Blog di Dante Paolo Ferraris

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Ascoli Piceno : città di travertino (I parte)

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Ascoli PicenoL'occasione per visitare Ascoli Piceno me la offre un importante Associazione di cui sono Vice Presidente Nazionale e che ha deciso di organizzare il suo annuale meeting in questa cittadina del Centro Italia. Purtroppo per raggiungerla devo utilizzare l'autovettura in quanto con il treno è praticamente impossibile per via dell'eccessivo numero di cambi.
Conosco ben poco di Ascoli Piceno, se non reminiscenze scolastiche ed un brano di un libro recentemente letto. Della scuola ricordo la definizione di Ascoli Piceno come la Città delle cento torri o città di Travertino. La città si trova nella parte meridionale della regione Marche poco lontana dal mare Adriatico e il suo centro urbano sorge nella zona di confluenza tra il fiume Tronto e il torrente Castellano. L'antica città è circondato da lussureggianti montagne. Il libro che ho da poco letto è "Viaggio in Italia" del 1957 di Guido Piovene, che così descrive la città: «Ascoli Piceno è una tra le più belle piccole città d'Italia, e non ne vedo altra che le assomigli.
André Gide la prediligeva... bella come alcune città della Francia del Sud, non tanto per questo o quel monumento, ma per il suo complesso, la qualità antologica, l'incanto che viene da nulla e da tutto. Bisogna avervi passeggiato, a cominciare dalla piazza del Popolo, la piazza italiana che insieme con quella di San Marco a Venezia dà più di un'impressione di sala, cinta da porticati, chiusa dalla stupenda abside di San Francesco; o costeggiando il Battistero del Duomo; o lungo le rive scoscese del Tronto; e per le strade strette, chiamate rue, dove i palazzi non si contano; e che si allargano in piazzette... Ascoli è città di torri... Si succedono molti stili, il romanico, il gotico, il rinascimentale, il barocco... con chiese dalle pareti di pietra, senza finestre; un travertino d'un grigio caldo, uniforme, senza intonaco... tutto ornato, lavorato, istoriato... e su ogni porta e finestra, vedi frutta, fogliami, cariatidi femminili, fiori, animali, stelle, o anche semplicemente proverbi e sentenze scolpite.»

Il viaggio mi permette di ripercorrere brevemente la storia di questa città. Le origini della città sono tanto antiche che sono ancora oggi avvolte nel mistero, certa è la presenza umana già dall'età neolitica. Secondo la tradizione citata da Strabone e Plinio, la città venne fondata da un gruppo di Sabini, che vennero guidati da un picchio, uccello sacro a Marte, durante una delle loro migrazioni detta ver sacrum. I Sabini poi si sarebbero fusi con altre popolazioni autoctone dando origine ai Piceni, che avrebbero fondato Ascoli 1600 anni prima della fondazione di Roma. Nel 299 a.C. Ascoli si alleò con i Romani nel contesto della terza guerra sannitica e, dopo la guerra picentina, nel 269 a.C. divenne civitas foederata di Roma.
Questa alleanza durò però non era "inossidabile" in quanto a guadagnare da queste guerre era solo Roma senza portare alcun vantaggio ad Ascoli. La città entrò così nella Lega italica e nel 91 a.C. Ascoli si ribellò a Roma e dette vita alla guerra sociale o guerra marsica insieme ad altre città. La guerra con Roma iniziò trucidando i magistrati romani che si trovavano entro le mure ascolane. Dopo un lungo assedio di Ascoli Piceno, avvenuta dal 91 all'88 a.C, il generale romano Gneo Pompeo Strabone conquistò la città facendone scempio e mandò in esilio gli abitanti che non furono trucidati.
Con il finire della Guerra Sociale tutte le popolazioni dell'Italia ricevettero la cittadinanza romana, così nell'88 a.C. Ascoli fu iscritta alla Tribù Fabia. Ascoli divenne così il centro principale del Piceno anche grazie alla sua posizione sulla via Salaria. Ascoli parteggiò per Cesare durante la guerra civile con Pompeo. Nel 49 a.C. la città assunse definitivamente la denominazione AsculumPicenum. Successivamente con Augusto, Ascoli fu inserita nella quinta regione italica, invece durante la Tarda Antichità, il territorio ascolano divenne parte del Picenum Suburcarium.
Quando ad Ascoli fu diffuso il Cristianesimo, ad opera del vescovo Emidiodi Treviri, il quale vi venne martirizzato durante le persecuzione ordinata da Diocleziano. Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente anche Ascoli seguì il destino del resto d'Italia. Durante le invasioni barbariche, Ascoli riempì pagine di storia. Nel 408 Alarico spinse i Goti fino sotto le mura della città ma fu messo in fuga, più tardi fu annessa al regno di Teodorico. Con l'arrivo di Teodorico e degli ostrogoti accolse nuove popolazioni come i sarmati e gli illirici. Dopo la guerra gotica (535-553) Ascoli passò temporaneamente sotto il dominio bizantino per essere nuovamente conquistata da Totila ossia Baduila re degli ostrogoti.
