cristo e la Trinità. Sopra la cornice vi è una grande finestra rettangolare quadrilobata e sopra ad un marcapiano vi è un frontone ove nel suo timpano triangolare vi è realizzata una nicchia contenente una statua.
Le parti laterali alla porta centrale non sono eguali ed omogenee. Un alto zoccolo in pietra corre lungo tutta la facciata. L'oratorio nel XVII secolo fu voluta dal Canonico e Arcidiacono della cattedrale di Acqui Terme, Pietro Paolo Bruni, nella quale è sepolto. Nell'oratorio fu eretta fin dal 1699 la Confraternita della Santissima Trinità, avente lo scopo di ospitare i pellegrini in transito per Strevi e curare gli infermi. Il borgo inferiore conserva pregevoli palazzi, anche nella strada principale via Ugo Pierino come l'antica villa dei Conti Grassi, risalente ai secoli XVI – XVII. Questa strada è dedicata al partigiano Ugo Pierino nato a Strevi il 13/02/1907 appartenente alla divisione Garibaldi Bevilacqua con il nome di battaglia "Piero". Costui fu trucidato dai tedeschi il 02/01/1944 a Bormida in provincia di Savona.
Come di particolare interesse è la stazione ferroviaria, un edificio di notevoli dimensioni, a dimostrazioni di quanto la linea ferroviaria che collegava Alessandria con Savona e Genova, nonché Asti via Acqui Terme, fosse molto trafficata non solo da passeggeri ma anche dal commercio di vino che da sempre, fa questo territorio tra i più rinomati per le eccellenze vitivinicole. La linea ferrovia che transita per Strevi fu tra le prime realizzate nel regno di Sardegna; la prima tratta, da Alessandria ad Acqui Terme, fu assegnata in concessione ad un gruppo bancario, composto dalle famiglie Bolmida e Barbaroux, e la linea fu aperta all'esercizio il 3 gennaio 1858.
Davanti alla stazione ferroviaria si erge il monumento ai caduti di Strevi, in duro granito con un aquila simbolo della vittoria in bronzo sulla sua sommità. Diverse aziende vitivinicole hanno sede nel borgo inferiore, molte di queste assai rinomate.
Mentre mi avvio per la lunga salita che mi conduce al Borg ad sura, ossia di Sopra, ripercorro brevemente il percorso storico di Strevi. Nel borgo di sotto, correva anticamente la strada consolare romana Emilia Scauri, strada che nel I secolo a.C. univa Vado Ligure a Tortona, detta anche della Levata. Racconta lo storico strevese Italo Scovazzi, che il primo agglomerato urbano di Strevi sia quello del borgo inferiore e che risale all'epoca romana e il suo nome derivi da "Septemviri" (che era un importante collegio sacerdotale romano). Più romantica e popolare invece è la tesi, sicuramente meno attendibile, settecentesca del poeta tedesco Hans Bart, il quale riteneva che il paese fosse stato fondato da sette fratelli amanti del vino da cui "Septem Ebrii", da contrapporsi a quello di un borgo non molto distante di Trisobbio, la cui leggenda sul toponimo, vuole che Trisobbio sia stato fondato da tre famiglie di uomini sobri, fratelli di sette uomini ebbri, fondatori di Strevi, da cui Tres sobri.
In ogni caso, la prima citazione ufficiale di Strevi "Septevro" la troviamo sull'atto di fondazione dell'Abbazia di San Quintino di Spigno M.to del 991, quale donazione al monastero da parte del marchese Anselmo. Fino al XII secolo, Strevi rimane sotto la giurisdizione dei vescovi-conti di Acqui. Verso la fine del XII secolo passa parzialmente sotto la giurisdizione del Comune di Acqui in funzione antialessandrina. Il borgo viene venduto al comune di Alessandria dal vescovo di Acqui, Ugo Tornielli. Ma già intorno al 1260 il vescovo Alberto Sivoleto riconquista militarmente il borgo di Strevi. Dopo alterne vicende con il comune di Alessandria e il marchesato del Monferrato, il territorio di Strevi nel 1334 passa sotto la giurisdizione del marchese Teodoro Paleologo del Monferrato. A sua volta infeudato ai Della Rocchetta e poi ai Valperga. Estintasi la dinastia dei Paleologi, passa sotto il dominio dei Gonzaga. Nel febbraio del 1600 il duca Vincenzo vende il feudo al patrizio genovese Gerolomo Serra col titolo marchionale.
