Blog di Dante Paolo Ferraris

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Pillole di storia: Fiume e Gabriele D'Annunzio

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Gabriele D'AnnunzioIl 18 gennaio 1919 nella reggia di Versailles si aprì la conferenza di pace tra le potenze vincitrici della prima guerra mondiale. La posizione dell'Italia era particolarmente delicata e causò aspri contrasti. Infatti secondo il patto di Londra l'Italia avrebbe dovuto ottenere la Dalmazia lasciando la città di Fiume agli austro-ungarici. Inoltre il nuovo Stato jugoslavo rivendicò la regione dalmata abitata prevalentemente da Slavi, in nome del principio di nazionalità.
Il Patto di Londra conosciuto anche come "Trattato di Londra" fu un accordo segreto firmato il 26 aprile 1915, stipulato tra il governo italiano, nonostante già impegnato nella Triplice alleanza (stipulato nel 1882 da Germania, Austria-Ungheria e Italia) e i rappresentanti della Triplice Intesa, con i quali l'Italia si impegnò a scendere in guerra contro gli Imperi centrali durante la prima guerra mondiale. Il patto fu firmato contro le potenze della Triplice alleanza della quale l'Italia faceva ancora formalmente parte, patto che l'Austria aveva violato tenendo all'oscuro l'Italia delle sue intenzioni di attaccare la Serbia e scatenare la prima guerra mondiale. Il patto della triplice Alleanza era infatti un patto militare difensivo.
Fu così che, quando l'Austria e la Germania dichiararono guerra alla Serbia, l'Italia rimase al di fuori del conflitto basandosi sulla natura difensiva della Triplice Alleanza che non impegnava gli stati membri nel caso di una iniziativa aggressiva. l'Italia giocò così un ruolo importante se non decisivo sull'esito del conflitto; il governo intavolò una serie di trattative con i partner della Triplice Alleanza, nonché segretamente con i membri dell'Intesa, per stabilire i compensi per l'intervento italiano nella guerra o per il mantenimento del suo stato di non belligeranza. Gli incrementi territoriali ai quali l'Italia era interessata riguardavano soprattutto l'Austria-Ungheria, e che questo impero era restio a fare concessioni a proprie spese.
Il patto, composto da 16 articoli, prevedeva che l'Italia entrasse in guerra al fianco dell'Intesa entro un mese. In cambio, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto il Tirolo meridionale ossia il Trentino e Alto Adige fino al Brennero, Trieste, le contee di Gorizia e Gradisca ossia il Venezia Giulia, dell'intera Istria sino al Quarnaro, comprese Volosca e le isole di Chierso, Lussino, Plavnik, Unie, Canidole, Palazzuoli, San Pietro di Nembi, Asinello, Grnca e gli isolotti limitrofi, nonché la Dalmazia, isole circostanti comprese, Valona, l'isola di Sasseno con l'entroterra necessario alla difesa. Ancora il bacino carbonifero di Adalia in Turchia, oltre alla conferma della sovranità su Libia e Dodecaneso. In caso di spartizione delle colonie tedesche in Africa, l'Italia avrebbe avuto compensi territoriali in Libia, Eritrea e Somalia.
L'articolo 16 affermava: "Questo accordo verrà mantenuto segreto. L'adesione dell'Italia alla dichiarazione del 5 settembre 1914 dovrà essere resa pubblica solo subito dopo che venga dichiarata guerra da o contro l'Italia. Il trattato di Londra fu stipulato a Londra il 26 aprile 1915 e firmato dal marchese Guglielmo Imperiali di Francavilla, ambasciatore a Londra in rappresentanza del governo italiano, Sir Edward Grey per il Regno Unito, Pierre-Paul Cambon per la Francia e dal conte Alexander Benckendorff per l'Impero russo. Il trattato fu firmato in tutta segretezza per incarico del governo Salandra senza che il Parlamento, in maggioranza neutralista, ne fosse informato, e segreto rimase finché i bolscevichi, giunti al potere in Russia dopo la Rivoluzione d'Ottobre, lo pubblicarono sul quotidiano Izvestija insieme ad altri documenti diplomatici segreti allo scopo di denunciare le trame della politica estera zarista.
Per evitare la crisi istituzionale, considerando la posizione favorevole alla guerra del Re Vittorio Emanuele III, il parlamento approvò, col voto contrario dei soli socialisti, la concessione dei pieni poteri al governo, che la sera del 23 maggio dichiarava guerra all'Impero austro-ungarico. Il governo italiano durante la conferenza di pace Versailles pretese con forza il patto di Londra, ma contemporaneamente, proprio in base al principio di nazionalità, cercò di ottenere anche l'annessione di Fiume, città abitata in prevalenza da italiani. Gli alleati contrastarono queste prese di posizione. Fu particolarmente intransigente il presidente americano Woodrow Wilson che non era vincolato da nessun patto.