È attestato che San Benedetto da Norcia visitò Ascoli nel 542 quando era vescovo Epifanio. Nel 578, dopo essere nuovamente assediata dai Longobardi, Ascoli fu unità al ducato longobardo di Spoleto. Con la caduta del regno longobardo Ascoli passò sotto il controllo dei Franchi scesi in Italia al seguito di Carlo Magno che la dichiarò contea sottoponendola al controllo della Santa Sede. Si accentuò il potere dei vescovi o meglio i cosiddetti vescovi-conti a cui furono concesse amplissime concessioni, sia dal papa che dall'Imperatore. I vescovi amministrava. Nel 1183 Ascoli si costituisce in Libero comune, conoscendo però il saccheggio e la distruzione ad opera delle armate imperiali di Federico II che la sottomette nel 1242, ma con la morte di Manfredi torno sotto il dominio del Papa che rispettarono per un certo periodo le libere istituzioni.
Durante la seconda metà del XIV secolo e la prima parte del XV secolo il regime comunale fu più volte interrotto da alcuni brevi periodi in cui tornarono diverse signorie, da Galeotto Malatesta, Signore di Rimini, a Gomez Albornoz, nipote del potente Cardinale Albornoz ed altri. Nel 1406 il pontefice Innocenzo VII investe del governo di Ascoli Ladislao I, re di Napoli, la città che la infeudò al famoso condottiere d'Italia al Conte da Carrara, appartenente alla nobile famiglia padovana dei Carraresi, al quale il sovrano partenopeo concesse il titolo di Conte di Ascoli per sé e per i suoi figli che gli succedettero e che la governarono fino al 1426.
Con Papa Martino V, Ascoli fu di nuovo sotto il controllo pontificio, ma dopo breve ne venne infeudata a Francesco Sforza che vi inviò a governarla il fratello Giovanni. Costui, essendosi inviso per le sue angherie fu sostituito da un altro parente del Duca di Milano. Successivamente Ascoli insorse contro gli Sforza per tornare sotto il dominio della Santa Sede. La fine del XV secolo è un periodo di governo di un nuovo tiranno, Astolfo Guiderocchi, dalla quale si libera per l'intervento di Papa Giulio II nel 1506. Da allora e fino agli ultimi decenni il governo della città fu sottoposta al gioco pontificio, non senza tentativi autonomisti, tutti finiti malamente.
Solo sotto il governo del pontefice Gregorio XIII, Ascoli ritrovo serenità, tanto che il Comune asolano eresse una statua in bronzo al pontefice, purtroppo andata distrutta nel 1798 per mano francese. Infatti tra il 1798 e il 1799 subì le depredazioni dell'esercito francese, era anche il periodo della diffusione del brigantaggio. Fece poi parte del Dipartimento del Tronto, insieme a con Camerino e Fermo. Con la caduta di Napoleone tornò sotto il dominio papale. Venne poi annessa alla prima Repubblica Romana e dal 1860 parte del Regno d'Italia, di cui seguirà d'ora in avanti tutte le vicende.
Degne di nota sono le vicende della resistenza ascolana nel settembre 1943 contro l'occupazione tedesca, che hanno valso alla città la Medaglia d'Oro al Valor Militare per attività partigiana. Raggiunto Ascoli Piceno, trovo facilmente parcheggio nei pressi di Porta Tufilia, costruita nel XVI secolo. Questa porta è così chiamata per lo sperone di roccia tufacea sul quale è stata originariamente aperta; l'attuale aspetto si deve all'architetto ascolano Camillo Merli che la ricostruì a meta XVI secolo come testimonia l'epigrafe della linea marcapiano "PAULO IIII PONT MAX MDLV"; si compone di un solo arco a tutto sesto cui è sovrapposta una pittoresca loggetta di guardia a tre luci, con basi e capitelli.
Il Bed and breakfast è a poche centinaia di metri dal parcheggio, vi trovo la gentile proprietaria ad attendermi. Si tratta di un edificio antico, nei pressi della cinta muraria e dal suo balcone posso godere di una bella vista sul fiume Tronto, le antiche chiese di San Pietro in castello e il campanile della chiesa di Santa Maria Intervineas e su parte del centro storico della città che visiterò. Appena scendo vado a guardare meglio il monumento a Giovanni Giacomini che si trova al centro dell'omonima piazza.