Durante le guerre di successione che coinvolgono l'Italia per tutto il Seicento, anche Strevi non passa indenne, subendo razzie e occupazioni. Con la fine della guerra, i domini dei Gonzaga del Monferrato passano ai Savoia.
Ancora nel 1719, il marchese Giuseppe Serra vende il feudo al nobile astigiano Angelo Carlo Isnardi-De Castello, marchese di Caraglio. Successivamente passa al marchese Guido Francesco Briandate di San Giorgio. Morto costui per mancanza di eredi, Strevi è infeudato a nel 1785 al duca Francesco Stefano Da Silva-Tarauka. Durante il periodo dell'occupazione francese è nota l'insurrezione degli strevesi, passata alla storia come l'Insorgenza. Nel 1799 per gli invasori d'Oltralpe, Strevi fu uno dei principali centri della resistenza: gli strevesi, guidati dal Dott Fabrizio Porta, assieme a degli abitanti di Rivalta Bormida e Visone guerreggiarono contro i francesi che si ritirarono ad Acqui. Gli strevesi, inoltre conquistarono temporaneamente Acqui e presero in ostaggio il Vescovo filofrancese. Entusiasti della loro facile vittoria, procedettero alla volta di Alessandria per cacciare i francesi, ma la ribellione fu però soffocata nel sangue, mettendo a fuoco le case del borgo di sotto dopo essere stato saccheggiato.
L'arroccamento della popolazione dell'odierno Borgo Superiore pare sia dovuto a motivi di sicurezza, soprattutto quando gli fu costruito il castello. Nel periodo delle lotte tra le Diocesi di Alessandria e di Acqui, il borgo di Strevi, godette di una certa autonomia, reggendosi con un governo consolare che si trasformò in Comune intorno al 1259, epoca in cui venne anche edificato il "castrum".
Raggiungo cosi il Borgo Superiore, dopo aver superato la ripida salita che costeggia le antiche mura del castello e superato l'ingresso con l'antica porta d'accesso al borgo. Sulla porta un tempo correva un corridoio che univa il castello alla chiesa parrocchiale. Della cinta muraria del XV secolo si conservano solo due torri e il ponte tardo-medievale che attraversa il fossato difensivo a sud del borgo antico.
Su piazza Matteotti, antistante il castello dei Serra, e la chiesa parrocchiale, si prospettano anche belle case gentilizie, mentre da un lato si apre un profondo strapiombo, dove sul fondo scorre il rio Crosio che corre anche nel borgo inferiore

Il Castello, molto rimaneggiato nel corso dei secoli e ora sede municipale; le tracce del castello medioevale sono visibili soprattutto nelle cantine, recentemente restaurate ed adibite a museo-enoteca, e nella base di una torre quadrangolare risalente al Seicento. In origine il Castello aveva quattro torri angolari di cui rimangono i resti sul lato nord. Grazie al mio amico Paolo che mi attende, posso visitare sia le stanze di quello che un tempo era il castello, che e le sue cantine.
Salito il grande scalone mi ritrovo nell'elegante Sala del Consiglio dove è conservato il monumentale camino in pietra fatto realizzare dai Conti Valperga e recante 5 stemmi scolpiti. Gli stemmi fanno riferimento alle famiglie imparentate con i Valperga, ossia Scarampi, Montegni, Giaroli, Carpi e Caretto. Bellissimi anche gli uffici del Sindaco, accuratamente affrescati con belle sovraporte dipinte con immagini floreali e paesaggi. L'edificio conserva un libro figurato del catasto del 1756, la patente di concessione del mercato a firma del Duca di Mantova e del Monferrato, Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers, Carlo III, firmata il 28 agosto 1698, nonché antiche carte catastali salvatesi dall'incendio francese. Posso immaginare quali illustri personaggi frequentarono queste sale, sicuramente anche Giovanni Grassi, illustre giureconsulto e consigliere del marchese del Monferrato Guglielmo VIII tra il 1473 e il 1486, forse lo stesso dei conti Grassi, famiglia che si trasferì a Strevi a metà del Cinquecento e che edificarono la bella casa signorile del borgo inferiore.