Il 24 aprile la delegazione italiana guidata dal presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando e dal ministro degli Esteri Sidney Sonnino lasciarono la riunione per protestare contro l'arroganza del leader americano che voleva favorire in tutti i modi la formazione del nuovo Stato jugoslavo. Wilson si rivolse direttamente agli italiani facendo pubblicare un appello per sostenere la soluzione proposta dagli Americani e contemporaneamente minacciando altrimenti di far cadere l'intero Patto di Londra. In Italia vi furono grandi manifestazioni di piazza e un'accesa campagna stampa su quello che si diceva essere una "vittoria mutilata", come l'aveva definita Gabriele D'annunzio.
Il 29 maggio la delegazione italiana fu costretta a ritornare al tavolo del negoziato per non rischiare di perdere anche quel poco che le spettava. Il governo Orlando si dimise anche perché logorato da trattative inconcludenti e a metà giugno e fu eletto presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. un economista di orientamento liberale democratico. Nitti dovette affrontare il malcontento dell'opinione pubblica borghese che fu rappresentato dalle sempre più frequenti manifestazioni dei nazionalisti e dagli atteggiamenti provocatori di Gabriele D'Annunzio.
Il 10 settembre seguente Nitti sottoscrisse il trattato di Saint-Germain, che definiva i confini italo-austriaci ossia il confine del Brennero, ma non quelli orientali. In quanto le potenze alleate avevano costituito regno dei Serbi, Croati e Sloveni che nel 1929 avrebbe assunto il nome di Jugoslavia. In questo contesto storico D'Annunzio fu l'artefice di un impresa clamorosa: l'occupazione della città di Fiume nel settembre 1919. Il governo fu accusato di incapacità nel tutelare gli interessi nazionali e dopo una prima reazione, si limitò a deplorare a parole l'impresa e fece assai poco per contrastare D'Annunzio.
Il tema della vittoria mutilata conobbe larga fortuna nel nazionalismo italiano dopo la Prima guerra mondiale. Questo mito negativo risuonò, già prima della fine del conflitto, nella lirica dannunziana Preghiera di Sernaglia: «Vittoria nostra, non sarai mutilata. Nessuno può frangerti i ginocchi né tarparti le penne». Il concetto fu ripreso con enfasi dalla pubblicistica postbellica, suggestionata dalla vista di tanti reduci menomati e dalla preoccupazione, anche dalla classe politica, che i sacrifici fatti dagli italiani e le gravi perdite subite non sarebbero stati ripagati una volta cessate le ostilità. L'immagine della "Vittoria mutilata" ebbe una presa immediata nella opinione pubblica colpendo la fantasia e i sentimenti di una popolazione traumatizzata.
D'Annunzio continuo continuò ad insistere anche attraverso la Lettera ai Dalmati, pubblicata il 15 gennaio 1919 sul giornale il "Popolo d'Italia", diretto da Benito Mussolini. Nella lettera rivendicò la sovranità italiana sull'intera costa orientale dell'adriatico, da Trieste a Valona, dichiarando che gli italiani erano rimasti gli unici a combattere gli Austriaci attestando il valoroso sacrificio. Ciò non era vero in quanto i francesi ebbero più morti e gli alleati erano intervenuti ripetutamente per dar manforte ai soldati italiani. Inoltre nella lettera scrisse enfatizzando l'egoismo delle potenze alleate vincitrici.
Ciò porto l'Italia a vivere il dopoguerra più come una nazione vinta anziché vincitrice. Il gesto spregiudicato del poeta-vate di occupare Fiume infiammò le folle e traccio la strada per Mussolini per prendere il potere. Subito dopo la fine del conflitto gli italiani di Fiume istituirono un Consiglio Nazionale ed inviarono a Roma degli emissari per perorare la causa dell'annessione allo stato italiano. Tutti i tentativi del governo in tal senso furono respinti dagli alleati a Versailles. Tra l'altro vi furono anche scontri tra Croati e Italiani e il territorio fu posto sotto il controllo interalleato.
L'atmosfera appariva tutta anti-italiana quando venne riconosciuto ufficialmente lo Stato jugoslavo e il 12 settembre 1919 alle ore 11.45 Gabriele D'Annunzio entrò nella città di Fiume, senza colpo ferire, alla testa di una falange di 2500 uomini. L'ordine di fermare questo esercito privato, impartito al generale Pittaluga non fu eseguito, anzi D'Annunzio posto davanti al generale, si aprì il pastrano mostrando la medaglia d'oro e proclamando " Lei non ha che da far tirare su di me, Generale". Pittaluga rispose abbracciando D'annunzio. Davanti ad una folla plaudente di italiani fiumani, il poeta fu osannato al grido "Voi siete il nostro Duce".