Questo monumento ricorda Giovanni Giacomini un ascolano illustre nato nel 1921 e che fu sergente 3° reggimento artiglieria alpina della divisione "Julia" e che ottenne la medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione: Capo pezzo, durante aspro combattimento, incurante del grave pericolo derivante dal fatto che le fanterie erano riuscite a stringere dappresso la sua batteria ed avevano aperto un violento fuoco di mitragliatrici e mortai, rimaneva sereno ed impavido, mantenendo efficiente l'azione del pezzo ed infondendo col suo contegno calma e fiducia nei propri dipendenti. Caduti feriti il comandante e il sottocomandante della batteria, vista ormai l'assoluta impossibilità di ogni ulteriore resistenza, faceva ripiegare i serventi salvando i congegni più vitali ed importanti del materiale. Dopo essersi quindi assicurato che i suoi uomini fossero in salvo, imbracciava un fucile mitragliatore e, ritornato al pezzo, apriva il fuoco allo scoperto sul nemico ormai vicino. Con le armi in pugno, in un ultimo, disperato tentativo di difesa del pezzo stesso, dando fulgido esempio di eroismo, di abnegazione e di spirito di sacrificio, immolava la vita per la Patria. Chiaf e Bunich (Fronte greco), 30 dicembre 1940.
Il monumento ha base e gruppo scultoreo in travertino. Incisioni su pietra e lamina di ottone per dedica. Sono presenti un cannone ai piedi di un aquila, ovviamente non manca il cappello alpino. Proseguo per il Lungo Tronto fino a raggiungere la chiesa Santa Maria Intervineas posta nell'omonima piazza. Questa chiesa è una delle più antiche chiese ascolane, infatti fu costruita nel XIII secolo dove nel V secolo doveva già esistere un luogo di culto dedicato alla Madonna; nel cui luogo fu prodigiosamente ritrovata un'immagine della Madonna entro un'edicola, che si trovava tra le vigne da cui l'appellativo "inter Vineas" ossia tra le vigne.
In stile tardo-romanico e gotico, collocata lungo le sponde del Tronto, realizzata in blocchi in travertino, ha purtroppo subito diversi cambiamenti e ricostruzioni avvenuti nel corso dei secoli, dovuti a problemi di natura statica. La facciata principale, a spioventi, è totalmente priva di elementi decorativi, ed ha unicamente un ingresso con portale con arco ogivale. Un secondo ingresso si apre al centro della navata laterale destra. L'interno è a tre navate, divise da pilastri e colonne e presenta tracce di affreschi risalenti tra la fine del XIII secolo e gli inizi del XIV, tra cui la Madonna in trono col Bambino tra San Giovanni Evangelista e l' arcangelo Michele che pesa le anime, ma vi è anche un Ultima Cena, nella parte alta della parete sinistra della navata centrale.
Un altro affresco presente, risalente al XV secolo, raffigurante Una Madonna con il bambino Gesù, con l'aureola in rilievo, prende il nome di Madonna dell'Impiccato. Il nome deriva da un episodio che narra che la Madonna dell'affresco,un tempo posto all'esterno della chiesa, abbia sporto il capo al passaggio di un innocente mandato all'impiccagione. Nella contro-facciata vi è il monumento dell'umanista ascolano Cola Pizzuti, morto nel 1476. Si tratta di una monumentale opera in travertino della seconda metà del XV secolo finemente lavorato a forma di tabernacolo in stile gotico-rinascimentale con quattro colonne tortili, sorrette da leoni.
La sua torre campanaria è posta in posizione isolata rispetto al resto della chiesa ed è stata realizzata riutilizzando un'antica torre gentilizia costruita probabilmente nel periodo tra il XII e il XIII secolo, che doveva avere, anche una funzione militaresca di torre di guardia. La possente base quadrangolare è formata da diverse file di blocchi romani di reimpiego, presenta tre ordini di aperture, a tutto sesto e a bifore, ma anche strette aperture tipo feritoie. Prima di allontanarmi dal campanile della chiesa Santa Maria Intervineas cerco sulla sua fiancata, lato fiume una una piccola testa scolpita che spunta tra i conci; questa piccola testina, di epoca romana e popolarmente chiamata santa Bigna, mi domando se chissà se ha da raccontare una storia.
Nella mia passeggiata incontro dopo poche decine di mesi la piccola chiesa sconsacrata di San Giovanni ad Templum che funge oggi fa foyer dell'Auditorium San Francesco da Paola, anch'essa ex chiesa neoclassica costruita nel 1848 L'ex chiesetta di San Giovanni ad Templum fu fondata dai Templari verso il XII-XIII secolo, appartenne successivamente alla Domus Hospitalis Sanctj Iohannis Hierosolymitani et Militaris ordinis Sacrj Sepulcrj, vale a dire al Sovrano militare ospedaliero ordine di Rodi, detto più tardi di Malta. Soppresso l'ordine templare i suoi beni per volontà di papa Clemente V furono assegnati ai Gerosolomitani, detti pure Cavalieri dell'ordine di Rodi e, dopo il 1530, di Malta.