Le cantine, recentemente restaurate, conservano una piccola ma interessante mostra sul prodotto più importante di Strevi, il Moscato. Infatti nelle vetrinette sono esposte non solo bottiglie di vino Moscato, Vermouth, Bracchetto e Barbera di antiche e attuali aziende vitivinicole, ma anche stampi per etichette, per botti, campionari di vino in mignon utilizzati dai vignaioli per far conoscere i propri prodotti ai diversi commercianti, nonché moltissimi strumenti per il controllo della vinificazione. Ma la cosa che mi affascina sono le bottiglie di Vermuth che venivano prodotte con il miglior Moscato di Strevi. Addirittura su un etichetta si celebra l'arrivo della ferrovia a Strevi e siamo nel 1858, favorendo così anche la maggior commercializzazione del vino ivi prodotto e portando il nome di Strevi in tutte le maggiori città. Uscendo incontriamo Ebe, una gentile signora che si occupa della biblioteca comunale, ho così modo di apprendere diverse informazioni su diversi personaggi strevesi e sulle loro attività e residenze. Dopo questa interessante visita e goduto dello splendido panorama che si gode dal grande loggiato del palazzo comunale mi reco a visitare l'adiacente chiesa parrocchiale.
Accompagnato da Paolo e dal Parroco, entro nella chiesa parrocchiale dedicata al culto di san Michele Arcangelo, un tempo inserita nella cinta muraria voluta dai Marchesi di Monferrato e che ne incorpora parzialmente un torrione, ora abside dell'edificio religioso. La chiesa risale, nella sua parte più antica al XV secolo ed è stata radicalmente trasformata nella seconda metà del XVIII in forma barocca dall'architetto Caselli, mentre il campanile è in stile romanico soprattutto nella parte inferiore.
La facciata della chiesa è in stile rococò-neoclassico in laterizio a vista, suddivisa in due ordini e tripartita da leggere lesene. Sulle porte laterali sono collocati due immagini raffiguranti Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II entrambi santificati, mentre sulla porta principale, in una lunetta vi è un iscrizione incorniciata da un bell'arco in laterizio. Sul marcapiano tra i due ordini un frontone con apertura e spioventi spezzati, tra i quali vi è la riproduzione di san Michele Arcangelo che uccide i drago simbolo del demonio. Chiude l'edificio un frontone con timpano triangolare, sempre in laterizio.
Il suo interno è a navata unica e posso così ammirare i pregevoli affreschi eseguiti sulle volte nella seconda metà del XIX secolo dal pittore Ivaldi da Ponzone, detto il "Muto". Nell'abside, dietro l'altare maggiore, è conservata una bella riproduzione del San Michele Arcangelo attribuita a Guido Reni e alcuni statue lignee del Cristo del XV e XVI secolo.
Con il parroco riesco ad vedere la bella sagrestia con i suoi antichi e massicci mobili lignei e gli arredi sacri, nonché il retrostante e degradante parco, che necessita una sicura sistemazione e sul quale insiste una bella scala a forbice che un tempo collegava i due borghi. Sicuramente questa chiesa fu frequentata dall'insigne Giuseppe Taragni o Terragni, teologo e predicatore domenicano, ma anche Giambattista Accusani, di nobile famiglia acquese, che fu Pro Vicario Generale della diocesi di Mondovi e fu anche vescovo di Vigevano dal 1830 al 1843.
Uscito dalla chiesa, tra la Parrocchia e palazzo Cassinelli vi è un ampia area, un tempo occupata dall'oratorio dell'Annunziata, sede della Confraternita dei Battuti, purtroppo demolita nel 1962. Sul lato della chiesa e stato recentemente restaurato un orologio solare settecentesco. Sulla piazza Matteotti, antistante la chiesa parrocchiale e il municipio sì affaccia anche il bel palazzo detto della Cavallerizza perché un tempo adibito a stalle del castello.