Tutti i corpi militari presenti, quello interalleato e quello jugoslavo, vista la situazione abbandonarono la città. Il Presidente del Consiglio Nitti parlò di sedizione e diserzione, condannando tutti coloro che appoggiavano anche solo moralmente l'impresa fiumana. Benito Mussolini si scagliò in un articolo sul "Popolo d'Italia" contro Nitti a difesa di D'Annunzio, anche se tra lori rapporti non furono mai troppo cordiali. Nitti invio alla frontiera di Fiume il generale capo di stato maggiore dell'Esercito Pietro Badoglio. Costui fece notare al governo tutte le difficoltà di un intervento armato in quanto vi era i serio rischio di estendere l'insubordinazione a tutte le forze armate.
Fu allora inviato a Fiume l'ammiraglio Cagni, noto massone che invece era molto sensibile al fascino del poeta-vate; infatti fu l'Ammiraglio a lasciarsi convincere. Anche a causa delle incertezza di Nitti, sfociato nell'attendismo nel 1920 tornò al governo Giolitti che s'impegnò da subito per risolvere la crisi jugoslava. Intanto D'Annunzio continuava le sue adunate di popolo che avevano luogo tutti i giorni e dove il poeta presentava se stesso e i suoi seguaci come i veri ed unici rappresentanti della incarnazione di una forza spirituale superiore. Al di là della retorica nelle adunate, la guida politica concreta la gestiva il Consiglio Nazionale dei fiumani.
Frequenti i disordini e le violenze dove si faceva uso anche di stupefacenti in un territorio occupato in cui la giustizia era amministrata da D'Annunzio in nome del Re. Alla città di Fiume, D'Annunzio diede una Costituzione, chiamata Carta del Carnaro, scritta dallo stesso poeta insieme ad Alceste De Ambris. La carta a parte richiami medioevali e proposte velleitarie conteneva alcune importante innovazioni come l'eguaglianza fra i sessi. Giolitti il 12 novembre 1920, firmò il Trattato di Rapallo: la Jugoslavia ottenne la Dalmazia eccetto la città di Zara; all'Italia fu assegnata l'Istria. Fiume divenne Stato libero e indipendente, tutelato dalla Società delle Nazioni.
Il governo italiano diede un ultimatum e impose ad un d'Annunzio sempre più isolato di abbandonare la città con le truppe entro il 24 dicembre; dopodiché, nel caso avesse resistito, si sarebbe agito militarmente. D'Annunzio sottovalutò gli avvertimenti del governo nella convinzione che mai avrebbero attaccato Fiume, mantenne la sua posizione e così fecero i suoi uomini, fino alla vigilia di Natale quando alle sei di sera, il primo colpo di cannone sparato dalla corazzata Andrea Doria colpì la residenza fiumana del poeta. Quest'ultimo rimase illeso. Seguirono scontri armati con i legionari con una cinquantina di vittime, denominato Natale di sangue, e il 31 dicembre si arresero.
I legionari d'annunziani abbandonarono poi indisturbati Fiume, mentre D'annunzio si fermo ancora qualche settimana e ne uscì scortato dagli ufficiali dell'esercito italiano, tra cui l'eroe della prima guerra mondiale Pietro Micheletti. Lasciò rammaricato Fiume il 18 gennaio, scegliendo di ritirarsi nella sua villa di Gardone Riviera, il Vittoriale. Mussolini dalle colonne del suo giornale deprecò l'accaduto definendolo un "atto fratricida" ma sostenne anche che il trattato di Rapallo era l'unica soluzione possibile. Il trattato di Rapallo fu un accordo con il quale l'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni stabilirono consensualmente i confini dei due Stati e le rispettive sovranità, nel rispetto reciproco dei principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli.
Esso comportò l'annessione al Regno d'Italia di Gorizia, Trieste, Pola e Zara. Il Trattato di Rapallo rappresentò la conclusione, salvo il nodo irrisolto di Fiume, del processo risorgimentale di unificazione italiana, con il raggiungimento dello spartiacque orientale alpino. La rinuncia italiana ai territori dalmati, etnicamente slavi, non compromise il controllo italiano sul Mare Adriatico, garantito dal porto di Pola e di Zara, nonché dalle isole di Cherso, Lussino, Lagosta, Pelagosa e dell'isola di Sasseno. La città di Fiume, costituita in Stato indipendente, acquisiva uno status internazionale simile a un Principato di Monaco italofono sul Mare Adriatico.