Invece nell'adiacente grande chiesa di San Francesco da Paola, realizzata in stile neoclassico nel 1848, è stato realizzato nel 1989 l'Auditorium Emidio Neroni. Questo bell'edificio fa una facciata che pare un antico tempio greco con il suo pronao con sei alte colonne dai capitelli ionici che sorreggono un enorme frontone. Proseguo la mia passeggiata tra questi splendidi edifici realizzati in gran parte in pietra e marmi. Poco prima di piazza Ventidio Basso vi è la chiesa di sant'Onofrio delle monache benedettine. Un tempo la chiesa era dedicata a Santa Margherita, fu costruita tra la fine del XIV e inizio XV secolo.
La chiesa con l'annesso convento fu utilizzato nella seconda meta del XIX secolo a caserma e poi affidato alle monache benedettine di Sant'Onofrio nel 1938. La facciata realizzata in travertino presenta ancora le opere provvisionali di messa in sicurezza a seguito dei danni del terremoto del 2016. Anche l'interno, a navata unica è tutto un cantiere, benché sia officiata. Anche l'adiacente convento presenta un bel prospetto in travertino con un bel portale. Sulla facciata di questo edificio è collocata una grande lapide che ricorda l'ascolano Francesco Tamburini natovi nel 1848 fu un eclettico architetto molto attivo soprattutto a Buenos Aires, città nella quale progettò numerosi edifici rappresentativi vi mori nel 1891.
Piazza Ventidio Basso si apre su di un ampio spazio irregolare nel centro storico, nel quartiere di San Giacomo. Un tempo questa piazza era indicata come "Platea Inferior " per distiguerla da "Platea Superior", ossia l'attuale Piazza del Popolo. Fu chiamata anche "platea S. Anastaxij", ma anche "piazza di sotto" e "piazza delle donne". Dall'epoca romana fino al XVII secolo fu il maggiore fulcro commerciale della città. Grazie alla vicinanza di Porta Solestà, in piazza si allestiva il mercato delle lane, tele, filati ed altre produzioni delle manifatture tessili.
Il ricordo della vocazione commerciale di questa area è una pietra murata nella parete della chiesa di San Pietro Martire, apposta nell'anno 1613, recante le disposizioni che regolavano il commercio e gli scambi. La pietra delle regole commerciali detta "Gabella della Staterola" è sormontata da un altro blocco di travertino, su cui sono scolpiti le insegne della città: la galleria merlata tra due torri. La piazza è incorniciata da antichi edifici medioevali quali il fianco settentrionale della chiesa di San Pietro Martire, una casa medioevale, torri gentilizie capitozzate ed edifici rimaneggiati in epoca rinascimentale.
Da questa piazza, ogni anno, si avvia il corteo storico del Torneo cavalleresco della Quintana. Nel centro della chiesa vi è la chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio, annoverata tre le chiese romaniche più antiche della città. Fu costruita seguendo i canoni dell'architettura romaniche e successivamente e modificata con caratteristiche gotiche nel XIV secolo. Le sue linee architettoniche la distinguono da ogni altro edificio sacro finora visto, per la sua caratteristica decorazione a riquadri della facciata. Non conosco la data precisa di costruzione come le sue vicende storiche ed artistiche.
Alcuni studiosi affermano la a preesistente presenza di un oratorio, risalente al IV-VI secolo, forse anche per l'amministrazione del battesimo. L'intero fabbricato si compone della chiesa, della cripta di San Silvestro e del campanile. La facciata, di forma rettangolare, è ripartita da un reticolo di 64 riquadri. Ognuno di essi è racchiuso da una cornice lineare a rilievo che crea un bel motivo a scacchiera su tutta la parete. La superficie interna di ogni riquadratura, nel XV secolo, conteneva degli affreschi a tema religioso che forse illustravano la storia dei santi Vincenzo e Anastasio. Al centro della facciata si apre il portale della chiesa, ornato da colonnine con archi a tutto sesto.
Sopra il portone in una lunetta si trovano le sculture scolpite ad altorilievo, della Madonna col Bambino affiancata dai santi Vincenzo e Anastasio. Il campanile ha caratteristiche stilistiche romanico e presenta bifore ad arco a tutto sesto e nella torre campanaria il tutto databile tra il X e il XI secolo. Anche il campanile è realizzato con blocchi squadrati di travertino ma anche con conci di recupero da edifici di epoca romana, forse anch'essa una torre gentilizia. L'interno della chiesa si presenta austero, coperto da capriate, ed è a tre navate. La navata centrale è illuminata da bifore.
L'interno conserva la cripta dedicata a san Silvestro papa e la sua costruzione risale al IV-VI secolo, forse edificata dove esisteva la primitiva chiesa con la fonte battesimale. Lungo un muro longitudinale, si trova la vasca chiamata «Pozzo di San Silvestro», un tempo alimentata dall'acqua sorgiva ritenuta prodigiosa ed usata per guarire dalla lebbra nel XIV secolo. All'interno della cripta, un tempo decorata da affreschi, permangono dalle tracce ancora visibili di un ciclo pittorico trecentesco, ispirato alla «Leggenda di San Silvestro papa». Mi dirigo lungo via San Pietro in castello e raggiungo l'omonima chiesa dopo una breve passeggiata.