Con Paolo percorro via Seghini Strambi, strada principale di Strevi. Su questa via si affacciano piccole botteghe artigiane e di alimentari e importanti palazzi con magnifici portali in pietra che indicano come il piccolo borgo fosse un luogo privilegiato dalle famiglie patrizie. Ad esempio subito dall'inizio, vi è Casa Cassinelli, ma trovo anche il bel portale di Casa Ugo, o casa Pedrazzi, antica famiglia nobiliare genovese con il suo bel portale scolpito. Altrettanto interessante è il settecentesco portale di Casa Pellati, prima Seghino Strambi. Questa casa ha anche una Cappella dedicata a San Giuseppe che si affaccia sulla strada. La famiglia Seghino Strambi a cui è dedicata la via principale del borgo superiore, ricorda soprattutto Giovanna Strambi vedova Seghini che morì nel 1872 e lasciò, attraverso il suo testamento, alla Congregazione di Carità di Strevi i soldi necessari per costruire un ospedale per i poveri infermi. Gli Strambi erano originari di San Salvatore Monferrato, il fratello di Giovanna fu padre passionista. Costui, Vincenzo Maria Strambi divenne vescovo di Macerata. Il marito di Giovanna, Ottavio Seghini, era appartenente ad un illustra famiglia acquese, particolarmente distintasi nel Settecento, fu anche Sindaco di Strevi.
Raggiungo così anche via Francesco Balduzzi, dove su un antico edificio detto Casa Robecchi, nel tempo rimaneggiato è rimasta una bella finestra tardo gotica del XV secolo, o meglio vi è una brutta finestra con persiane in legno incorniciata con il bell'ornato realizzato da antiche formelle in terracotta con temi vendemmiali. Questa tipologia di formelle, costituiscono uno degli elementi connotanti dell'architettura tardo gotica, realizzate a stampo in modo seriale, erano tipiche delle residenze signorili o nobili e degli edifici religiose. Questa strada intitolata a Francesco Balduzzi ricorda il notaio che lascio con la sua morte nel 1842, per testamento una cospicua elargizione per fondare un Opera Pia, con dote annua a tre giovani e indigenti ragazze. Inoltre fondò il Monte di Pietà e il Monte Granatico. Nel borgo superiore sono interessanti anche le case degli Accusani, Toselli e Braggio. Mentre cammino per l'antico borgo, dove i muri sbrecciati dal tempo sono accompagnati da deliziosi angoli fioriti, sia dai giardini che sulle finestre, mi domando quale possa essere stata la casa che diede i natali a Manfredo Bono o Bonello da Strevi, nato nel XV secolo e che fu un importante tipografo a Venezia. Costui mise stampò le Favole di Esopo nel 1492, ma anche i Fioretti di San Francesco nel 1497 e molto altro. Un altro personaggio strevese illustre fu Fabrizio Porta natovi nel 1745; costui fu un medico che si mise a capo della insorgenza antifrancese scoppiata a Strevi nel 1799. Il Porta fu arrestato per ordine dell'Aiutante Generale Flavigny e fucilato ad Alessandria il 29 febbraio 1799. Invece Paolo mi ricorda che è strevese anche Italo Scovazzi. Costui, laureato in lettere nel 1913 a Torino e poi a Berlino; dopo la prima guerra mondiale insegno a Savona dove risedette per tutta la vita ma mai dimenticando il suo paese d'origine a cui dedicò molte delle suoi saggi storici.
Raggiungiamo cosi piazza Vittorio Emanuele II, dove dal bel ponte tardo medioevale, posso ammirare l'antico fossato difensivo con i muraglioni, bastionati.
Un tempo al posto dell'attuale ponte c'era una torre con porta dì accesso al borgo con ponte levatoio.