Tuttavia, nonostante il successo del Trattato e gli illuminati interventi in Parlamento del Ministro degli affari esteri, conte Carlo Sforza che aveva condotto le trattative insieme al Ministro della guerra Ivanoe Bonomi, ebbe difficoltà nel confrontarsi con l'opinione pubblica nell'illustrare la bontà del Trattato ed a confutare il concetto di "vittoria mutilata" introdotto da D'Annunzio. Sforza, allo scoppio della prima guerra mondiale, era politicamente un interventista e fu Diplomatico di carriera, tra il 1916 e il 1918, rivestendo la carica di ministro plenipotenziario presso il governo serbo rifugiatosi a Corfù .
Lo Stato Libero di Fiume esisterà de facto un anno e de iure quattro anni. Il nuovo Stato viene subito riconosciuto da tutti i principali Paesi. Nel gennaio 1921 nella città venne costituito un governo provvisorio con il compito di preparare la costituzione dello Stato Libero e il 24 aprile  dello stesso anno si svolsero le prime elezioni parlamentari, alle quali gli autonomisti sfidarono il partito irredentista-fascista-dannunziano, riunito nella lista "Unione Nazionale". Vinsero gli autonomisti con Riccardo Zanella  che divenne il primo presidente dello Stato Libero. Nazionalisti, fascisti e dannunziani non si arresero e crearono un Comitato di Difesa Nazionale per rovesciare il governo eletto.
Le violenze e le intimidazioni culminano il 3 marzo 1922, quando fascisti e dannunziani attaccano il palazzo del governo costringendo Zanella a firmare le proprie dimissioni e recarsi in esilio sotto la protezione del re dei Serbi, Croati e Sloveni. Il 17 marzo i fascio-dannunziani nominano un proprio capo di governo. Successivamente il governo italiano inviò a Fiume il generale Gaetano Giardino con l'esercito divenendone governatore militare con il compito di tutelare l'ordine pubblico. Con il Trattato di Roma, firmato il 27 gennaio 1924, Fiume passava all'Italia e il 16 marzo il re Vittorio Emanuele III giungeva nella città. Il trattato prevedeva che la sola città venisse assegnata all'Italia, mentre il suo entroterra venisse annesso al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Il governo dello Stato Libero di Fiume considerò tale atto giuridicamente inaccettabile continuando a operare in esilio.
Per comprendere meglio le vicende storiche della città di Fiume, facciamo un passo indietro: Dal XVIII secolo la città di Fiume era sotto l'Impero austro-ungarico e l'imperatrice Maria Teresa le concesse un ampia autonomia amministrativa che le permise un notevole sviluppo commerciale e culturale. A partire dalla seconda metà del XIX secolo l'accesa rivalità tra ungheresi e croati che avevano iniziato a integrare Fiume nelle tradizioni slave, spinse gli ungheresi ad attirare in città uomini d'affari italiani sperando di procurarsi una borghesia occidentale alleata per contrastare l'ingerenza slava, soprattutto croata. La comunità italiana crebbe rapidamente, realizzando un gruppo sociale importante. Ciò spiega, dopo la fine della prima guerra mondiale il contenzioso tra l'Italia e il neo nato regno dei Serbi Croati e Sloveni. Con l'arrivo delle truppe jugoslave gli irredentisti italiani insorsero adducendo il fatto che Fiume era un centro etnicamente italiano, in realtà la popolazione italiana era circa il 50% dei fiumani. Oggi Rijeka, come i Croati chiamano Fiume conta circa 130 mila abitanti di cui 3000 italiani benché la comunità italiana abbia 7500 iscritti. La città è sede del più importante porto della Repubblica di Croazia.
Ma se dobbiamo esaminare l'obiettivo reale di Gabriele D'Annunzio credo che dobbiamo analizzare il Programma dannunziano per un insurrezione e relativa marcia su Roma del settembre – ottobre 1920, redatto dal poeta stesso. L'occupazione di Fiume non era solo un gesto simbolico ma avrebbe dovuto preludere ad un colpo di Stato guidato da lui stesso. Scriveva: "L'Italia va verso una inevitabile rovina, se non si presenta un elemento che polarizzi tutte le energie sane del paese su di di un programma di azione immediata ... Questi elemento esiste e l'Italia ne ha la sensazione sempre più precisa. Un nome corre già su molte bocche: Gabriele D'Annunzio" . Si comprende quindi la freddezza di Mussolini nei confronti di D'Annunzio che lo vedeva come un concorrente politico ma utile da utilizzare come bandiera ideologica ma non certamente come "Duce". Comunque Mussolini da D'Annunzio apprese le tecniche oratorie e la gestione della folla nelle adunate oceaniche.