La chiesa di San Pietro in castello detta anche "San Pietro all'Isola", sorge su una piccola rupe posta tra piazza Ventidio Basso e porta Solestà. L'attuale edificio religioso è stato edificato sul luogo ove sorgeva l'omonima chiesa, voluta, dal vescovo longobardo Oderisio nel secolo VIII. La successiva edificazione è invece del 1142, mentre la chiesa attuale è stata ricostruita, tra il 1466 e il 1468. La denominazione "in Castello" ricorda il preesistente castello ascolano, del 1069, detto "castellum de isola", che sorgeva su questo promontorio creato dall'alveo del fiume Tronto. La chiesa si eleva con una severa facciata rettangolare completata da un campanile a vela a base triangolare, visibile nella porzione alta di destra della facciata stessa.
Sopra alla porta d'accesso fa bella mostra di se un rosone realizzato in travertino come tutta la facciata: Il rosone presenta dei raggi realizzati con colonnette tortili, completate da capitelli. Al di sopra del rosone sono state murate 5 scodelle maiolicate collocate a forma di croce. L'edificio ospitò le spoglie mortali di san Benedetto Martire, custodite sotto l'altare a lui dedicato ora collocate. La tradizione vuole anche che Sant'Emidio stesso sia apparso sopra la chiesa, ad invocare la pace in un periodo di guerre; l'evento è riportato nella "Storia della Chiesa Ascolana" redatto dal vescovo Trasmondo, morto nel 1197.
Dal promontorio si gode una bella vista su buona parte dello skyline di Ascoli-Piceno ma anche sui miei prossimi obiettivi. Rientro verso piazza Ventidio Basso per poi prendere via Elisabetta Trebbiani che costeggia un tratto del fiume Tronto. Le case medioevali ma anche rinascimentali son assai caratteristiche e realizzate tutte in pietra locale e travertino, da ciò deriva l'intitolazione di Ascoli-Piceno città di travertino. Le piccole stradine in pietra che dipartono da questa strada sono assai belle con il loro selciato i pietra come i portali con le loro forme ad arco.
Raggiungo così la Torre dei Novelli, che benché ingabbiata dopo l'ultimo terremoto, si erge maestoso a controllo del ponte di Solestà. Probabilmente una delle torri meglio conservate della città, tradizionalmente definita dei "Novelli" o dei "Grisanti", in realtà non si conosce la famiglia che l'ha eretta e nemmeno la data precisa della sua edificazione. Secondo alcuni studiosi risale alla fine del XI secolo ed inizio XII. Non posso non soffermarmi ad ammirare sia Porta Solestà o semplicemente porta Cappuccina e il ponte romano. Porta Solestà è una delle porte della città di Ascoli Piceno e fu denominata col termine Cappuccina dal XVI secolo, poiché fu concesso ai frati cappuccini la possibilità di edificare una chiesetta vicino alla porta.
La Porta fu edificata nel 1230 all'inizio del Ponte Romano da cui si dipartiva un ramo secondario della via Salaria. L'origine del nome Solestà o anche Solestaio, secondo alcuni, deriverebbe da "Sol", poiché si ipotizza l'esistenza di un tempio dedicato al sole. Sono comunque molteplici le ipotesi che vi sono su tale denominazione; si crede, comunque che già prima della sua edificazione vi fosse una porta di epoca romana. Vi sono diverse iscrizioni presenti sulla Porta da quella in latino a caratteri gotici che ne ricorda l'edificazione, a quella che ricorda la pace e la confederazione del 1450 conclusa con la città di Fermo.
Gli stemmi delle due città sono racchiusi all'interno di uno scudo, posto sopra all'arco che vi apre il passaggio stradale. Ma sono presenti anche altri lapidei come quella con 3 stemmi circondati da foglie di quercia, senza iscrizione alcuna, risalenti forse alla prima metà del XIII secolo. L'architettura della porta è semplice e senza fronzoli costituita unicamente da un grande e massiccio arco in blocchi squadrati di travertino. La mia passeggiata mi porta a transitare sul ponte romano di Solestà. La sua costruzione risale al periodo dell'età augustea. Incredibile pensare come abbiano potuto erigere così arditamente questo ponte tra le incassate ed irte rive del fiume Tronto.