All'angolo con via Cesare Battisti fa bella mostra di se la chiesetta dedicata a San Sebastiano. Questa chiesa ha una struttura semplice con tetto a capanna, un solo ingresso sormontata da un unica finestra a lunetta che un tempo era un oculo. Un piccolo campanile è posto sul tetto nella parte anteriore destra dell'edificio. La posizione dell'edificio religioso ci ricorda che l'antico borgo aveva qui inizio, in quanto generalmente le costruzioni religiose dedicate a San Sebastiano, ma anche a San Rocco venivano edificate presso le vie d'accesso ai paesi, affinché grazie all'intercessione del santo le epidemie di peste non raggiungesse il centro abitato. Infatti questo edificio fu eretto nel 1600 a baluardo e difesa dalla peste di manzoniana memoria.
Sul lato opposto, prendendo via San Rocco e costeggiato le mura di un importante casa vitivinicola, raggiungiamo la chiesetta di San Rocco, eretta anch'essa a difesa di una pestilenza e fu altresì luogo di un lazzaretto. Questa chiesa presenta la facciata con mattoni a vista, il campanile è posto anteriormente. La chiesetta a navata unica ha una sola porta d'accesso, affiancata da due finestre munite di grate. Sopra il portale una lunetta con ai fianchi due dipinti uno raffigurante San Rocco e l'altro l'Arcangelo Michele. Per visitare il resto del borgo dobbiamo prendere l'auto e sempre accompagnato da Paolo dapprima mi dirigo verso la piccola Cappelletta di Pineto, eretta nel 1902 in onore di Santa Maria Ausiliatrice. Questa semplice chiesetta è posta in una felice posizione, al culmine di una collina, dalla quale l'occhio può spaziare all'infinito su un mare di vigne, i cui pali sembrano tanti soldatini in marcia. Paolo mi conduce poi, in Valle Bagnario dove ad attenderci c'è Giampaolo. Questa particolare vallata, dai dolci rilievi, con piccoli boschetti che ne conservano le biodiversità, è particolarmente vocata per la coltivazione del Moscato, tanto che un tempo la valle veniva chiamata "Valle degli Sceicchi", proprio grazie alla elevata qualità delle uve che rendevano pregiato il suo prodotto. Raggiunta la cascina di Gianpaolo siamo accolti come vecchi amici. Se Paolo è un uomo robusto con baffi e barba sempre ben curati, uomo di solide tradizioni e cultore della storia del suo paese ed ottimo viticoltore, Giampaolo è invece più minuto, con un volto abbronzato dal sole del lavoro in vigna; anch'esso ha un accenno di barba e baffi. Giampaolo mi fa visitare il suo piccolo museo di attrezzi contadini, sopratutto rivolti alla coltivazione della vigna e alla produzione del vino. Un vero scrigno di storia contadina di famiglia, visita sicuramente utile per le nuove generazione. Proseguo visitando la cantina, ove riposa quel nettare che è il Passito di Moscato. Ho così modo di sentire da uno dei migliori esperti produttori di Passito di Moscato, come avviene la sua produzione. Intanto vengo a scoprire che documenti storici vedono questa valle coltivata a vigna già nel 1078 e che i suoi vini erano particolarmente apprezzati anche dal Duca di Mantova e del Monferrato. Tra i vini vocati su questo territorio, oltre al Moscato è coltivato e prodotto il vino Bracchetto, il Dolcetto d'Acqui, il passito di Brachetto e l'Albarossa. Ma la mia attenzione è rivolta a questo vino passito che Giampaolo mi offre versato in un calice. Dopo il primo sorso Moscato Passito, con questo colore giallo dorato, mi dona un gusto al palato semplicemente fantastico e che al naso regala sentori incredibili di fiori, frutta e miele di castagno, comprendo così perché sia definito il nettare degli Dei. Giampaolo prosegue tra una degustazione e un'altra, la storia della sua