Il ponte con il tipico aspetto delle opere romane ed è realizzato in travertino con struttura, semplice ed elegante. Presenta un solo fornice o campata realizzata con un maestoso arco a tutto sesto. Benché sia lungo da sponda a sponda solo 62 metri, la luce dell'arco è di 22.20 metri la sua altezza al piano stradale è di 25 metri. Ancora oggi questo ponte collega il centro della città con il quartiere di Porta Cappuccina. In testa al ponte trovo un cippo ricorda questo restauro e reca la scritta:"ROMANUS PONS A VETUSTATE FRACTUM FIRMITER AC COSTANTER INTUS ROBORATUS A.D. MCMXXXIX A FASC. REST. XVII." che ricorda un restauro del ponte in epoca fascista.
Mi sarà detto che con la caduta del regime fascista nel luglio del 1943 dal cippo è state rimosso il fascio littorio, sostituito con lo stemma della città di Ascoli. Sul fianco un altro cippo con lo stemma della Provincia di Ascoli Piceno. Pochi metri dopo noto sul muro di una privata abitazione che si affaccia sul piccolo slargo, la presenza di una edicola votiva datata XVIII secolo. Si tratta di un affresco in cui è ritratta la Sacra Famiglia contenuto all'interno di nicchia. Due cariatidi sono poste ai suoi lati che pare sorreggano un arco su cui due angioletti sostengono e mostrano uno stemma. A poca distanza vi è un antico lavatoio pubblico del XVII secolo, noto come la Fonte di Sant'Emidio.
La sua storia è legata popolarmente ad antiche tradizione fatta di prodigi. Infatti si narra che sant'Emidio, non avendo a disposizione l'acqua necessaria per battezzare tutti i nuovi fedeli, convertiti al Cristianesimo, grazie alla sua sua predicazione, se la procurò battendo un sasso da cui fece sgorgare la sorgente che alimenta questa fonte. Interessante una scritta incisa sulla pietra che recita: «Non si impedisca alle donne di lavar panni sotto pena di tre scudi d'ordine del Consiglio celebrato. lì 3 febbraio 1677». Una seconda incisione ne disciplina l'utilizzo ed è datato 1625. Il lavatoio che posso ammirare è il risultato di vari rimaneggiamenti, avvenuti nel corso dei secoli ed è interamente realizzato in travertino.
Le vasche sono all'interno di una loggia con arcate a cui si accede scendendo qualche gradino. Percorro via san Severino da Montegranaro tra antiche case e moderni palazzi, fino a girare su via dei Cappuccini, dove esiste il convento dei frati dei Cappuccini con la chiesa di San Serafino da Montegranaro. Questa chiesa è chiamata anche chiesa dei Cappuccini perché affidata ai Frati minori Cappuccini nel 1569. La primitiva chiesa fu fondata insieme con l'annesso monastero benedettino nell'VIII secolo e denominata Santa Maria in Solestano (Solestà). Dopo aver ospitato vari Ordini religiosi, tra cui i Minori Osservanti, passò nel 1569 sotto la gestione dei Frati Cappuccini.
Nel 1590 nella primitiva chiesa vi giunse San Serafino da Montegranaro, che nel convento trascorse diversi anni fino alla morte avvenuta il 12 ottobre 1604. Costui fu poi dichiarato Beato da Benedetto XIII nel 1729, poi canonizzato da Clemente XIII nel 1767. Dal 1940 è sepolto nell'urna sotto l'altare maggiore. L'edificio attuale, che sostituì la chiesa medievale, risale al 1771. La facciata esterna è preceduta da un portico che presenta la raffigurazione a bassorilievo in stucco, entro un ovale, del Santo titolare. Nei pressi della zona absidale di sinistra è il campanile, unico elemento superstite della chiesa medievale.
Non riesco a visitarla internamente in quanto si sta celebrando una santa Messa ma vedo solo che si presenta con un'unica navata su cui si aprono delle cappelle laterali. Apprendo successivamente che conserva tante importanti tele di fine XIX secolo ed inizio XX secolo, mentre nel convento è conservata una tela con tre Santi Francescani, San Francesco, Sant'Antonio da Padova e San Bonaventura, dipinta nei primissimi anni del Seicento. Prosego nel mio girovagare percorrendo via sant'Emidio rosso dove nello slargo con via Bengasi trovo il tempietto di sant'Emidio Rosso. Questo tempietto fu edificato al di fuori delle vecchie mura cittadine.
La dedicazione al santo ricorda che in quel luogo questi subì la decapitazione e, secondo la tradizione agiografica, si incamminò, con in mano la sua testa, per raggiungere le grotte ove aveva trovato rifugio. La piccola chiesa, a pianta ottagonale, finestrata e con basamento di travertino e fu edificato nel XVI secolo intorno al sasso in cui sant'Emidio fu decapitato. Il tempietto si distingue per essere interamente dipinto, anche internamente, di colore rosso, che ricorda il sangue versato dal Martire. L'interno è sobrio sotto altare è conservato il sasso della decapitazione. Sopra l'altare è la modesta tela raffigurante la Decapitazione di Sant'Emidio.
Rientro verso il ponte di Solestà percorrendo via Tucci dove trovo su un antico palazzo, un architrave di una porta, una frase incisa. Sono tante queste frasi, motti e proverbi che dettati dalla saggezza popolare, motti o religiose ma anche irriverenti, scritte in latino o in volgare raccontano il periodo dell'Umanesimo e Rinascimento quando Ascoli Piceno visse una fase culturale ricchissima. Mi soffermo un attimo davanti alla chiesa di San Bartolomeo posta su via Rigantè a poche decine di metri dal ponte romano. Un tempo questa chiesa era annessa l'ospedale di San Bartolomeo già citati dal XIII. La facciata è molto semplice come il suo portale.
Una rotonda finestra, incorniciata in travertino con all'interno una vetrata decorata è posta al centro sopra la porta. Sotto il culmine del tetto a capanna vi è una stretta monofora. Superato il ponte e la porta Capuccina e mi avventuro su una stretta stradina che nell'antico quartiere prendono il nome di Rua. Questo termine dal latino ruga e indica le strade strette fiancheggiate da mura o da abitazioni, botteghe e magazzini che conducono verso il centro urbano. Rua delle Stelle è una strada assai suggestiva che costeggia per un lungo tratto il corso del fiume Tronto. Si snoda partendo dalla Porta di Borgo Solestà e, costeggiando il quartiere medievale di Porta Romana, fino all'ex Chiesa di Santa Maria delle Stelle, oggi studio privato e che da il nome alla rua.
Apprendo che in dialetto questa rua è chiamata "Rrète li mierghie", letteralmente "Dietro ai merli" che ricorda la presenza delle ormai scomparse merlature, tipiche delle difese medievali, che un tempo coronavano l'attuale parapetto. La rua è pavimentata con ciottoli di fiume arrotondate, mentre l'altro lato della strada invece è un susseguirsi di piccole e basse case, resti di antiche botteghe medievali e di torri, tracce del passato medievale della città, ovviamente in pietra e travertino. Inizio a percorrere rua dei Longobardi fino a raggiungere la torre degli Ercolani. Questa torre gentilizia fu costruita tra il XII e il XIII secolo con conci squadrati di travertino, si eleva per quasi 35 metri con una una pianta quadrata.
La torre presenta una piccola porta d'ingresso sormontata da un timpano triangolare con un taglio orizzontale, posto sull'architrave forse un elemento decorativo. Sul fianco s'appoggia il così denominato palazzetto Longobardo, ma non ha nulla a che fare con tale popolo, infatti è un piccolo fabbricato medioevale di arte romanica, utilizzato come dimora patrizia. Architettonicamente potremmo definire la sua composizione architettonica un palatium-turris, ossia un esempio cittadino perfettamente conservato di complesso residenziale di età comunale, comprendente il palazzo e dall'adiacente torre degli Ercolani.
Il piano inferiore del palazzetto era utilizzato come ricovero per gli animali e magazzino, mentre il piano superiore era lo spazio abitativo. Presenta in facciata una bifora e tre finestre, mentre sul fianco è caratterizzato da piccole bifore. Queste bifore hanno una colonnina centrale sormontata da un capitello, mentre l'archetto è ornato da una cordone a spirale scolpito nella pietra. Inizio a percorrere via dei Soderini ove trovo le antiche facciate delle case con le loro porte architravate. M'imbatto da subito davanti alla torre Cavatrunci, un altra tipica torre medioevale, ciò mi ricorda che in epoca medievale, Ascoli Piceno era caratterizzato dalla presenza di circa duecento torri, la cui costruzione iniziò subito dopo l'anno 1000.
Secondo la tradizione, Federico II ne fece distruggere novantuno nel 1242 e la loro riduzione proseguì nei secoli successivi. Fortunatamente ancora oggi conserva diversi esempi di torri gentilizie e campanarie. Sono affascinato soprattutto dalla moltitudine di botteghe di ceramiche ma anche fabbri con le loro opere di ferro battuto. I ceramisti ascolani espongono nelle loro botteghe delle bellissime maioliche. Già nel XIV e XVI secolo nella città erano attive diversi laboratori dove i "figuli", maiolicai specializzati nella decorazione della ceramica su smalto ma altresì abili conoscitori dell'arte dei vasai.
Proseguo il mio vagolare in questa splendida città fino a raggiungere la bella chiesa dell'Immacolata Concezione. Questa chiesa è parte integrante del convento delle Suore Pie Operaie dell'Immacolata Concezione, fondate l'8 dicembre 1744 ad Ascoli Piceno dal Venerabile Servo di Dio Francesco Antonio Marcucci, per onorare Maria Immacolata ed elevare con la condizione della donna con l'istruzione. La facciata si presenta a doppio ordine scandita da paraste e lesene ed è realizzata ovviamente con la pietra del travertino, sopra al portone d'ingresso rimangono i ganci che sostenevano lo stemma dell'Immacolata trafugato al tempo delle invasioni napoleoniche.