azienda " Bagnario" che inizia a metà del 1500 fondata dalla famiglia Ivaldi. Oggi l'azienda continua la tradizione di famiglia e fiore all'occhiello dell'azienda è lo Strevi passito DOC "ELIODORO", presidio slow food dal 2000. Per produrre il Moscato Passivo di Strevi, come un artista Giampaolo mi racconta che si usa raccogliere i migliori grappoli di uve Moscato, selezionando quelli più piccoli, sani e spargoli e mai quelli di punta del tralcio. Una volta raccolti vengono posti su graticci e viene lasciato passire al sole o in fruttaia coperta, che per Giampaolo è il terrazzo sopra casa. Al sole di giorno e coperti da teloni, la notte. I grappoli e gli acini sono costantemente controllati e quelli che presentano muffe vengono eliminati. In poco tempo l'uva perde molto peso, ispessendosi la buccia dell'acino. Successivamente l'uva viene torchiata e pressata e poi viene lasciato fermentare le con bucce, eliminando i raspi, per un lungo tempo in botte, anche per un anno. Successivamente viene imbottigliato in piccole bottiglie da 375 o 500 cc, dove si affina ancora per diverso tempo. Giampaolo afferma che per un Moscato Passivo longevo, questo deve maturare dai 4 ai 7 anni per essere considerato un vino da meditazione. Il maestro di cantina ci conduce, in quello che definirei "sancta sanctorum" della cantina; un luogo protetto e isolato in cui conserva la storia del vino di produzione famigliare con tutte le storiche etichette. Mi mostra singolarmente le bottiglie e mi racconta la sua appassionante storia di tutte le bottiglie che vi conserva, soprattutto quelle legate al Moscato passito di valle Bagnaria.
Dopo la visita a questa cantina, luogo meraviglioso, dove le fila di bottiglie sono conosciute quasi per nome da Giampaolo e dove mi racconta che i primi vini ad essere vinificati come passiti nella sua cantina, furono i Brachetti ai primi dell'Ottocento dagli avi di Giampaolo, mentre il Passito di Moscato più vecchio è datato 1864 anno di nascita del bisnonno Luigi. È ora di lasciare e ringraziare Giampaolo e continuare la nostra visita per Strevi. Raggiungiamo così la chiesa della Riverenza, in via Giulio Segre, posta nei pressi del cimitero lungo l'antica via Emilia. Questa chiesa detta anche della Madonna della Neve, risalente al XIII secolo, aveva un tempo annesso un portico utilizzato per ospitare i pellegrini. Si presenta a navata unica, con facciata a capanna, con una sola porta d'accesso, priva di finestre in facciata. L'edificio è ben conservato ed interamente intonacato. Mentre ci rechiamo a casa di Paolo per una sosta in cantina, mi racconta di alcuni personaggi importanti che hanno avuto a che fare con Strevi come Giulio Segre, che fu un importante benefattore per Strevi o Grua Gino o Luigi che vi era nato il 28 febbraio 1926 e che fu partigiano garibaldino "detto Bozambo". Costui cadde all'età di 18 anni durante uno scontro con la divisione San Marco. Ma ricorda anche Francesco Pellati, natovi nel 1882 e morto a Follonica nel 1967. Quest'ultimo fu per molti anni ispettore superiore delle Antichità e Belle Arti, ispettore generale del Ministero dell'Educazione nazionale, direttore del "Bollettino d'arte" edito dal Ministero fino al 1937. Il Pellati rappresentò l'Italia nell'Office International des Musées presso la Società delle Nazioni e fu considerato un importante ricercatore su Vitruvio, scrittore del I° secolo a.C. Ma diversi furono i partigiani di Strevi morti e feriti per mano nazifascista, come Caldano Osvaldo che fu catturato e portato in Alessandria e fucilato insieme ad altri partigiani il 31 gennaio 1945 lungo la strada che da Alessandria conduce a Casalbagliano.
Anche la cantina di Paolo, con le sue botti che conservano deliziosi vini, è tutta da scoprire, Freisa, Dolcetto, Barbera, Bracchetto, l'immancabile Moscato. Sono tutti eccezionali, vinificati con l'amore di chi ha fatto della coltivazione della vigna e la trasformazione dei suoi prodotti più che una passione. Seduti intorno ad un tavolo, già con il bicchiere in mano, Paolo inizia a raccontarmi la storia delle grandi case vitivinicole che hanno fatto la storia di Strevi negli ultimi due secoli, alcune case ci sono ancora, altre ormai sono scomparse. Come le cantine Brovia, le cantine Bruzzone fondata nel 1860 che produceva Moscato Champagne e importanti vini rossi. Questa azienda poteva vantare tra i suoi clienti lo Stato del Vaticato. Azienda quest'ultima, che dal 1979 appartiene al gruppo americano Banfi e attualmente opera sul mercato con il marchio "Vigne Regali". La cantina Balbi, ottenne il diritto di utilizzare lo stemma reale da parte della Regina Madre Margherita di Savoia che di Re Vittorio Emanuele III. Infatti servì il Quirinale a Roma con il proprio Spumante, per il pranzo in onore ai reali del Belgio e di tutti i matrimoni reali ed i grandi eventi del Regno. Paolo mi racconta che il poeta romano Trilussa, pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri, fu ospite nel settembre 1917 a Strevi dal cavalier Balbi, titolare dell'omonima casa vitivinicola. Trilussa, affascinato dal paesaggio volle ricordare con una poesia "Voci Lontane" il dramma della guerra in corso facendo un accorato invito a non dimenticare chi sta combattendo.
Quanno è calato er sole
Risento le parole
D'un canto che si perde
Ne la campagna verde.
Arassomija a un coro,
a un coro de giganti
che camminano avanti
abbracciati tra loro.
La cantilena pare
Che venga da la terra,
che venga su dar mare.
Nun ve scordate – dice -
De chi combatte e more
Sul campo de l'onore.
Sperate con chi spera,
pensate con chi pensa…
la bella cantilena
se perde ne la sera.

La cantina Balbi fondata nel 1895 fu acquistata negli anni '50 del secolo scorso dalla famiglia Mariscotti, titolari della Cantina del Moscato. Ebe, durante le nostre chiacchierate mi ha detto che anche Ada Balbi partecipò attivamente alla resistenza, come partigiana staffetta, inquadrata nella brigata Candida.
Ma anche la cantina Marenco, che ancora oggi ha un ottimo elenco di produzioni vitivinicole e poi tante altre cantine minori come quelle di Giampaolo o di Paolo sono tra le aziende più rinomate per la qualità dei suoi prodotti.
Tra gli eleganti vini dai mille profumi, Paolo mi presenta un vino particolare, il Carica l'Asino, un vitigno bianco autoctono che stava scomparendo ma che è riuscito a salvare, Il carica l'Asino per troppo tempo fu definito la Barbera bianca, snaturando di fatto una varietà d'uva. Infatti è un vino limpido di colore giallo paglierino dal profumo fresco e fruttato e con un gusto leggero, perfettamente acidulo e sapido.
Ma Strevi non è solo Vino, infatti ha almeno dodici prodotti rigorosamente De.Co – denominazione comunale d'origine, tra cui la produzione artigianale di amaretti, biscotti e torte alla nocciola ma anche il torrone e il famoso zabaione al moscato. Lascio il mio amico Paolo dopo aver passato una splendida giornata e sulla strada del ritorno verso casa mi soffermo dapprima ad ammirare la bella villa liberty Mariscotti, già villa Balbi. Ancora una sosta a vedere la cinquecentesca villa, residenza estiva dei vescovi di Acqui Terme, ricavata da un antico convento del XIV secolo, che fu altresì adibita una residenza per anziani. La gente del posto, fino a pochi anni fa la chiamava il convento. L'edificio ha annesso una graziosa semplice chiesa con tetto a capanna, dedicata a Santa Maria degli Angeli, già presente nel Cinquecento ed era un tempo officiata dai frati minori osservanti. Questo edificio fu poi modificato nel XIX secolo.
Lascio il borgo di Strevi e dalla strada statale, guardo in mezzo ai campi, isolata e un po' abbandonata quasi allo stato di rudere, in località Alvaretta, la Torre daziaria medievale dell'Alvaretta, un significativo esempio di struttura rurale turrita finalizzata al pagamento del dazio.
Anche oggi ho scoperto un altro pezzo del Monferrato, un altro scrigno colmo di storia e tradizioni che spero non vadano perse.