Il suo interno è a pianta ottagonale che termina a cupola. Sull'altare maggiore mi soffermo ad ammirare una pala raffigurante una Immacolata tra Sant'Anna e San Gioacchino, opera di fine XVIII secolo di Nicola Monti. In una piccola cappella riposano le spoglie del Fondatore il Venerale Servo di Dio Francesco Antonio Marcucci. Bella anche la tela settecentesca raffigurante il SS Crocifisso con l'Addolorata e san Domenico di Cocolla, abate benedettino di Sora in provincia di Frosinone, protettore contro i cani arrabbiati, i morsi di vipera e di altri animali velenosi ma anche contro il mal di denti. Un altra bella tela presente, anch'essa sette/ottocentesca è quella raffigurante san Giuseppe intercessore, san Francesco d'Assisi, sant'Antonio da Padova, santa Chiara e santa Beatrice da Silva.
Proseguo per via Annibal Caro, fino a incontrare la Chiesa di San Giacomo Apostolo. Nel breve tragitto ammiro altresì i piccoli balconcini che si affacciano sulla strada con le elaborate ringhiere in ferro battute. La chiesa di san Giacomo Apostolo mostra i caratteri dell'arte romanica con accenni gotici e si erge isolato al centro di Piazza della Fortuna, circondato da numerosi edifici storici. La chiesa fu costruita nella seconda metà del XIII secolo con la pietra locale del travertino. La facciata presenta un portone incorniciato da colonnine tortili che sembrano sorreggere un arco finemente scolpito. In alto il grande rosone formato da dodici colonnette è sovrastato da cinque scodelle maiolicate disposte a forma di croce.
Sul prospetto anteriore s'affaccia anche l'elegante campanile. Due eleganti portali, sicuramente aperti successivamente alla edificazione della chiesa, si sui aprono fianchi ed altri due più piccoli portano direttamente al presbiterio. Le due più grandi destinate all'ingresso dei fedeli presentano belle modanature, colonnine tortili, cornici di fregi floreali e lunette con sculture ad altorilievo. Proseguo ancora per un tratto questa strada dove incontro una lapide che ricorda che vi nacque lo scultore Giulio Moschetti nel 1847. Sue sono tre decorazioni scultoree esterne del Teatro Massimo di Catania, ma ebbe commissioni anche a Leoforte e Messina, Catania Siracusa.
Ad Adrano realizzò un gruppo scultoreo in bronzo per il Teatro Bellini, mentre nell'isola di Malta scolpì il monumento al vescovo Sciluna per la cattedrale de La Valletta, ma anche a Sliema, per la chiesa del Nazareno. Torno sui mie passi per poi raggiungere la chiesa di san Pietro Martire nei pressi di piazza Ventidio Basso. La chiesa di san Pietro Martire è un bellissimo edificio gotico e fu eretta dai frati domenicani, a ricordo del passaggio in città di san Pietro da Verona nel 1250. Fu costruita, insieme col convento su una preesistente chiesa intitolata a san Domenico. La facciata dell'imponente edificio posto su Via delle Torri, è scandita da paraste e vi si aprono tre finestre circolari, quella c entrale più grande.
Il portale, realizzato nella seconda metà del XVII secolo è sobrio e austero con due colonne che incorniciano la porta e sorreggono un architrave sporgente su cui s'appoggia un timpano semicircolare. Il prospetto principale è a spioventi ad indicare la suddivisione a tre navate interna della chiesa. Il prospetto laterale su piazza Ventidio Basso è scandito da paraste e dai finestroni murati e presenta un portale preceduto da una scalinata. Questo portale è classicheggiante e fu realizzato nel 1523 da Cola dell'Amatrice; costituito da due alte colonne scanalate sostenenti un timpano triangolare, il cui fregio presenta dei triglifi e nelle metope, mentre le alte e belle absidi poligonali posteriori presentano alti finestroni gotici a monofora.
L'edificio è chiuso, non posso vedere il suo interno che è mi dicono sia immenso e presenti interessanti opere e affreschi. In particolare la chiesa di san Pietro Martire conserva la Reliquia della Sacra Spina e le spoglie del beato Costanzo da Fabriano. L'origine della spina posta sul capo di Cristo durante la sua Passione è da ricercarsi in uno scambio di reliquie tra Filippo IV di Francia detto "il Bello", ed il suo confessore Padre Francesco de Sarlis, domenicano. Nel 1290 il re di Francia donò al confessore la spina, mentre il confessore donò al re come reliquia un dente di San Domenico che si trovava ad Ascoli. Invece la torre campanaria di San Pietro martire è stato un adattamento di una torre gentilizia.
Ormai il sole è tramontato e mi appropinquo verso il mio alloggio per prepararmi alla prima cena ascolana.



Fine I parte.